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Call center, il lavoro cancellato con un click: 1.100 famiglie nel mirino

Trasferimenti forzati, esuberi e intelligenza artificiale usata come scusa: Ivrea e Asti rischiano il deserto occupazionale mentre la politica tace

Konecta chiude Ivrea e Asti: mille lavoratori a rischio. Cadigia Perini: “È un licenziamento mascherato”

Cadigia Perini

È una vertenza che parla chiaro e che ha poco a che fare con le formule anodine dei comunicati aziendali. A Ivrea, Asti e Torino il lavoro nei call center rischia di diventare l’ennesima vittima sacrificale di scelte industriali presentate come inevitabili, ma che inevitabili non sono affatto. Rifondazione Comunista scende in campo al fianco di lavoratrici e lavoratori di Konecta, Tecnocall e Mediacom, denunciando quello che definisce senza giri di parole un attacco frontale al diritto al lavoro.

In gioco ci sono oltre 1.100 posti di lavoro tra Asti, Ivrea e l’indotto regionale. Numeri che raccontano un vero e proprio dramma sociale, nascosto dietro l’etichetta rassicurante delle “esigenze organizzative”. È il caso di Konecta, che ha deciso il trasferimento forzato delle lavoratrici e dei lavoratori dalle sedi di Ivrea e Asti a Torino. Una scelta che, nei fatti, equivale a un licenziamento mascherato.

Perché trasferirsi non è un dettaglio logistico: significa costi di viaggio insostenibili a fronte di stipendi già bassi, significa famiglie da riorganizzare, figli da seguire, vite che improvvisamente diventano incompatibili con un lavoro che fino a ieri era sotto casa. Per molte e molti, la rinuncia all’occupazione diventa l’unica via possibile. E sullo sfondo resta il vuoto che la chiusura delle sedi di Ivrea (700 dipendenti) e Asti (400) lascerebbe sui territori, già provati da un tessuto occupazionale fragile.

Non va meglio ad Asti, dove la situazione di Tecnocall e Mediacom appare altrettanto allarmante. Qui sono stati annunciati 62 esuberi complessivi, legati al calo dei volumi della commessa IREN: 30 lavoratori su 59 in Tecnocall e 32 su 62 in Mediacom. Un colpo che rischia di compromettere la tenuta stessa delle due aziende. «Così si mette a rischio la stabilità delle imprese subentrate a Konecta nella gestione della commessa Iren», dichiara Gianmarco Coppo, segretario della Federazione PRC di Asti, «ed è scandaloso che a pagare l’avanzamento tecnologico e l’introduzione dell’intelligenza artificiale siano ancora una volta i lavoratori, soprattutto quando il cliente finale è un ente pubblico».

Un tema, quello dell’IA, che torna con forza anche nelle parole di Cadigia Perini, segretaria del Circolo PRC di Ivrea: «Non si può accettare che centinaia di famiglie vengano sballottate da una sede all’altra per inseguire commesse e poi marchiate come “esuberi”. L’intelligenza artificiale va governata per migliorare le condizioni di lavoro, non usata come una scure per tagliare posti e alimentare precarietà».

Il quadro che emerge è di un settore lasciato per anni senza regole, dove precarietà, delocalizzazioni ed esternalizzazioni sono diventate la norma. «È urgente regolamentare il mondo dei call center», sottolinea Alberto Deambrogio, segretario regionale PRC Piemonte, «fermare la corsa al minor costo del lavoro e mettere fine alle esternalizzazioni nel pubblico». A fargli eco è Giorgio Pellegrinelli, responsabile lavoro della Federazione torinese del partito: «Il ritardo nella riconversione del lavoro assorbito dall’intelligenza artificiale va recuperato. Riqualificare senza licenziare si può e si deve fare».

Nel mirino anche le istituzioni locali e regionali. Rifondazione Comunista chiede ai Comuni di Asti e Ivrea di mantenere alta la pressione sulla Regione Piemonte, affinché non si limiti ai soliti percorsi di formazione, già sperimentati e giudicati fallimentari in passato. Servono scelte politiche, non pannicelli caldi.

La mobilitazione, intanto, non si ferma. Nei prossimi giorni il partito sarà davanti alle sedi di Konecta, Tecnocall e Mediacom di Asti, Ivrea e Torino, con volantini e presidi a sostegno di lavoratrici e lavoratori. Una presenza dichiarata, in ogni piazza e in ogni sede istituzionale, per ribadire che il lavoro non è una variabile dipendente da algoritmi, commesse che cambiano o bilanci da far quadrare sempre sulla pelle degli stessi. Insomma, la partita è aperta e questa volta la rassegnazione non è contemplata.

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