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“Abbiamo perso un figlio”: il dolore dei Carabinieri per Antonio Del Vecchio

Si sono svolti oggi in Duomo i funerali dell'appuntato scelto di 45 anni trovato senza vita giovedì scorso, nella sua auto parcheggiata nel cimitero di via Favorita a Chivasso

“Abbiamo perso un figlio”: il dolore dei Carabinieri per Antonello Del Vecchio

“Abbiamo perso un figlio”: il dolore dei Carabinieri per Antonello Del Vecchio

«Domandiamo al Signore di darci dal cielo una risposta a un gesto così difficile da comprendere e a un dolore così grande da provare».

Così don Diego Maritano, cappellano militare, ha aperto la Messa funebre nel Duomo di Santa Maria Assunta, questo pomeriggio. Una frase che non consola, ma mette a nudo. Perché lunedì 9 febbraio, a Chivasso, non c’era nulla da spiegare e nulla da aggiustare: c’era solo da stare dentro il dolore e attraversarlo insieme, senza scorciatoie.

La chiesa non è bastata a contenere l’abbraccio della città ad Antonio “Antonello” Del Vecchio, appuntato scelto dei Carabinieri, 45 anni, che si è tolto la vita giovedì scorso nella sua auto nel parcheggio del cimitero di via Favorita.

Il resto del dolore è rimasto fuori: sul sagrato, in piazza, nelle divise allineate sotto il cielo grigio e freddo di febbraio.

Un addio composto, profondo, senza clamore. Un addio che non chiedeva risposte, ma rispetto.

A piangere Antonio Del Vecchio la moglie Teresa Garofoli, i figli Andrea e Ludovica, i genitori Rosa e Vincenzo, il fratello Francesco con Valeria, i suoceri Rosa e Luca. E poi nipoti, famigliari, amici.

Dentro il Duomo, ogni spazio era occupato. Colleghi dell’Arma in alta uniforme: il Comandante della Legione Carabinieri "Piemonte e Valle d'Aosta" Generale Andrea Paterna, il Comandante Provinciale di Torino dei Carabinieri, Generale di Brigata Roberto De Cinti, il Capitano della Compagnia dei Carabinieri di Chivasso Urbano Marrese, i Comandanti di Compagnia che sono stati a Chivasso negli ultimi anni, dal Colonnello Saccocci al Maggiore Giacolla, il Maggiore Silverio Gesué e tutti i comandanti di Stazione. E poi rappresentanze della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e dei Vigili del Fuoco, autorità civili, amministratori, ma soprattutto cittadini comuni, arrivati anche dai comuni limitrofi. Gente che Antonello l’aveva incontrato una volta o cento, che da lui aveva ricevuto un aiuto, una parola, una risposta data senza alzare la voce.

Tra i presenti anche il sindaco Claudio Castello, gli assessori Gianluca Vitale e Fabrizio Debernardi, il consigliere comunale di Fratelli d'Italia Enzo Falbo, quello del Pd Giovanni Scinica e il consigliere di Per Chivasso Bruno Prestìa.

L'arrivo della salma in Duomo

Il feretro è arrivato dalle Camere mortuarie dell’Ospedale Civico. Sopra, il berretto dell'Arma: quel simbolo che Antonello aveva indossato con serietà, senza retorica, sapendo che servire non significa essere invincibili.

Accanto all’altare, don Diego Maritano e il parroco don Davide Smiderle.

Il cappellano militare ha parlato a lungo, con una voce ferma, mai enfatica, scegliendo parole che non proteggono, ma accompagnano. Ha raccontato il suo arrivo sul luogo della tragedia, giovedì mattina, e un incontro che per lui è diventato un simbolo.

«La prima persona che mi è venuta incontro è stato il sindaco di Chivasso», ha detto. «In quella stretta di mano non ho trovato solo il saluto di una persona. Ho trovato il segno di una comunità intera che, attraverso di lui, esprimeva affetto, stima e vicinanza per Antonio».

Una stretta di mano che diventava molte mani. Quelle di tanti cittadini che da Antonio avevano ricevuto un aiuto, una risposta, una consolazione.

Poco dopo, un’altra immagine. «Il comandante di compagnia mi ha detto: “Oggi ho perso un figlio”. Punto. Sebbene più grande di me, era come un figlio». Parole nude, senza gradi. «Ecco, per chi appartiene all’Arma, la relazione non è solo tra colleghi: condividendo valori, si entra a far parte di una famiglia».

Don Maritano ha insistito su questo punto, senza idealizzazioni. «Oggi siamo qui come famiglia degli affetti, come famiglia militare, come comunità civile e religiosa. Non per spiegare, ma per sostenerci».
E poi una frase che ha attraversato la chiesa come un colpo secco: «Indossare la divisa non cancella la fragilità dell’uomo».

Ha parlato del lavoro di Antonello con parole semplici e precise. «Era un informatore, un risolutore di problemi. Quando qualcuno aveva un problema, chiamava Antonio. Lui era la chiave che risolveva tutto». Un servizio svolto «con senso del dovere, mettendo al centro le persone, soprattutto nei momenti di difficoltà». Una cura esercitata «con discrezione, in silenzio, ma sempre concreta».

Poi il passaggio più difficile, quello che nessuno avrebbe voluto ascoltare ma che era necessario dire. «Le incomprensioni, le tensioni, il peso delle responsabilità possono diventare talvolta un carico difficile da portare da soli». E subito dopo: «Questo non diminuisce il valore della persona, né cancella il bene compiuto».
Una frase che non assolve né accusa, ma riconosce l’umanità.

Il pensiero più lungo e più intenso è stato per Andrea e Ludovica. «I suoi due tesori», li ha chiamati. «Il vostro papà è stato un uomo che si è preso cura di tutti. E proprio per questo ha saputo voler bene a tutti».

«Il suo amore di padre non viene meno», ha detto ancora. «Rimane nei valori trasmessi, nell’esempio di responsabilità, nel senso del dovere. Continuerà a vivere nel tempo, accompagnandovi nel vostro cammino».

Verso la fine della funzione, il momento più intimo. La lettera dei famigliari, letta lentamente, senza enfasi. «Sei entrato nella nostra vita in una radiosa giornata di luglio»«Ti abbiamo riconosciuto subito quale tassello mancante della cornice della nostra felicità».

«Dentro ci abbiamo messo il vostro dono più prezioso: Andrea e Ludovica. E ci è sembrata finalmente completa e perfetta, splendente. Poi qualcuno di noi deve essersi distratto e tu hai creduto che si fosse rotta.

Qualcosa ti ha impedito di vedere che si trattava di un po' di polvere, però. Andava solo tolta e sarebbe tornata a splendere come e più di prima. Purtroppo a volte per riconoscere la felicità occorre che questa sia costellata di piccoli dolori.

Quello che ci lasci è un dolore troppo grande, ma ce ne faremo carico e lo condivideremo per renderlo più sopportabile e perché non sia solo buio, ma un tunnel che pian piano ci riconduca alla luce. Grazie di essere stato nella nostra vita e grazie dell'eredità più preziosa e più grande che ci hai lasciato. Con tutto l'amore di sempre, arrivederci Antonello. Rosalina tua».

La piazza gremita per l'ultimo saluto

La lettura della Virgo Fidelis, la preghiera dei Carabinieri, ha chiuso la funzione: il feretro ha lasciato la chiesa. All’esterno, le divise schierate. Un saluto militare essenziale, composto. Poi il viaggio verso il Tempio crematorio di Mappano.

Antonio Del Vecchio era originario della Puglia, ma Chivasso era diventata casa. Aveva lavorato a lungo anche a Verolengo, dove era conosciuto e stimato. Appuntato scelto, specialista in informatica, si era laureato e guardava avanti. Pensava al Corso Allievi Marescialli, a nuove prospettive nell’Arma. Progetti che oggi restano sospesi, come tante parole non dette.

Giovedì mattina, poco prima di mezzogiorno, Antonio Del Vecchio aveva contattato i colleghi. Era regolarmente in servizio. Quando i militari e i sanitari del 112 sono arrivati nel parcheggio del cimitero, non c’era più nulla da fare. Gli accertamenti sono stati coordinati dal pubblico ministero Mattia Francesco Cravero. Sul posto erano presenti il comandante provinciale Roberto De Cinti, il cappellano militare, il sindaco Claudio Castello.

«L’ultima volta l’ho visto al PalaLancia, in servizio», aveva detto Castello quel giorno. «Era sempre solare. Non l’avrei mai detto di lui». Parole che raccontano meglio di qualsiasi analisi lo smarrimento di una città.

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