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L’allarme che fa paura: respirare aria inquinata potrebbe accelerare una malattia mortale

Un nuovo studio collega lo smog a un rischio più alto e a un peggioramento più rapido della malattia neurodegenerativa

L’allarme che fa paura: respirare aria inquinata potrebbe accelerare una malattia mortale

L’allarme che fa paura: respirare aria inquinata potrebbe accelerare una malattia mortale

Per anni l’inquinamento atmosferico è stato associato a tumori, malattie cardiovascolari, ictus, problemi respiratori e declino cognitivo. Ora un nuovo fronte si apre in modo inquietante: l’aria che respiriamo potrebbe avere un ruolo anche nello sviluppo e nell’aggravamento della sclerosi laterale amiotrofica, una delle malattie neurodegenerative più temute e meno comprese. Non una certezza definitiva, ma un segnale forte, che arriva dalla ricerca scientifica e che impone una riflessione profonda sul legame tra ambiente e salute neurologica.

A puntare i riflettori su questa possibile connessione è uno studio pubblicato su JAMA Neurology, condotto dai ricercatori dell’Istituto di medicina ambientale del Karolinska Institutet in Svezia. Il lavoro suggerisce che una prolungata esposizione allo smog non solo potrebbe aumentare il rischio di sviluppare la SLA, ma anche accelerarne la progressione in chi ne è già affetto. Una doppia minaccia che riguarda milioni di persone, anche in Paesi dove l’inquinamento non raggiunge livelli estremi.

La sclerosi laterale amiotrofica è una patologia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, le cellule nervose che controllano i muscoli volontari. Quando questi neuroni iniziano a deteriorarsi, il corpo perde gradualmente la capacità di muoversi, parlare, deglutire e respirare. La mente, nella maggior parte dei casi, resta lucida. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere la SLA una delle diagnosi più devastanti.

In Italia convivono con la malattia circa 5.000-6.000 persone. Colpisce più spesso gli uomini e può manifestarsi a qualsiasi età adulta. Le cause restano in gran parte sconosciute. La ricerca ha individuato alcune mutazioni genetiche che aumentano la predisposizione, ma la genetica da sola non spiega tutto. Da tempo gli scienziati sospettano che fattori ambientali possano fare la differenza, innescando o accelerando il processo neurodegenerativo. L’inquinamento atmosferico entra ora con forza tra i possibili indiziati.

Lo studio svedese è di tipo osservazionale. Questo significa che non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma individua una associazione statistica significativa. Un passaggio cruciale, perché consente di restringere il campo e di orientare le future ricerche. Gli autori sono chiari su questo punto: non si può dire che lo smog “causi” la SLA, ma i dati indicano che chi vive a lungo in ambienti più inquinati presenta un rischio maggiore.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato i dati di 1.463 persone con una recente diagnosi di malattie del motoneurone, confrontandoli con quelli di 1.768 fratelli e sorelle degli stessi pazienti e con oltre 7.000 soggetti sani appartenenti alla popolazione generale. Una scelta metodologica importante, perché il confronto con i familiari consente di ridurre l’influenza dei fattori genetici e di isolare meglio il peso dell’ambiente.

Gli studiosi hanno ricostruito l’esposizione all’inquinamento atmosferico fino a dieci anni prima della diagnosi, valutando la presenza di particolato fine di diverse dimensioni – PM2.5, PM2.5-10 e PM10 – e di biossido di azoto, uno degli indicatori principali dello smog urbano. Anche in un Paese come la Svezia, lontano dagli scenari critici di aree come la Pianura Padana, è emerso un dato netto: una lunga esposizione allo smog è associata a un aumento del rischio tra il 20 e il 30 per cento di sviluppare una malattia del motoneurone, SLA compresa.

Il risultato più inquietante riguarda però chi è già malato. Secondo lo studio, vivere in zone più inquinate dopo la diagnosi sarebbe collegato a un peggioramento più rapido della funzione motoria e respiratoria. In altre parole, l’inquinamento non si limiterebbe a favorire l’insorgenza della malattia, ma potrebbe renderla più aggressiva, accorciando i tempi di progressione.

Le persone esposte a livelli più alti di smog mostrerebbero un declino più veloce delle capacità motorie, una perdita più rapida della funzione polmonare e un rischio di morte più elevato. Cresce anche la probabilità di dover ricorrere alla ventilazione assistita, uno degli snodi più delicati nel decorso della SLA. Sono dati che non possono essere ignorati, perché toccano direttamente la qualità e la durata della vita dei pazienti.

Il legame biologico tra inquinamento e neurodegenerazione è oggetto di studio da anni. È noto che le particelle inquinanti possono attraversare le vie respiratorie, entrare nel circolo sanguigno e raggiungere anche il sistema nervoso centrale. Qui possono innescare processi infiammatori e stress ossidativo, due meccanismi già chiamati in causa in molte patologie neurologiche. Studi precedenti hanno suggerito un ruolo dello smog nel peggioramento dell’Alzheimer, nel rischio di ictus e nei disturbi della salute mentale.

Nel caso della SLA, però, i meccanismi precisi restano da chiarire. Lo studio non entra nel dettaglio dei processi cellulari coinvolti, limitandosi a registrare l’associazione epidemiologica. Gli stessi autori sottolineano la necessità di nuove ricerche, soprattutto in aree con livelli di inquinamento più elevati rispetto al Nord Europa. Se questi risultati venissero confermati in contesti più critici, il quadro diventerebbe ancora più allarmante.

Il messaggio che emerge è chiaro: l’ambiente in cui viviamo non è un semplice sfondo neutro, ma un elemento attivo che può incidere profondamente sulla nostra salute neurologica. Per una malattia come la SLA, che oggi non ha una cura risolutiva, ogni fattore di rischio potenzialmente modificabile assume un valore enorme. Ridurre l’esposizione allo smog potrebbe non solo abbassare il rischio di ammalarsi, ma anche rallentare il decorso in chi è già colpito.

Questo apre interrogativi importanti anche sul piano delle politiche pubbliche. Se l’inquinamento atmosferico contribuisce alla neurodegenerazione, allora la lotta allo smog non è solo una questione ambientale o climatica, ma diventa una priorità sanitaria. Le scelte su traffico, industria, riscaldamento urbano e qualità dell’aria hanno un impatto che va ben oltre i polmoni.

Per i pazienti e le famiglie colpite dalla SLA, questi dati possono essere letti in due modi. Da un lato, come l’ennesima conferma di quanto la malattia sia complessa e influenzata da fattori esterni difficili da controllare. Dall’altro, come una possibile leva di prevenzione, un ambito su cui intervenire per ridurre almeno una parte del rischio. Non è una promessa di salvezza, ma una direzione di lavoro.

La ricerca sulla SLA è da sempre una corsa contro il tempo. Ogni nuova evidenza, anche quando non fornisce risposte definitive, contribuisce a costruire un quadro più completo. L’associazione tra smog e malattie del motoneurone non chiude il cerchio, ma aggiunge un tassello fondamentale. E costringe tutti – scienziati, decisori politici, cittadini – a porsi una domanda scomoda: quanto stiamo sottovalutando il prezzo neurologico dell’aria che respiriamo ogni giorno.

In attesa di studi futuri, una cosa appare sempre più evidente. Difendere la qualità dell’aria non significa solo proteggere il cuore e i polmoni. Potrebbe voler dire anche difendere il cervello, i neuroni, la capacità di muoversi, parlare, vivere. E davanti a una malattia come la SLA, questa consapevolezza pesa come un macigno.

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