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Alzheimer, la piccola molecola che “allena” le difese del cervello: perché Sulfavant A potrebbe cambiare la partita

Dalla microglia alle placche amiloidi: la sfida italiana che sposta il baricentro della ricerca, puntando sulle difese innate del cervello senza scatenare infiammazione

Alzheimer, la piccola molecola che “allena” le difese del cervello: perché Sulfavant A potrebbe cambiare la partita

Alzheimer, la piccola molecola che “allena” le difese del cervello: perché Sulfavant A potrebbe cambiare la partita

Una stanza buia, due oggetti, un topo. Dopo qualche ora uno dei due cambia. Se l’animale se ne accorge e torna a esplorarlo, la memoria funziona. Nei modelli di Alzheimer, spesso non succede. Ma quando quel topo viene trattato con Sulfavant A, la curiosità riappare. Non è una scena suggestiva: è un test standard di laboratorio. Eppure racconta bene il punto di rottura di questa ricerca italiana. Perché qui non si tenta l’ennesimo assalto frontale alle placche di beta-amiloide, ma si lavora sulle difese innate del cervello, chiedendo alla microglia di tornare a fare ciò per cui esiste: sorvegliare, ripulire, proteggere.

La molecola si chiama Sulfavant A (SULF A). È un solfolipide di sintesi sviluppato nei laboratori dell’Istituto di Chimica Biomolecolare del CNR. Non è un anticorpo monoclonale e non nasce per “spazzare via” direttamente l’amiloide. Agisce più a monte, modulando il comportamento delle cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale. In particolare si lega a TREM2, un recettore chiave espresso sulla microglia, noto da anni come snodo critico tra protezione e danno neurodegenerativo. Quando TREM2 funziona male – o troppo poco – la microglia perde efficacia; quando è deviata in senso iper-reattivo, contribuisce al danno. SULF A si inserisce qui: non accende l’infiammazione, ma la orienta verso un profilo omeostatico, di sorveglianza attiva e risoluzione.

Il nuovo studio, pubblicato sul Journal of Neuroinflammation e reso definitivo a gennaio 2026, mostra che nei topi Tg2576, uno dei modelli sperimentali più usati per l’Alzheimer, questo approccio funziona. Meno placche, neuroni più protetti, migliori prestazioni nei test di memoria e motivazione. E soprattutto un dato non banale: l’effetto si osserva sia intervenendo prima sia dopo la deposizione amiloide. Un dettaglio che pesa quando si pensa a una futura applicazione clinica.

Il contesto conta. Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sugli anticorpi anti-amiloide. Lecanemab e donanemab, approvati dalla FDA tra il 2023 e il 2024, hanno dimostrato di poter rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali della malattia. Un passo avanti, ma con benefici moderati e costi clinici non trascurabili: monitoraggi continui, rischio di ARIA (edema e microemorragie cerebrali), selezione rigorosa dei pazienti. Da qui la necessità di strategie complementari, capaci di intervenire sull’ecosistema cerebrale senza limitarsi a rimuovere un singolo bersaglio.

È in questo spazio che Sulfavant A diventa interessante. Nei saggi in vitro, la molecola aumenta la capacità fagocitaria della microglia verso l’amiloide-β. Nei modelli animali, favorisce una microglia più ramificata, mobile, efficiente, con aumento di marcatori funzionali come CD68 e CCL2, riduzione di segnali pro-infiammatori come iNOS e un metabolismo cellulare orientato alla protezione. Non una microglia “scatenata”, ma riaddestrata. Gli autori insistono su questo punto: SULF A attraversa la barriera emato-encefalica e modula il tono immunitario senza innescare tempeste citochiniche. Una linea sottile, ma decisiva.

La ricerca è tutta italiana e nasce da una rete solida: CNR-ICB di Pozzuoli, Università di Napoli Federico II, Università Campus Bio-Medico di Roma, IRCCS Fondazione Santa Lucia. Un lavoro di lungo periodo, che affonda le radici nella tradizione della chimica ispirata alla biodiversità marina, dove i solfolipidi hanno già mostrato la capacità di dialogare con i recettori mieloidi. Non un colpo di fortuna, ma una traiettoria coerente. Nelle presentazioni pubbliche, Angelo Fontana ha parlato di rafforzamento dei meccanismi già presenti nel cervello, mentre Marcello D’Amelio ha sottolineato la riduzione delle placche e il miglioramento delle funzioni cognitive. Parole misurate, ma politicamente – e scientificamente – nette.

Va detto con chiarezza: siamo ancora nel preclinico. Nessun dato sull’uomo, nessuna disponibilità come farmaco. Il percorso è lungo e passa da ottimizzazione farmacocinetica, studi tossicologici, trial di fase I e II, con biomarcatori affidabili e pazienti nelle fasi precoci. Anche la prudenza è obbligatoria: la microglia umana è più complessa di quella murina, e modulare a lungo termine l’immunità innata del cervello richiede controlli rigorosi. Ma il segnale c’è, ed è solido.

Il valore di questo lavoro sta soprattutto nel quadro che contribuisce a disegnare. Negli ultimi mesi la microglia è tornata al centro della scena: studi indipendenti mostrano come influenzi l’astroglia reattiva, la diffusione della tau, persino l’innesco di quadri sinucleinopatici. Non è un attore secondario, ma un regolatore dell’equilibrio cerebrale. Intervenire su di essa significa agire su più livelli contemporaneamente. In quest’ottica, SULF A non sostituisce le terapie esistenti: le affianca, aprendo alla possibilità di combinazioni terapeutiche più intelligenti, meno monolitiche.

La lezione è semplice e insieme ambiziosa: l’Alzheimer non si vince colpendo un solo bersaglio. Serve ridurre l’amiloide, contenere l’infiammazione e ripristinare la funzione di custodia del cervello. Sulfavant A è uno dei primi tentativi concreti di farlo con una piccola molecola. Non una promessa miracolosa, ma un tassello credibile. Se i dati clinici confermeranno il segnale, il 2026 potrebbe restare come l’anno in cui una ricerca italiana ha indicato una strada diversa. Più complessa, forse. Ma finalmente più realistica.

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