Cerca

Attualità

Treni e autobus: arriva la stangata. Biglietti più cari, disservizi invariati

Dal 1° luglio nuovi aumenti su treni e bus. La Regione parla di inflazione, ma in sei anni le tariffe salgono del 20%. I pendolari pagano, il Grattacielo incassa e il servizio resta quello che è

Treni e autobus: arriva la stangata. Biglietti più cari, disservizi invariati

Treni e autobus: arriva la stangata. Biglietti più cari, disservizi invariati

C’è un modo elegante per chiamarlo: adeguamento all’inflazione. E poi c’è il modo reale in cui lo vivono pendolari e studenti piemontesi: l’ennesima stangata mascherata da normalità. Dal 1° luglio, infatti, muoversi in Piemonte su treni regionali e autobus extraurbani costerà ancora un po’ di più. Pochi centesimi qua, qualche euro là. Una di quelle notizie costruite apposta per non far arrabbiare nessuno. A patto, però, di fermarsi alla singola voce.

Il problema è che la Regione Piemonte guarda la singola voce, mentre chi paga guarda il totale.
E il totale racconta un’altra storia: quasi +20% sulle tariffe dal 2020 a oggi. Venti per cento in sei anni. Con servizi che non solo non migliorano, ma spesso peggiorano. Un capolavoro di continuità regressiva firmato giunta Cirio, che ha riesumato una norma del 2013 e l’ha trasformata in un bancomat automatico per il sistema dei trasporti: inserisci inflazione, premi il pulsante, aumenta il biglietto. Fine del ragionamento.

Nel dettaglio, dal 1° luglio gli abbonamenti settimanali aumenteranno tra i 10 e i 50 centesimi, i mensili tra 50 centesimi e 2 euro, gli annuali tra 4 e 18 euro. Ritocchi anche sulle corse singole, soprattutto quelle a chilometraggio maggiore, con rincari tra 10 e 20 centesimi. Tutto presentato come indolore, quasi impercettibile. Peccato che la matematica non sia un’opinione: sommando anno dopo anno, il pendolare oggi paga molto di più per ottenere esattamente lo stesso servizio. Quando va bene.

Gli aumenti colpiscono anche gli abbonamenti Formula, quelli che dovrebbero incentivare l’uso integrato di treni, bus e mezzi urbani. Qui il rincaro sarà tra 50 centesimi e 1,50 euro sui mensili e tra 10 e 40 centesimi sui settimanali, a seconda delle zone. Una mano prende, l’altra resta in tasca. Solo i biglietti integrati A e B, validi per una corsa Gtt e una Trenitalia nelle prime due cinture torinesi, restano invariati a 3,90 e 4,60 euro. Un contentino, utile giusto per poter dire che non tutto aumenta. Per ora.

La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: una norma che consente all’Agenzia della mobilità di applicare un incremento fino al 100% dell’inflazione programmata dal governo. Attenzione però: consente, non obbliga. Tant’è vero che durante gli anni dell’amministrazione Chiamparino questo meccanismo era stato congelato. Con l’arrivo della giunta di centrodestra guidata da Alberto Cirio, invece, il congelatore è stato spento senza troppe esitazioni. Dal 2021 in poi, con l’inflazione in crescita, gli adeguamenti sono diventati puntuali, ripetuti, cumulativi. Quest’anno l’aumento medio sarà dell’1,32%, ma negli anni scorsi si è arrivati anche al 5–6%. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quasi +20% in sei anni. Non male, per un servizio pubblico che dovrebbe incentivare la mobilità sostenibile.

Non sorprende quindi che i comitati dei pendolari siano sul piede di guerra. Gli aumenti arrivano in un contesto di disservizi cronici: ritardi, cancellazioni, coincidenze saltate, carrozze vecchie, linee periferiche trattate come un fastidio più che come un diritto. È qui che l’aumento delle tariffe smette di essere una questione tecnica e diventa politica. Perché chiedere di più a chi ogni giorno subisce disagi significa scaricare il costo dell’inefficienza sempre sugli stessi.

Dai banchi dell’opposizione regionale, con Alberto Avetta, è arrivata la richiesta di sospendere almeno temporaneamente questo automatismo, proprio alla luce delle difficoltà vissute dai pendolari. Una richiesta di buonsenso che prova a rimettere al centro una domanda semplice: è giusto aumentare i prezzi senza migliorare il servizio? La risposta della Regione, però, resta immutabile: i conti vanno tenuti in equilibrio. E l’equilibrio, guarda caso, si trova sempre nelle tasche degli utenti.

A rendere il quadro ancora più paradossale c’è l’operazione Piemove, la tessera che consente agli studenti universitari under 26 di viaggiare gratuitamente nelle città capoluogo sede di ateneo. Un investimento da 37 milioni di euro, finanziato con fondi regionali, ministeriali, università e fondazioni bancarie. Le adesioni sono circa 66mila, soprattutto a Torino. Un’iniziativa utile, per carità. Ma anche una foglia di fico, perché mentre una parte degli utenti viene giustamente agevolata, tutti gli altri continuano a pagare di più, senza alcuna compensazione.

Insomma, mentre il Grattacielo racconta gli aumenti come inevitabili e i rincari come fisiologici, il pendolare piemontese continua a essere il vero ammortizzatore sociale del sistema. Paga di più, aspetta di più, protesta di più. E viene ascoltato sempre di meno.
Alla fine il messaggio della Regione è chiarissimo: la mobilità sostenibile va benissimo, purché la paghino sempre gli stessi.

alberto avetta

Alberto Avetta, pd

Tutti sanno che il trasporto locale fa schifo...

Dopo anni di rincari, disservizi e pendolari trattati come una voce di costo da comprimere, il trasporto pubblico piemontese arriva finalmente sul lettino dell’analista. Non per scelta della giunta Cirio, sia chiaro, ma perché persino in Consiglio regionale diventa difficile continuare a far finta di niente. Così, all’esito di una discussione animata sul bilancio di previsione 2026, è stato approvato all’unanimità un impegno proposto dal Partito Democratico, insieme a tutti i gruppi di opposizione, per avviare un approfondimento conoscitivo puntuale sulla situazione del Tpl (Trasporto pubblico locale) in Piemonte.

Un voto unanime che suona più come una presa d’atto collettiva che come una svolta improvvisa: se serve un’analisi così ampia e strutturata, vuol dire che qualcosa non sta funzionando da tempo. A darne notizia sono i consiglieri regionali Nadia Conticelli e Alberto Avetta, che parlano apertamente di un sistema sotto pressione e di una Regione che, dopo sette anni di governo, non può più limitarsi a rincorrere le emergenze.

Sarà la commissione competente a occuparsi del lavoro, fissando incontri e consultazioni che coinvolgeranno tutti e quattro i quadranti regionali, con un calendario e modalità operative già predefinite. Un percorso che, almeno sulla carta, promette di guardare dentro il motore del trasporto pubblico piemontese, senza fermarsi alla carrozzeria.

L’analisi toccherà infatti le risorse nazionali e regionali, gli investimenti, i criteri di riparto territoriale, lo stato delle infrastrutture, i nodi critici, i livelli reali di servizio – quelli vissuti dagli utenti, non quelli raccontati nelle relazioni – oltre alle procedure di gara, ai contratti di servizio, alla sostenibilità economica del sistema, all’accessibilità per le persone con disabilità, al grado effettivo di intermodalità e persino alle prospettive concrete di riattivazione delle linee ferroviarie ancora sospese.

Un elenco lungo, dettagliato, quasi enciclopedico. E viene da chiedersi come mai serva arrivare al 2026 per mettere tutto nero su bianco. Del resto, come osservano Conticelli e Avetta, guasti, ritardi, cancellazioni e disservizi vari, sommati agli aumenti tariffari, si scaricano quotidianamente sui cittadini, in particolare su chi usa il trasporto pubblico per studio e lavoro. Cioè esattamente su quella fascia di popolazione che la Regione dice di voler tutelare, salvo poi presentarle il conto ogni primo luglio.

Il quadro, però, rischia di peggiorare ulteriormente. Perché mentre si annuncia l’ennesima analisi, si profila una nuova riduzione degli investimenti: i nuovi criteri di riparto del Fondo nazionale trasporti penalizzano infatti il Piemonte per circa 25 milioni di euro in meno. Meno risorse, più stress sul sistema, più difficoltà a garantire un servizio dignitoso. Un’equazione semplice, che non richiederebbe grandi studi per essere compresa.

La verità è che dopo sette anni di governo Cirio, il trasporto pubblico piemontese è descritto dagli stessi consiglieri regionali come “chiaramente sotto stress”. Una definizione diplomatica per dire che il sistema arranca, mentre la politica regionale si limita troppo spesso a tamponare, rincarare e annunciare. Da qui la richiesta di un’analisi seria e condivisa, per capire come vengono utilizzate le risorse, prendere atto delle criticità crescenti e soprattutto fare chiarezza sulle scelte necessarie a garantire un servizio efficiente.

Tradotto: dopo anni di gestione, aumenti automatici e pendolari lasciati soli, anche il Consiglio regionale ammette che il Tpl piemontese non regge più la narrazione ufficiale. Ora si studia, si analizza, si approfondisce. Bene. Resta solo da capire se, una volta chiusi i dossier, qualcuno avrà il coraggio di cambiare davvero rotta, oppure se tutto si risolverà nell’ennesimo esercizio di consapevolezza, utile a certificare problemi che i cittadini conoscono già fin troppo bene.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori