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Dai sindaci ai podestà: la svolta autoritaria di cent’anni fa

Con la riforma del 1926 il fascismo cancella l’elezione dei sindaci e svuota i Comuni, aprendo la strada allo Stato autoritario e centralizzato

Dai sindaci ai podestà: la svolta autoritaria di cent’anni fa

Il colonnello medico Tommaso Lanza, futu ro generale, primo podestà di Settimo

La promulgò, un secolo fa, il re Vittorio Emanuele III, ma a volerla fu Benito Mussolini. Si tratta della legge di riforma podestarile per i comuni con meno di cinquemila abitanti. Era il 4 febbraio 1926. Il 3 settembre dello stesso anno, il nuovo ordinamento fu esteso a tutti gli altri comuni. In tal modo, il fascismo inferse il colpo risolutivo alle autonomie e ai poteri locali: fu una tappa determinante verso un sistema gerarchico e accentrato.

Con la riforma del 1926, le competenze che le vecchie leggi comunali e provinciali attribuivano al sindaco, alla giunta e al consiglio passarono a un podestà proposto dal ministro dell’Interno (vale a dire dal prefetto della Provincia) e nominato mediante regio decreto, assistito da consultori municipali e in carica per cinque anni, ma riconfermabile. In sostanza, gli italiani non si sarebbero più recati alle urne per scegliere i pubblici amministratori. Privato del carattere elettivo, il Comune perdeva così il tratto più specifico, acquisito fra mille traversie nel corso di lunghi secoli, a partire dal tardo Medioevo.

Per la nomina podestarile occorrevano i ventuno anni di età, la cittadinanza italiana e il diploma di studi classici o scientifici oppure l’abilitazione tecnica o magistrale (il titolo non era richiesto a coloro che avevano preso parte alla Grande guerra col grado di ufficiale o di sottufficiale «presso truppe in zona di operazione» né a chi era stato sindaco, commissario o segretario comunale per non meno di un anno, «con capacità e competenza amministrativa»). La carica era onoraria e gratuita.

Nel dicembre 1926 s’insediò il podestà di Torino, l’ammiraglio Luigi Balbo Bertone di Sambuy (1873-1945), figlio del conte Ernesto Balbo Bertone, vicepresidente del Senato all’inizio del secolo e sindaco della città dal 1883 al 1886. Due anni più tardi, in qualità di commissario straordinario, lo sostituirà Umberto Ricci (1878-1957), poi prefetto della città, ministro dell’Interno nel primo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio dopo la destituzione di Mussolini. Nel 1929 Torino avrà il suo secondo podestà, il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel (1859-1948), già ministro della Regia marina, presidente del Senato dopo il crollo del fascismo (alla sua famiglia sarà intitolata la frazione Calciavacca di Verolengo, dal 1934 Borgo Revel).

Il grande ammiraglio Paolo Thaon di R evel, il secondo podestà di Torino

Il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, il secondo podestà di Torino

L'ammiraglio Luigi Balbo Bertone di Sambuy, il primo podestà di Torino

L'ammiraglio Luigi Balbo Bertone di Sambuy, il primo podestà di Torino

A Settimo Torinese, invece, la nomina del podestà si fece attendere ancora per qualche tempo, forse perché la prefettura aveva difficoltà a proporre una persona originaria del paese, rispettata, competente, bene accetta alla borghesia delle professioni, dell’industria e dei commerci, non sgradita agli operai. Nel marzo 1927, due rimarchevoli eventi segnarono la vita politica settimese, lasciando intuire che la partita si stava chiudendo. Alla segreteria del locale Fascio di combattimento, la federazione di Torino chiamò l’imprenditore Enrico Destefanis, che apparteneva a una famiglia borghese il cui nome era da epoca immemorabile associato alle fornaci di laterizi. Quindi fu nominato un nuovo commissario prefettizio del Comune, il colonnello medico Tommaso Lanza, monarchico, consigliere e assessore all’epoca delle alleanze liberalcattoliche d’inizio Novecento. Nato a Settimo nel 1869, militare in Abissinia nel 1896, in Cina nel 1900 (spedizione delle potenze occidentali per reprimere la rivolta xenofoba dei Boxers), in Libia nel 1911 e sull’Adamello nella Grande guerra, era un uomo d’ordine, ma non un settario, niente affatto incline al fanatismo politico.

Lanza fu commissario prefettizio per pochissime settimane, il tempo indispensabile perché da Roma giungesse il decreto di nomina a podestà. Non essendo obbligatoria la consulta, poiché il paese non superava i ventimila abitanti (erano 6.268 secondo il censimento del 1921, 8.720 tenendo conto della crescita demografica registrata negli ultimi sei anni), egli si limitò a incaricare Destefanis di rappresentarlo in sua assenza, limitatamente agli atti che non comportassero funzioni deliberative.

Il fascismo si era ormai saldamente insediato anche a Settimo Torinese.

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