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05 Febbraio 2026 - 01:38
Vannacci
Giorgia Meloni governa. Governa davvero. Ma lo fa con il mal di testa cronico, quello che non passa né con la camomilla né con le rassicurazioni di palazzo. Perché guidare il Paese è già complicato di suo; farlo tenendo insieme una maggioranza che somiglia sempre più a una famiglia allargata in causa di separazione è un altro mestiere. E non sempre riesce.
I dossier si accumulano sulla scrivania di Palazzo Chigi come piatti sporchi dopo una cena mal riuscita: Europa, bilancio, PNRR, riforme annunciate e mai digerite fino in fondo. Ma il vero problema della presidente del Consiglio non arriva dai numeri, bensì dalla politica spicciola, quella fatta di alleati che parlano troppo, si muovono male e soprattutto non stanno più al loro posto.
Il primo della lista resta Matteo Salvini. Vicepremier per contratto, leader per consuetudine, ma sempre più capitano di una nave che non risponde ai comandi. La Lega che Meloni si ritrova oggi accanto non è più quella dei tempi d’oro, ma un partito frammentato, nervoso, pieno di mal di pancia e ambizioni represse.
Un partito che non sa più se deve governare o protestare, se deve difendere l’Europa o attaccarla, se deve stare al tavolo o rovesciarlo. Salvini prova a tenere la barra dritta con dichiarazioni quotidiane, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Lega non ha più una linea unica, ma una collezione di linee parallele che non si incontrano mai.
E quando una leadership vacilla, c’è sempre qualcuno pronto a occupare lo spazio lasciato libero. In questo caso Roberto Vannacci.
Il generale, l’uomo del Mondo al contrario, il politico che non chiede permesso e non si scusa. Quello che parla a un pezzo di elettorato che si sente tradito, messo da parte, normalizzato. Vannacci non è più un corpo estraneo, né una semplice spina nel fianco: è diventato un polo politico in costruzione.
Il suo nuovo partito, Futuro Nazionale, è ancora in fasce, ma già abbastanza rumoroso da far tremare i muri della Lega. Perché attorno a Vannacci non si stanno raccogliendo solo like e consensi social, ma nomi, facce, storie politiche che raccontano molto di ciò che sta accadendo a destra.
Ci sono parlamentari leghisti che guardano con interesse alla sua linea dura, senza compromessi. Rossano Sasso, Edoardo Ziello, Domenico Furgiuele: ufficialmente nessuno ha ancora strappato la tessera davanti alle telecamere, ma i segnali sono chiari. E quando i segnali diventano tanti, non sono più coincidenze.
Poi ci sono gli “irregolari”, quelli che orbitano ai margini dei partiti tradizionali. Emanuele Pozzolo, espulso da Fratelli d’Italia e rimasto senza casa politica, osserva. Ascolta. Si avvicina. Perché Vannacci, oggi, rappresenta una seconda possibilità per chi è stato messo alla porta.
E infine c’è lui. Mario Borghezio.
Il nome che da solo vale un titolo. Lo storico leghista, l’ex eurodeputato, l’uomo che per anni ha incarnato l’anima più ruvida, identitaria e controversa del Carroccio. Borghezio è tornato. O meglio: si è messo a disposizione. Per Vannacci. Per Futuro Nazionale. Per guidare la struttura piemontese del nuovo movimento.
Un ritorno che ha il sapore della vendetta politica. Borghezio era stato accompagnato gentilmente alla porta dalla Lega salviniana. Oggi rientra dalla finestra, portando con sé tutto ciò che Salvini cercava di archiviare: radicalità, nostalgia, scontro frontale.
E non è solo una questione di correnti sotterranee o di malumori non detti. Perché Roberto Vannacci, ormai, non si limita più a incarnare un’alternativa silenziosa dentro o ai margini della Lega. Vannacci parla, accusa, colpisce. E lo fa direttamente contro Matteo Salvini.

Negli ultimi interventi pubblici il generale non ha usato giri di parole. Ha parlato apertamente di tradimento politico, accusando la Lega di aver annacquato le proprie posizioni storiche su temi che per una parte dell’elettorato non sono negoziabili: politica estera, famiglia, lavoro, sovranità. Secondo Vannacci, il Carroccio avrebbe sacrificato identità e coerenza sull’altare della permanenza al governo, scegliendo la strada del compromesso permanente invece di quella della battaglia politica.
Durante una tappa a Bologna, Vannacci lo ha detto senza mezzi termini: la sua è una strada autonoma, deliberatamente non più legata alla moderazione del centrodestra tradizionale. Un messaggio chiarissimo, rivolto tanto all’elettorato quanto ai dirigenti leghisti: chi vuole seguirlo sa che qui non si fanno sconti.
Parole che nella Lega sono arrivate come una bomba a mano.
La reazione di Matteo Salvini non si è fatta attendere ed è stata tutt’altro che diplomatica. Il leader leghista ha liquidato Vannacci definendolo “ingrato”, parlando di uno strappo definitivo e archiviando la vicenda come un “capitolo chiuso”. Traduzione politica: nessuna trattativa, nessun rientro, nessuna ambiguità. Ma quando un leader sente il bisogno di chiudere pubblicamente un capitolo, di solito è perché quel capitolo continua a fare rumore.
Ancora più esplicito Luca Zaia, che ha messo il dito nella piaga senza troppi complimenti: «È stato un errore imbarcare Vannacci nella Lega», ha detto, sottolineando come il generale non abbia mai mostrato spirito di squadra. Un giudizio politico severo, che certifica come la frattura non sia più personale ma strutturale.
E come se non bastasse, allo strappo nazionale se ne aggiunge uno europeo. Secondo fonti interne, dopo l’addio alla Lega Vannacci è stato escluso dal gruppo dei Patrioti per l’Europa al Parlamento europeo. Un passaggio tutt’altro che simbolico: significa isolamento politico a Bruxelles e, allo stesso tempo, radicalizzazione ulteriore del progetto vannacciano, sempre più sganciato dai perimetri istituzionali tradizionali.
L’impatto politico di questa rottura è tutt’altro che secondario. La fuoriuscita – reale o potenziale – di Vannacci rischia di erodere consensi alla Lega, soprattutto tra l’elettorato più radicale, identitario e sovranista, quello che già guarda con sospetto alla partecipazione al governo. Un pezzo di voto che potrebbe scegliere di seguire il generale, contribuendo a ridisegnare gli equilibri della destra italiana in vista delle politiche del 2027.
E non è detto che Vannacci resti solo. Alcuni esponenti leghisti a lui vicini, come Stefano Valdegamberi, stanno valutando se fare il salto e seguirlo nel nuovo progetto. Per ora nessuna decisione ufficiale, ma il semplice fatto che se ne parli basta a tenere alta la tensione dentro un partito già attraversato da troppe faglie.
È per questo che la rottura pesa così tanto. Perché arriva dopo che Vannacci era stato vice-segretario della Lega, non un comprimario ma una figura di rilievo. Perché accende e radicalizza il dibattito interno sulla direzione del centrodestra. E perché frammenta il voto sovranista, sottraendolo alla Lega mainstream e aprendo uno spazio politico nuovo, instabile e potenzialmente esplosivo.
Per Giorgia Meloni questo è il vero campanello d’allarme. Perché una Lega che si divide su Vannacci non è più un alleato affidabile, ma una variabile impazzita. E un Salvini indebolito è anche un Salvini più imprevedibile, più polemico, più tentato di alzare la voce per compensare la perdita di controllo.
Ed è qui che a Palazzo Chigi si comincia a ragionare di contromosse. Non dichiarate, non ufficiali, ma politicamente pesantissime. Una di queste porta un nome che fino a poco tempo fa sembrava impronunciabile nel centrodestra: Carlo Calenda.
Il leader di Azione, rimasto orfano del Terzo Polo e sempre più isolato, è improvvisamente tornato interessante. Non per affinità ideologica, ma per utilità politica. L’idea che circola nei palazzi è tanto semplice quanto spregiudicata: aprire un varco a Calenda, offrirgli spazio, centralità, prospettiva.
E la prospettiva sarebbe Roma. La candidatura a sindaco della Capitale come moneta di scambio. Un Calenda candidato, sostenuto da un’area moderata, europeista, istituzionale, sarebbe il modo più elegante per riequilibrare la maggioranza, ridurre il peso della Lega e neutralizzare l’effetto Vannacci.
Un colpo a più bersagli. Salvini indebolito, Vannacci contenuto, Bruxelles rassicurata. Naturalmente l’operazione è rischiosa. Calenda non è uomo facile, Roma è una trappola politica e le promesse, in politica, durano spesso meno di un ciclo di notizie. Ma quando la stabilità vacilla, anche le mosse azzardate diventano razionali.
Perché oggi il vero problema di Giorgia Meloni non è l’opposizione. È il fuoco amico. È una destra che governa ma non è pacificata. È una Lega che si guarda allo specchio e non si riconosce più. È un generale che marcia in direzione ostinata e contraria, seguito da vecchi leoni e nuovi scontenti.
E mentre tutti parlano di stabilità, nei fatti la politica italiana è di nuovo un grande gioco di posizionamenti, promesse sussurrate, candidature usate come leve. E Roma, ancora una volta, rischia di diventare la pedina più pesante sulla scacchiera.
Insomma, governare è una cosa. Governare tenendo insieme Salvini, Vannacci, Borghezio e gli equilibri europei è tutta un’altra storia. E Giorgia Meloni, questo, lo sa benissimo.
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