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Hanno ucciso Saif al-Islam Gheddafi. Commando, telecamere spente

La Procura di Tripoli ha aperto un’inchiesta per omicidio dopo l’autopsia: quattro uomini mascherati avrebbero disattivato la videosorveglianza prima di sparare. Nessun sospettato ufficiale, tensione tra milizie e poteri paralleli

Hanno ucciso Saif al-Islam Gheddafi. Commando, telecamere spente

Hanno ucciso Saif al-Islam Gheddafi. Commando, telecamere spente

La porta sul retro dell’abitazione era socchiusa. Nel primo pomeriggio del 3 febbraio 2026, ad Al Zintan, quattro uomini con il volto coperto sono entrati nella villa dove Saif al-Islam Gheddafi, 53 anni, soggiornava in modo intermittente. Secondo le prime ricostruzioni investigative, gli assalitori hanno disattivato il sistema di videosorveglianza intervenendo sul quadro elettrico. Pochi minuti dopo, nel giardino dell’abitazione, Saif al-Islam è stato ucciso con colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Non ci sono state rivendicazioni. Non ci sono, al momento, nomi. Solo una scena del crimine che parla di preparazione, conoscenza del luogo e tempistiche precise.

La notizia ha attraversato rapidamente la Libia e le cancellerie internazionali, perché la figura colpita non era solo il figlio dell’ex leader Muammar Gheddafi, ma un simbolo ancora attivo in un sistema politico frammentato, sospeso da oltre quindici anni tra istituzioni incomplete e poteri armati paralleli.

Le prime conferme sono arrivate dall’entourage della vittima. L’avvocato Marcel Ceccaldi ha riferito di un “commando di quattro persone” entrato in azione con modalità coordinate. Il consigliere politico Abdullah Othman Abdurrahim ha aggiunto il dettaglio della disattivazione preventiva delle telecamere. Informazioni coerenti con quanto successivamente riscontrato dagli investigatori sul posto e rilanciate da media locali e internazionali. Il corpo è stato ritrovato con ferite compatibili con un’esecuzione mirata. Non risultano, allo stato, altre vittime o feriti.

Nelle ore successive, la Procura generale libica ha annunciato l’apertura formale di un’indagine per omicidio. Una squadra composta da investigatori e medici legali è stata inviata ad Al Zintan, dove sono stati effettuati i primi rilievi tecnico-scientifici e l’autopsia. In una nota ufficiale, l’ufficio del procuratore ha confermato che la morte è stata causata da colpi d’arma da fuoco e che sono in corso l’ascolto di testimoni e l’analisi dei sistemi di sicurezza dell’abitazione. L’obiettivo dichiarato è ricostruire la dinamica completa dell’attacco e individuare eventuali responsabilità, comprese quelle legate alla fase preparatoria.

Al momento, la formula utilizzata dalle autorità resta quella di “assalitori ignoti”. Alcune voci circolate sui social media e su canali non ufficiali hanno ipotizzato il coinvolgimento di specifiche formazioni armate attive nell’ovest del Paese. Tali ipotesi sono state respinte dai diretti interessati. In particolare, la 444ª Brigata, legata al Governo di Unità Nazionale (Gnu) di Tripoli, ha smentito qualsiasi presenza o operazione nell’area. Nessuna pista è stata pubblicamente confermata dagli inquirenti.

La reazione istituzionale è arrivata anche dal piano politico. Il presidente del Consiglio presidenziale, Mohamed Menfi, ha invitato alla “massima moderazione”, chiedendo di attendere l’esito delle indagini ed evitando strumentalizzazioni. Un appello che riflette la fragilità del contesto: la Libia resta divisa tra il Governo di Unità Nazionale guidato da Abdul Hamid Dbaibah a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e l’amministrazione orientale che fa capo al generale Khalifa Haftar, con centro a Bengasi. In mezzo, un mosaico di milizie locali, alleanze tribali e interessi economici che rendono ogni evento di questo tipo potenzialmente destabilizzante.

Sul piano regionale, la Commissione dell’Unione Africana ha condannato l’uccisione e ha chiesto un’inchiesta “credibile e trasparente”, richiamando la necessità di risolvere le divergenze politiche attraverso strumenti legali. Una presa di posizione che sottolinea come la vicenda non sia percepita come un fatto isolato, ma come un test per la capacità dello Stato libico di esercitare funzioni basilari di giustizia.

Per comprendere il peso dell’accaduto è necessario tornare alla figura di Saif al-Islam Gheddafi. Negli anni Duemila era stato presentato come il volto riformista del regime: formatosi nel Regno Unito, legato alla London School of Economics, aveva curato dossier sensibili come il riavvicinamento con l’Occidente e gli accordi sui risarcimenti per l’attentato di Lockerbie. Nel 2011, durante la rivolta contro il regime paterno, la sua posizione si era radicalmente trasformata. I suoi discorsi a difesa del potere di Muammar Gheddafi e la minaccia di reprimere gli insorti avevano segnato una rottura definitiva con l’immagine del riformatore.

Nello stesso anno, la Corte Penale Internazionale (CPI) aveva emesso un mandato di arresto nei suoi confronti per crimini contro l’umanità, con accuse di omicidio e persecuzione legate alla repressione della rivolta. Catturato a Al Zintan mentre tentava di fuggire verso il Niger, Saif al-Islam era rimasto detenuto fino al 2017, quando aveva beneficiato di un’amnistia. Nel 2015 era stato condannato a morte in un processo molto contestato. Da allora aveva vissuto in una condizione ambigua: formalmente libero, ma legato a territori controllati da milizie.

Nel 2021, in vista delle elezioni presidenziali poi rinviate, aveva annunciato la propria candidatura, riaprendo fratture politiche e giudiziarie mai sanate. Per una parte della popolazione rappresentava una possibile figura di stabilizzazione; per altri, il ritorno di un passato incompatibile con qualsiasi transizione credibile. Lo stallo elettorale ha congelato quel confronto, ma non ha cancellato il suo ruolo simbolico.

La sua uccisione chiude anche un capitolo giudiziario internazionale senza processo. Finché Saif al-Islam era in vita, la questione della sua consegna alla Corte Penale Internazionale restava aperta. Con la sua morte, viene meno la possibilità di un accertamento giudiziario pieno sulle sue responsabilità personali, lasciando irrisolto uno dei nodi centrali della giustizia post-2011 in Libia.

Dal punto di vista investigativo, restano diversi interrogativi. La dinamica dell’attacco suggerisce una pianificazione accurata e l’accesso a informazioni sensibili sulla sicurezza dell’abitazione. Gli inquirenti stanno verificando se gli assalitori abbiano avuto supporto logistico o complicità interne, se le armi utilizzate possano essere ricondotte a specifici circuiti e se vi siano state minacce o movimenti sospetti nelle ore precedenti l’omicidio. I rilievi balistici e l’analisi delle tracce raccolte saranno determinanti per trasformare le ricostruzioni in elementi probatori.

Nel breve periodo, non si sono registrate rappresaglie dirette collegate all’assassinio. Tuttavia, osservatori locali e internazionali segnalano il rischio di strumentalizzazioni politiche e di campagne di disinformazione. In un Paese dove il controllo del territorio è frammentato e le catene di comando sono spesso opache, anche il silenzio di alcune milizie viene letto come un segnale.

L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi non chiude una stagione della storia libica. La riapre, ponendo nuovamente al centro questioni irrisolte di sicurezza, legittimità e giustizia. Le indagini in corso diranno se lo Stato sarà in grado di individuare responsabilità e ricostruire i fatti senza cedere a pressioni. Fino ad allora, resterà l’immagine di un’azione condotta in pochi minuti, con sistemi di sicurezza disattivati e colpi esplosi con precisione, in una città che da anni rappresenta uno dei simboli della Libia post-2011.

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