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04 Febbraio 2026 - 15:56
Pietro Grasso
Pietro Grasso non è uno di quei nomi che passano e basta. È una figura che racconta un pezzo di Italia, quella che ha scelto di non piegarsi. Giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa Nostra, poi Procuratore Nazionale Antimafia e infine Presidente del Senato, Grasso ha attraversato decenni di battaglie istituzionali portandosi addosso il peso di una scelta netta: stare dalla parte dello Stato, anche quando farlo significa rinunciare a una vita normale.
Una scelta che non riguarda mai soltanto chi la compie. La sua storia è anche quella della sua famiglia, e in particolare di Maria, sua moglie, la persona che più di tutte ha condiviso conseguenze e paure. È lo stesso Grasso a raccontare che fu lei a spingerlo ad accettare l’incarico nel Maxiprocesso, dicendogli che avrebbero affrontato tutto insieme, sempre. Non una frase da cerimonia, ma una promessa concreta, fatta sapendo cosa significava.
C’è poi la dimensione più intima, quella di padre. Le minacce rivolte a suo figlio Maurilio avrebbero potuto fermare chiunque. Lui no. Ha continuato, pagando un prezzo alto, vivendo per anni sotto scorta e imparando a convivere con limitazioni che non si vedono nei titoli, ma che cambiano la quotidianità: niente libertà, niente leggerezza, nessuna normalità data per scontata.
Grasso ha lavorato a lungo accanto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e per una coincidenza non si è trovato sulla stessa traiettoria di morte che li ha travolti. Quel giorno, nell’auto con Falcone, ci sarebbe dovuto essere anche lui. Se gli si chiede perché sia rimasto vivo, Grasso risponde con una semplicità che pesa più di molte analisi: probabilmente doveva andare avanti per raccontare la loro storia e portare avanti il loro credo. È quello che fa ancora oggi, con ostinazione e lucidità.
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Non a caso la sua Fondazione si chiama “Scintille di futuro”, un nome che è già un messaggio. Promuove la cultura della legalità, la memoria delle vittime di mafia e l'impegno civico, soprattutto tra i più giovani. E dentro quel nome c’è anche un simbolo personale, ovvero l’accendino che Falcone gli regalò e che Grasso porta sempre con sé, come una presenza silenziosa, come un modo per non dimenticare.
A Chivasso il suo arrivo ha avuto il sapore delle occasioni rare. Non per la retorica, ma per la sostanza: ascoltarlo parlare significa capire che dietro un curriculum imponente c’è un uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Il 2 febbraio, al Teatrino Civico, ha presentato la graphic novel “Da che parte stai? Tutti siamo chiamati a scegliere”, scritta con Alessio Pasquini. Il ricavato viene devoluto alla Fondazione e il racconto della sua vita passa attraverso lo sguardo del figlio. Una scelta narrativa che rende tutto più vicino, più comprensibile, soprattutto per chi è giovane.
Ed è proprio ai giovani che Grasso si rivolge con maggiore urgenza. Perché, spiega, la mafia di oggi non è più soltanto quella delle stragi e delle pistole, è una mafia che ha cambiato pelle. È arrivata anche al Nord, ha scelto una strategia diversa, più efficace e più difficile da riconoscere: l’invisibilità. Non fa rumore, non sempre minaccia, ma si infiltra nell’economia legale, dove circola denaro, dove ci sono appalti, affari, possibilità di profitto.
In questo scenario, il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine resta decisivo, ma non basta. Grasso lo dice chiaramente: anche i cittadini hanno un compito. Possono togliere consenso alle mafie con scelte quotidiane, rifiutando scorciatoie, favori, illegalità “piccole” che spesso sono l’inizio di qualcosa di più grande. L’invisibilità, avverte, rende tutto più subdolo, e proprio per questo serve attenzione, collaborazione, responsabilità.
Lo stesso vale per la politica. Chi è stato eletto per rappresentare la comunità deve scegliere da che parte stare ogni giorno, senza ambiguità. Perché la storia non cambia da sola. Cambia soltanto quando ciascuno decide di fare la propria parte.

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