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Corgiat si iscrive al Pd. Parte la crociata contro i "sorrisetti"

Tutti ammettono che amministrava meglio. Ma nell’era dei sorrisi e dei comunicati rassicuranti, criticare Elena Piastra è diventato di cattivo gusto

Corgiat si iscrive al Pd. Parte la crociata contro i "sorrisetti"

Corgiat si iscrive al Pd. Parte la crociata contro i "sorrisetti"

Una bomba politica che rimbalza da una pagina all’altra e scuote, eccome, il centrosinistra settimese. Aldo Corgiat, l’ex sindaco, torna a parlare dalle colonne de La Nuova Periferia e a Settimo succede una cosa curiosa, quasi tenera: tutti sanno che ha ragione. Tutti ammettono che Corgiat è stato un sindaco migliore. Lo dicono sottovoce, al bar, in fila dal panettiere, con quell’aria da “eh, però…”.

Sanno che Elena Piastra non sta amministrando bene. Sanno che la città annaspa, che le scelte strategiche mancano, che si vive più di racconto che di risultati. Sanno tutto. Hanno capito tutto. Poi però guardano il presente, incrociano i sorrisetti della sindaca, e lì succede il miracolo: le concedono tutto. Perché criticare è faticoso, sorridere insieme è più comodo.

E allora a cosa serve questa intervista? Serve eccome. Perché è una presa di posizione netta, lucida e profondamente fastidiosa. Ricorda a una città intera che non si vive di soli sorrisi, che governare non è solo comunicare bene, che la politica non è solo dire che va tutto bene, che non basta un post dietro l’altro su Facebook, ben condito dai like delle truppe cammellate. Insomma ogni tanto qualcuno dovrebbe anche disturbare la quiete. 

Corgiat entra in scena senza troppi preamboli: «Sì, sto pensando di rifare la tessera del Pd». Non è un annuncio, è una provocazione bella e buona. Tutti sanno cosa significa: non un ritorno romantico. Significherà parlare sul serio. E parlare sul serio, oggi, a Settimo, è considerato di cattivo gusto. Meglio restare tutti d’accordo, o almeno far finta.

Corgiat non parla da ex inacidito, ma da ex sindaco che ricorda una politica fatta di scontri veri, di discussioni interminabili, di scelte impopolari. Insomma, roba faticosa. Tutto l’opposto dell’era Piastra, dove la politica è diventata gentile, educata, sempre con il tono giusto. Un’era in cui, anche quando qualcosa non funziona, lo si dice col sorriso. O, in alternativa, si spiega che la colpa è di qualcun altro. Delle Poste, di Smat, di GTT, di Trenitali, di Enel, di Seta ecc…. E se lo dici col sorriso, a Settimo, passa tutto.

Corgiat parla anche dell’ospedale e delle scelte strategiche del socio che non c’è. Il sottotesto è sempre lo stesso: Piastra racconta molto, incide poco. Racconta bene, è rassicurante, non crea ansia. E questo a molti basta. Perché in fondo le si perdona tutto: le promesse mancate, le battaglie annunciate e mai vinte, le decisioni subite. Basta che siano accompagnate da un sorriso istituzionale e da un comunicato scritto come si deve.

La verità è che tutto ruota sulla tessera Pd. E’ quello il vero colpo basso. Se Aldo Corgiat davvero rientrasse, riporterebbe nel partito quella fastidiosa abitudine a discutere, a contraddirsi, a ricordare che il Pd non nasce per essere un comitato elettorale di Elena Piastra, oggi a candidata a sindaca, domani a candidata a Roma o a Torino. E questo, nell’era della concordia obbligatoria, è quasi rivoluzionario.

Insomma il dito di Corgiat è puntato su una città che ha smarrito il confronto, di un’amministrazione che ha trasformato la politica in gestione tecnica e comunicazione continua.  

Il dopo Piastra...

Succede a Settimo Torinese, lontano dai comunicati ufficiali, dai sorrisi istituzionali e dalle foto di gruppo con sfondo neutro. Succede dietro le quinte, dove la politica torna a essere quella vera: fatta di incontri formali e informali, alleanze che nascono non per affetto, ma per necessità.

Aldo Corgiat si iscriverà al Pd. Non “forse”, non “vedremo”. È certo. E no, non sarà un gesto nostalgico, non sarà il ritorno del padre nobile che passa a salutare. Sarà un atto politico preciso, chirurgico. E infatti, prima ancora della tessera, c’è già stato il rito fondamentale della politica italiana: l’incontro al bar. Torino, tavolino defilato, caffè che diventa strategia. Con chi? Con Caterina Greco.

I due fanno politica da abbastanza tempo da sapere una regola non scritta ma infallibile: quando non riesci a distruggere il tuo avversario, lo trasformi in alleato. È successo così. Nessun colpo di fulmine, nessuna amicizia ritrovata. Piuttosto un’intesa fredda, razionale, quasi inevitabile. L’obiettivo non è nascosto, anzi è dichiarato: il dopo Piastra. Greco ha dato il lasciapassare a Corgiat e Corgiat ha ammesso che lei, oggi, chissà domani, ha tutte le carte in regola per governare la città.

Insomma, se in superficie Elena Piastra continua a governare a colpi di comunicati rassicuranti e sorrisi ben calibrati, sotto si muove altro. Piastra, dicono tutti, vorrebbe piazzare Umberto Salvi. Lo ha solo pensato e lo ha già bruciato. Salvi, infatti, essendo Salvi, farebbe Salvi: proseguirebbe sulla stessa linea, subendo – con disciplina – i suoi "consigli". Una continuità perfetta che i più non riuscirebbero a digerire. Talmente perfetta che sembrerebbe telecomandata e la politica, quella vera, raramente ama le successioni dinastiche. E infatti lo scenario si affolla. C’è Daniele Volpatto, ex assessore, oggi presidente di Sat, riferimento della corrente Schlein e quindi in pole position. C’è Luca Rivoira, che gravita nell’orbita del clan Avetta–Canalis, oggi sempre più vicino a Giorgio Gori. Tutti si muovono, tutti parlano, tutti prendono posizione. Nessuno ufficialmente, sia chiaro. Ma tutti molto attentamente.

È un Pd che improvvisamente si riscopre vivo, plurale, perfino conflittuale. Un Pd che torna a fare ciò che negli ultimi anni a Settimo era diventato quasi sconveniente: discutere, dividersi, pensare al futuro senza chiedere il permesso a Elena Piastra..

Cosa succederà? È ancora presto per dirlo. Le tessere non sono ancora tutte in tasca, le correnti non hanno ancora svelato le carte fino in fondo, i sorrisi pubblici continuano a coprire i malumori privati. Ma una cosa è certa: l’era della concordia obbligatoria sta per finire. Alleluia, alleluia. E quando scricchiola, di solito, qualcosa si rompe.

Insomma, a Settimo il sipario è ancora alzato sulla rappresentazione ufficiale. Ma dietro, nel retropalco, gli attori si stanno già preparando per un’altra scena. E se le premesse sono queste, una cosa si può dire senza timore di smentita: se ne vedranno delle belle.

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