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04 Febbraio 2026 - 10:09
Gli scontri a Torino e, nel cerchio, l'assessore Fabrizio Debernardi
A Chivasso la polemica politica di questi giorni nasce da Torino, ma si gioca tutta in città. Il punto non è solo ciò che è accaduto sabato 31 gennaio nel capoluogo, durante la manifestazione pro Askatasuna finita in tensioni e scontri con le forze dell’ordine. Il punto, per i gruppi di minoranza, è un altro: la presenza in piazza dell’assessore Fabrizio Debernardi (Sinistra Italiana) e le parole che ha scritto dopo sui social.
A muoversi, questa volta, non è un singolo gruppo ma tutto il blocco dell’opposizione di centrodestra e civica: Forza Italia con le consigliere Clara Marta ed Emanuela Tappero, Fratelli d’Italia con il consigliere Enzo Falbo, il gruppo Per Chivasso con Bruno Prestìa e Amo Chivasso e le sue Frazioni con Matteo Doria. La linea è condivisa e il tono è netto: “Violenza annunciata, complicità politica e doppia morale: Chivasso non può voltarsi dall’altra parte”.
Dicono dall’opposizione che quanto successo a Torino non sia stato un incidente imprevedibile, ma un rischio già evidente. “Quanto accaduto a Torino durante il corteo pro Askatasuna non è stato un episodio casuale. È stato un fatto annunciato e prevedibile”, scrivono i consiglieri, sostenendo che “da giorni era noto il rischio di scontri” e che, nonostante questo, si sia arrivati comunque a una manifestazione che — nella loro lettura — non poteva essere trattata come un evento neutro.
Nella ricostruzione dei firmatari, Askatasuna non è semplicemente un luogo simbolico della galassia antagonista torinese, ma “il simbolo di una tolleranza sistemica verso l’illegalità”. E insistono su un concetto: le cause cambiano, ma i metodi restano. “Cambiano le cause – Palestina, lotta al Governo, diritti sociali, No Tav – ma il metodo resta sempre lo stesso: scontro, tensione, odio verso le istituzioni e verso le forze dell’ordine”.
Da qui la critica politica più diretta: “Chi partecipa consapevolmente a manifestazioni annunciate come ‘ad alto rischio di violenza’ non è neutrale: si assume una responsabilità politica piena”. E aggiungono: “Non esiste un ‘condanno, però’. Quel ‘però’ è già una giustificazione”. Un passaggio che, nelle intenzioni della minoranza, serve a fissare un confine: condannare la violenza non basta, se poi si resta dentro un contesto che la rende possibile o la giustifica.
Poi l’affondo su Chivasso. I consiglieri scrivono che Torino non può essere trattata come un episodio distante: “Non stiamo parlando di Torino come se fosse un mondo a parte. Quanto accaduto riguarda anche noi”. E spiegano perché: “Perché dinamiche come ambiguità, giustificazionismo e tolleranza verso l’illegalità esistono anche a Chivasso”.
Il nome, a quel punto, arriva subito. Attaccano l’assessore Fabrizio Debernardi, sostenendo che abbia partecipato alla manifestazione torinese e che questo, per un amministratore pubblico, non possa essere liquidato come una scelta privata. “Qui una parte della maggioranza, e in particolare l’Assessore Debernardi, ha partecipato alla manifestazione, consapevole della violenza che sarebbe scaturita, rendendosi politicamente complice”, scrivono.
La critica non si ferma alla presenza in piazza. I consiglieri contestano anche l’interpretazione politica espressa dopo. Secondo la minoranza, Debernardi avrebbe “spostato la responsabilità dallo Stato a chi pratica violenza e illegalità” e sarebbe arrivato “di fatto a normalizzare l’occupazione abusiva”.
Il riferimento è al post pubblicato dall’assessore, che ha commentato così la giornata: “Askatasuna vuole dire libertà. Migliaia di persone oggi a Torino manifestano per la libertà di pensiero. Fino ad ora tutto bene, è una grande festa”. Poi ha aggiunto: “Ma se lasciavano le cose come erano, cioè con un centro sociale che faceva attività per il quartiere, non succedeva nulla”. E ancora: “La violenza chiama violenza e le istituzioni hanno il dovere di scongiurare questi fenomeni”. Con una chiusura che sposta il discorso sul clima politico generale: “Invece siamo in un momento storico nel quale il dissenso va soffocato con la brutalità”.
Parole che l’opposizione legge in modo opposto. Nella loro risposta, i consiglieri sostengono che dire che lo Stato avrebbe dovuto “lasciare le cose come erano” significhi contestare l’intervento pubblico, invece che l’occupazione abusiva. “Dire che ‘lo Stato avrebbe dovuto lasciare l’immobile a disposizione’ significa questo: non condannare l’occupazione, ma contestare lo Stato perché prova a far rispettare le regole”, scrivono.
E rincarano: “È un vulnus gravissimo: il problema non sarebbe chi occupa abusivamente da trent’anni, ma lo Stato che interviene”. Per la minoranza, questa impostazione porta a un effetto concreto: “È così che si legittima la filiera del disordine: si condanna la violenza a parole, ma si giustifica la premessa che la rende possibile”.
Dentro la polemica chivassese, però, c’è anche un altro elemento che i consiglieri vogliono mettere in evidenza: la coerenza. Parlano apertamente di “doppia morale” e riportano un episodio di Consiglio comunale: “Parliamo dello stesso Assessore che, in Consiglio Comunale, quando Forza Italia – Clara Marta ed Emanuela Tappero chiesero un minuto di silenzio dopo la morte del Presidente Silvio Berlusconi, si alzò indignato prendendo platealmente le distanze”.
Secondo i firmatari, è lo stesso assessore che oggi sceglie di partecipare a un corteo che ruota attorno a un centro sociale occupato da decenni e a una piazza che — sostengono — era già indicata come potenzialmente esplosiva. “È lo stesso Assessore che oggi sceglie di sfilare e legittimare un contesto che ruota attorno a realtà abusivamente occupate da trent’anni e a piazze in cui la violenza era annunciata”. E tirano la riga: “Questa non è coerenza. È doppia morale”.
Il ragionamento dei consiglieri, da qui in avanti, si allarga al tema della legalità come principio generale. Dicono dall’opposizione che il problema sia la normalizzazione dell’idea che le regole possano diventare facoltative se la causa “sembra giusta”. Lo scrivono così: “Se passa l’idea che l’illegalità sia tollerabile quando la causa ‘sembra giusta’, allora la legge diventa facoltativa”. E aggiungono: “Con questa logica, ognuno può decidere quali regole rispettare”.
La minoranza sostiene che non sia più tempo di ambiguità: “Oggi non è più tempo di ambiguità. Chi ha ruoli pubblici non può dire ‘condanno’ e poi rendere tutto accettabile”. E mette sul tavolo una domanda secca: “State dalla parte dello Stato di diritto, delle regole e di chi garantisce sicurezza e libertà? oppure state dalla parte di chi giustifica l’illegalità, legittima l’occupazione abusiva e finisce per coprire la violenza politica?”.
Nel finale, i consiglieri insistono anche su un altro fronte già caldo nel dibattito cittadino: la gestione dei simboli e delle memorie. Scrivono: “La stessa rigidità ostentata su simboli e memorie scomode – come nel caso di Norma Cossetto e del Giorno del Ricordo – diventa improvvisamente indulgenza quando si parla di occupazioni abusive e piazze ad alto rischio di violenza”. È il modo con cui provano a tenere insieme episodi diversi sotto un’unica accusa: la “doppia misura”.
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