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Lo zaino della Memoria resta vuoto

A Rivarolo Canavese la Giornata della Memoria si celebra con discorsi e metafore suggestive, ma ai ragazzi non viene lasciato nemmeno un libro. A riempire davvero lo “zaino del sapere” ci pensa un ex consigliere, di tasca propria

Lo zaino della Memoria resta vuoto

Lo zaino della Memoria resta vuoto

C’è un’immagine che martedì 27 gennaio, durante le celebrazioni ufficiali della Giornata della Memoria a Rivarolo Canavese, ha dominato la scena più di ogni altra. Suggestiva, evocativa, quasi da manuale di retorica istituzionale ben confezionata: la Memoria come “uno zaino” da riempire nel corso della vita. A lanciarla dal palco è stato il sindaco Martino Zucco Chinà, rivolgendosi agli studenti presenti con il tono solenne delle grandi occasioni.

Uno zaino che – nelle intenzioni – dovrebbe colmarsi di conoscenza, esperienza, confronto, senso critico. Uno zaino che accompagna l’essere umano dall’infanzia alla maturità, crescendo insieme a lui, stratificando consapevolezze, domande, anticorpi contro l’ignoranza e la manipolazione. Tutto molto bello. Tutto molto giusto. Tutto molto… immateriale.

Perché, una volta spenti i microfoni e conclusa la cerimonia, quello zaino evocato con tanta enfasi è tornato nelle classi vuoto. Vuoto davvero. Senza un libro, senza un testo, senza un oggetto concreto che aiutasse quei ragazzi a portarsi dietro, oltre alle parole ascoltate in piazza, qualcosa che restasse. Qualcosa da aprire, leggere, rileggere, discutere. Qualcosa che pesasse, anche fisicamente, dentro quello zaino tanto celebrato.

Il comunicato ufficiale del Comune, diffuso poche ore dopo, racconta una mattinata partecipata e ordinata: amministratori, assessori, consiglieri comunali, rappresentanti dell’ANPI, associazioni cittadine, numerose classi delle scuole primarie e secondarie di primo grado. Tutti presenti. Tutti in fila. Tutti correttamente citati.

Tutti schierati, ordinatamente, davanti al totem dedicato a Elena Colombo, la bambina di dieci anni rimasta sola nella Shoah, deportata e uccisa nel 1943 nel campo di sterminio di Auschwitz. Una storia terribile, che colpisce ancora più a fondo perché intrecciata con il territorio: la permanenza di alcuni mesi della famiglia Colombo a Rivarolo, prima che la macchina dello sterminio nazista cancellasse ogni cosa. Una vicenda che merita rispetto, profondità, attenzione. E soprattutto strumenti adeguati per essere compresa davvero.

Nel suo intervento, il sindaco ha insistito sull’importanza del senso critico, sull’arricchimento progressivo della conoscenza come antidoto alle interpretazioni distorte della storia e alle strumentalizzazioni, non solo del passato ma anche del presente. Un discorso condivisibile, che chiunque firmerebbe senza esitazioni. Peccato che, quando si passa dalle parole agli strumenti concreti per costruire quel senso critico, la teoria si fermi prima della pratica.

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A proseguire nelle riflessioni è stata la vicesindaca Marina Vittone, con delega a Istruzione e Cultura. Ha richiamato giustamente il valore dello studio della storia, soprattutto quando calata nel contesto locale, capace di rendere più comprensibili e coinvolgenti anche gli eventi più lontani nel tempo. Ha sottolineato quanto oggi sia sempre più difficile confrontarsi con i testimoni diretti, ormai quasi tutti scomparsi, e quanto diventi fondamentale lavorare sulle fonti scritte, visive, narrative, artistiche. Documenti, immagini, racconti. Libri. Ancora una volta: tutto vero.

A parlare a nome dei ragazzi è stata anche Althea Benedetta Consigliere, sindaca del Consiglio comunale dei ragazzi, studentessa della primaria di Argentera. Con parole semplici e autentiche ha raccontato quanto la storia di Elena, loro coetanea, li abbia colpiti profondamente: stessi sogni, stessi desideri, stesse aspettative. Una vita normale, interrotta brutalmente dall’odio e dall’ideologia nazista. Un intervento sincero, potente, che dimostra come i ragazzi capiscano benissimo. Forse, in certi momenti, più degli adulti.

Alla cerimonia è intervenuta anche Gabriella Meaglia, presidente della sezione ANPI Rivarolo-Favria-Oglianico, che in questi giorni ha incontrato le classi e presentato proprio quel libro dedicato a Elena Colombo. Il libro c’era. È stato mostrato. Raccontato. Spiegato. Citato. Ma non lasciato.

Nel comunicato si ricorda come la storia di Elena Colombo sia emersa solo recentemente grazie alle ricerche del giornalista e scrittore Fabrizio Rondolino, che le ha dedicato il volume “Elena. Storia di una bambina sola nella Shoah”, edito da Giuntina, oltre al cortometraggio “La cartolina di Elena” prodotto da Rai Kids. Un lavoro serio, approfondito, capace di trasformare una vicenda dimenticata in uno strumento potentissimo di conoscenza e consapevolezza, soprattutto per i più giovani.

Ed è qui che arriva il punto. Il nodo. Il silenzio imbarazzante che il comunicato non racconta.

Quel libro, citato più volte, evocato come esempio virtuoso di fonte scritta, non è stato regalato ai ragazzi. Non uno. Non una copia simbolica. Non un testo da portare in classe, da leggere, da discutere, da infilare davvero in quello zaino della Memoria tanto decantato dal palco.

E dire che è proprio il Comune a spiegare quanto sia importante lavorare sulle fonti scritte. Ma tra il dire e il fare, evidentemente, c’è di mezzo un portafoglio che resta chiuso.

A farlo notare, senza proclami ma con i fatti, è Guido Novaria, ex consigliere comunale con delega alla Memoria. Uno che, evidentemente, considera la Memoria qualcosa che non si esaurisce in una cerimonia annuale. «Nei prossimi giorni distribuirò a mie spese nelle classi partecipanti alla celebrazione il libro di Fabrizio Rondolino», ha annunciato. Tradotto: se lo zaino resta vuoto, qualcuno prova a riempirlo davvero. Anche pagando di tasca propria.

Novaria fa anche un rapido conto, di quelli che fanno male: «Con circa 200 euro si sarebbe potuto offrire ai ragazzi un piccolo tassello per quello zaino della Memoria». Duecento euro. Una cifra irrisoria per un Comune. Una cifra enorme, evidentemente, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti.

Insomma, a Rivarolo Canavese la Memoria si celebra. Si racconta. Si declama. Si metaforizza. Ma quando arriva il momento di affidarla davvero alle mani dei ragazzi, di consegnare loro uno strumento concreto che resti nel tempo, lo zaino resta vuoto.

A riempirlo, ancora una volta, non è l’Amministrazione. Ma chi la Memoria la pratica davvero. Anche senza palco. Anche senza comunicati. Anche senza metafore.

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