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Esteri
02 Febbraio 2026 - 22:26
Un Grammy al Dalai Lama
Una sala in festa a Los Angeles, riflettori puntati e applausi: sul palco, Rufus Wainwright solleva la statuetta d’oro e ringrazia “a nome di Sua Santità il Dalai Lama”. A migliaia di chilometri, in una stanza senza orpelli del Ministero degli Esteri cinese, il portavoce legge poche righe in tono freddo: la scelta dei Grammy è “uno strumento di manipolazione politica anti-cinese”. Due immagini che non potrebbero essere più lontane, e che pure descrivono lo stesso avvenimento: nella notte di domenica 1 febbraio 2026, il Dalai Lama ha vinto il suo primo Grammy nella categoria “Best Audio Book, Narration & Storytelling Recording” per “Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama”. A 90 anni, il monaco tibetano aggiunge un riconoscimento inedito alla sua collezione, spiegandolo come “un tributo alla nostra responsabilità universale condivisa”, non una celebrazione personale.
The 14th Dalai Lama became one of the oldest Grammy Award winners ever at age 90, marking a new milestone for the exiled Tibetan spiritual leader that was quickly condemned by China.
— Theresa Fallon (@TheresaAFallon) February 2, 2026
HHDL: "I don't see it as something personal, but as a recognition of our shared universal… pic.twitter.com/K6wmZW0G6i
Il progetto vincitore — “Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama” — unisce riflessioni orali del leader tibetano a composizioni di musica classica indiana. La collaborazione porta la firma del maestro di sarod Amjad Ali Khan e dei figli Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, con partecipazioni di artisti occidentali come Maggie Rogers e Rufus Wainwright. In una dichiarazione diffusa sui canali ufficiali, il Dalai Lama ha sottolineato quattro parole-chiave che ricorrono da decenni nel suo insegnamento: pace, compassione, cura dell’ambiente, unità del genere umano. Non un dettaglio estetico, ma l’impianto morale di un’opera pensata per la voce, il respiro e il silenzio, più che per gli effetti. La statuetta è stata ritirata sul palco di Crypto.com Arena a Los Angeles, in una serata che ha visto i Grammy numero 68 distribuire premi tra pop, rap, classica e spoken word.
Nel suo segmento, l’audiolibro del Dalai Lama ha prevalso su candidati di alto profilo: la giudice della Corte Suprema Ketanji Brown Jackson, il comico e conduttore Trevor Noah, l’attrice Kathy Garver, l’artista Fab Morvan (ex Milli Vanilli). È un dato importante non solo per la visibilità mediatica, ma perché questa categoria, erede dell’antico “Best Spoken Word Album”, è storicamente una vetrina dove si incontrano politica, letteratura e impegno civile. Negli anni, hanno vinto qui figure come Michelle Obama, Barack Obama e Jimmy Carter, dimostrando come la narrazione sia un campo di influenza simbolica tanto quanto la musica. Il riconoscimento al Dalai Lama s’iscrive in questo solco, con un messaggio che intreccia spiritualità e diritti umani.
Poche ore dopo l’annuncio, è arrivata la nota di Pechino. Il portavoce Lin Jian del Ministero degli Esteri ha definito il Dalai Lama “non solo una figura religiosa, ma un esule politico impegnato in attività separatiste sotto la copertura della religione”, aggiungendo che la vittoria ai Grammy è stata usata come “strumento di manipolazione politica anti-cinese”. È un linguaggio ben noto a chi segue il dossier tibetano: da decenni le autorità cinesi associano il leader in esilio alle spinte separatiste, respingendo ogni legittimazione internazionale che esuli dal canone approvato da Partito Comunista Cinese. La contro-narrazione di Pechino è strutturale: squalificare il simbolo, ridimensionare il messaggio, delegittimare lo spazio globale del Tibet.
Eppure il contrasto fra la sala dei premi e la sala stampa cinese è tutto politico e comunicativo: nella prima, la voce(letteralmente) diventa opera; nella seconda, la parola è sorveglianza del significato. E il terreno di scontro è antico: autonomia tibetana, identità culturale e soprattutto la partita che verrà — la successione del Dalai Lama.
“Meditations” non è un audiolibro “di consumo veloce”. Le tracce alternano sermoni asciutti, aneddoti e pause pensate per l’attenzione profonda. Il montaggio sonoro non copre la voce: la musica sostiene, incornicia, a tratti si ritira. Il Dalai Lama richiama un lessico costante: interdipendenza, non-violenza, responsabilità verso gli altri, imparare a “disinnescare” l’ira. Il progetto si colloca nella linea di lavori che il monaco ha dedicato alla meditazione laica, ed è esattamente questa la ragione per cui il pubblico globale può avvicinarsi senza barriere dottrinali. La presenza di artisti come Maggie Rogers e Rufus Wainwright funge da ponte tra tradizioni e generazioni.
La categoria “Best Audio Book, Narration & Storytelling Recording” — evoluzione del vecchio “Spoken Word” — è oggi un crocevia: qui confluiscono autobiografie, memoir, reportage narrativi, testi politici. In questo perimetro si sono affermati ex Presidenti degli Stati Uniti e figure civiche capaci di spostare conversazioni pubbliche. Il Grammy al Dalai Lama riconosce, di fatto, che il suo magistero orale è un patrimonio narrativo: l’arte non è solo la musica che lo accompagna, ma la pratica della parola come spazio condiviso. Se Michelle Obama o Jimmy Carter hanno usato il formato per una pedagogia civile, il Dalai Lama lo impiega come disciplina dell’attenzione.
Per capire l’irritazione di Pechino, bisogna tornare a maggio 1995, quando il Dalai Lama riconobbe il bambino Gedhun Choekyi Nyima come 11° Panchen Lama — la seconda autorità del buddismo tibetano e figura che, per tradizione, contribuisce a riconoscere la successiva reincarnazione del Dalai Lama. Tre giorni dopo, il bambino scomparve dalla scena pubblica. Le autorità cinesi sostengono da anni che viva “una vita normale” in anonimato; organizzazioni per i diritti umani parlano di sparizione forzata. Pechino, intanto, ha insediato un altro Panchen Lama, Gyaltsen (Gyaincain) Norbu, cresciuto nell’alveo istituzionale della Repubblica Popolare Cinese: un “doppio” religioso con complicazioni politiche evidenti, visto che quel ruolo è centrale nell’identificazione del futuro Dalai Lama.
Negli ultimi anni, la retorica ufficiale ha ribadito che la scelta del prossimo Dalai Lama spetta alla Cina e dev’essere conforme alle normative statali. Dal canto suo, il Dalai Lama ha indicato più volte che il suo successore non sarà “sotto il controllo” di Pechino e potrebbe essere individuato fuori dalla Cina, in un Paese libero. Questa divergenza non è simbolica: definisce la sovranità su un’autorità spirituale che per milioni di tibetani trascende qualunque confine politico.
Nel 2020, gli Stati Uniti hanno approvato il Tibetan Policy and Support Act, che afferma come politica ufficiale il diritto dei buddisti tibetani a selezionare liberamente i propri leader religiosi, prevedendo possibili sanzioni contro funzionari cinesi che interferiscano nel processo. È uno dei rari terreni in cui la legislazione di un grande Paese inserisce un paletto normativo su una questione religiosa altrui: un segnale politico di lungo periodo, che rende la successione del Dalai Lama una priorità di politica estera e non solo un tema di libertà religiosa.
Oltre alla successione, sul tavolo c’è l’erosione dell’identità tibetana: testi giornalistici e rapporti indipendenti descrivono pressioni linguistiche, scuole residenziali a forte impronta sinicizzante, sorveglianza tecnologica su monasteri e la rimozione di immagini del Dalai Lama dagli spazi pubblici. È in questo contesto che la statura globale del monaco in esilio continua a parlare a una diaspora diffusa e a un pubblico internazionale spesso privo di accesso diretto al Tibet.
Per la comunità tibetana in esilio, il Grammy è un megafono: non tanto perché “vince” contro qualcuno, ma perché amplia la platea di chi ascolta. La Central Tibetan Administration ha salutato il riconoscimento riprendendo le parole di Sua Santità sul valore della “responsabilità universale” e sull’urgenza di portare compassione e cura dell’ambiente nella vita quotidiana di otto miliardi di persone. L’eco di un premio popolare come i Grammy restituisce centralità a un messaggio che, altrimenti, rischia di rimanere circoscritto ai cerchi già convinti.
Per l’industria dell’audio, questa vittoria conferma una traiettoria: il parlato è un genere maturo. Il mercato dell’audiolibro — potenziato dalle piattaforme digitali e dall’ascolto in mobilità — non è più una nicchia. Quando la Recording Academy mette sullo stesso palco popstar e narratori, decreta che la voce è un’opera d’arte. E quando quella voce appartiene a una figura con autorità morale globale, il premio trascende la filiera e tocca l’opinione pubblica. A guardare la storia recente della categoria, dai contemporanei fino ai Presidenti USA premiati postumi o in vita, si vede un asse chiaro: qui si misurano le narrazioni che sanno parlare al presente.
Nella sua dichiarazione, il Dalai Lama ha insistito su due registri: umiltà e universalismo. “Non considero questo riconoscimento come qualcosa di personale — ha affermato — ma come il segno della nostra responsabilità universale condivisa.” In altre parole: il premio non “eleva” l’individuo, ma invita a misurarsi con doveri comunidavanti a crisi che non hanno passaporti — dal clima alle guerre, dalle disuguaglianze alla solitudine sociale. In tempi di polarizzazione, la meditazione proposta nelle tracce non è fuga dal mondo, ma un tentativo di ricucitura del senso.
Il Dalai Lama ha ricevuto nel 1989 il Premio Nobel per la Pace e, più recentemente, il Gandhi Peace Prize conferito dall’India. Il Grammy non appartiene alla stessa famiglia di premi, ma ne condivide l’effetto: allarga l’audience di un messaggio che altrimenti resterebbe confinato a cerchie spirituali. Per chi segue gli Esteri, questa è la notizia dietro la notizia: un riconoscimento pop che intercetta un dossier geopolitico — Tibet, successione, diritti culturali — e lo rimette al centro della conversazione globale.
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