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Marocco, l’esodo di Ksar el‑Kebir

Nel nord‑ovest del paese, le piogge incessanti e i rilasci controllati dalla diga di Oued Makhazine hanno costretto le autorità a svuotare per metà Ksar el‑Kebir. Una città chiusa in uscita unica, con scuole serrate, corrente tagliata in alcune aree e migliaia di persone al riparo in strutture d’emergenza

Marocco, l’esodo di Ksar el‑Kebir

Marocco, l’esodo di Ksar el‑Kebir

La sirena che rompe il silenzio in piazza Abdeslam Laghrissi non annuncia un cambio di turno allo stadio, ma l’ennesima partenza. Bambini con zaini improvvisati, anziani su furgoni messi in fila da Protezione civile e forze armate; i negozi sbarrati, le saracinesche rigate di fango. È la partenza di una città che si svuota: più di 50.000 persone — quasi metà degli abitanti di Ksar el‑Kebir — hanno lasciato le case in fretta e, in molti casi, senza sapere quando potranno rientrare. È l’istantanea di un’emergenza che ha preso corpo dopo settimane di piogge incessanti, alimentata dal rilascio d’acqua della diga di Oued Makhazine, arrivata a capacità massima, mentre il fiume Loukkos spinge a valle come un ariete d’acqua marrone. Le autorità hanno vietato l’ingresso in città, consentendo soltanto le uscite, hanno aperto rifugi temporanei e interrotto l’elettricità in alcune zone considerate a rischio. Le scuole resteranno chiuse fino a sabato 7 febbraio. Questi sono i punti fermi di un quadro in rapido movimento, confermati da fonti ufficiali e di agenzia nelle ultime ore.

“È diventata una città fantasma”, racconta un residente citato dalle agenzie. La definizione è brutale ma efficace: le vie del centro sono cicatrici di fango, i quartieri vicino al letto del Loukkos — da Haoumat Taoud fino alle zone a nord — sono i più colpiti, e le squadre della Protezione civile passano casa per casa con battelli a fondo piatto per convincere gli ultimi a salire a bordo. Le autorità provinciali di Larache hanno attivato il livello massimo di allerta, coordinando lo sforzo con l’Agenzia del bacino idrico del Loukkos, la Direzione provinciale dell’Equipaggiamento e dell’Acqua e la Società regionale multiservizi. Il dispositivo include pompaggi mirati, barriere temporanee di sacchi di sabbia e chiusure programmate della rete per evitare cortocircuiti o il riflusso di acque reflue negli edifici.

Il flusso dei trasferimenti è continuo verso i centri di accoglienza allestiti in palestre, scuole e strutture sportive. Due i poli principali: lo stadio Abdeslam Laghrissi nel quartiere Nahda e lo stadio Karim El Ahmadi nel quartiere Essalam, tesi come tende di campagna dentro il perimetro urbano per “ospitare centinaia di famiglie in condizioni adeguate”, riferiscono i media locali che rilanciano le note della Maghreb Arab Press. La prefettura ha allestito anche tendopoli impermeabilizzate e aree separate per nuclei familiari e persone vulnerabili.

Gli ingredienti di questa crisi sono tre, concatenati. Il primo è l’accumulo di piogge: ondate successive, con allerte arancioni e rosse che hanno scandito gli ultimi dieci giorni nel nord del Marocco. L’ultima, diramata oggi dalla Direzione generale della meteorologia (DGM), parla di precipitazioni molto intense — fra 100 e 150 millimetri in 24 ore — da mercoledì 4 febbraio, su province come Chefchaouen, Tetouan, Tanger‑Assilah, Larache, Ouezzane e Fahs‑Anjra. È un’informazione che pesa, perché indica che l’emergenza non è finita: la finestra di miglioramento di queste ore potrebbe richiudersi.

Il secondo ingrediente è la diga di Oued Makhazine, la più grande del bacino del Loukkos. Nelle scorse settimane la diga ha raggiunto il 100% di riempimento. Fonti tecniche spiegano che fra il 3 e il 6 gennaio l’invaso ha ricevuto circa 45 milioni di metri cubi in tre giorni, un’entrata eccezionale che ha reso necessari rilasci controllati verso valle per evitare il superamento della quota di sicurezza. È una scelta tipica di gestione del rischio idraulico: il deflusso dall’invaso attenua il pericolo per la diga, ma, sommato alla piena naturale del fiume, può accrescere i livelli a valle. Esattamente ciò che è avvenuto a Ksar el‑Kebir.

Il terzo elemento è la morfologia del bacino del Loukkos: un’area a forte vocazione agricola, con alvei secondari, canali di bonifica e aree urbanizzate cresciute a ridosso di zone naturalmente allagabili. Nel tempo secco questa prossimità appare innocua; quando piove troppo, diventa un moltiplicatore di rischio. Negli ultimi anni, inoltre, la combinazione di siccità prolungata e piogge concentrate ha stressato gli equilibri del sistema: bacini semivuoti per mesi, poi riempiti in poche settimane; reti di scolo non sempre dimensionate per gestire piogge torrenziali ravvicinate. I dati diffusi negli ultimi mesi indicavano una ripresa dei volumi in quasi tutto il nord, con la diga di Oued Makhazinea quota 80‑100% e altre dighe del bacino oltre la soglia di sicurezza.

Il nodo sanitario e i servizi essenziali

L’acqua non ha risparmiato neppure i servizi sanitari. Il Proximity Hospital di Ksar el‑Kebir, vicino all’ingresso nord della città, ha registrato infiltrazioni in alcune aree: la direzione, in coordinamento con la sanità provinciale, ha disposto evacuazioni precauzionali di pazienti e personale, sospendendo per alcune ore i servizi non urgenti e mettendo in sicurezza le attrezzature sensibili. Un impatto circoscritto ma significativo, che ricorda come le infrastrutture critiche siano vulnerabili non solo alla piena diretta, ma anche agli effetti di ritorno su rete elettrica e fognature.

Sul fronte dell’acqua potabile, le autorità segnalano interventi per evitare contaminazioni nelle reti di distribuzione e chiedono ai residenti che rientrano temporaneamente nelle abitazioni di bollire l’acqua se hanno dubbi sulla qualità. La società multiservizi ha attivato squadre di pronto intervento su chiamata per segnalazioni di rigurgiti e perdite.

“Rischio ancora elevato”: cosa dicono le allerte meteo

La cronologia del maltempo spiega la cautela delle autorità. Tra 27 e 30 gennaio, la DGM ha emesso una serie di allerte arancioni per piogge forti (fino a 95 mm in 48 ore) e raffiche di vento fino a 95 km/h, segnalando Chefchaouen, Tetouan e Larache come province cardine. Oggi, 2 febbraio, l’aggiornamento è passato al rosso per la giornata di mercoledì 4, con quantitativi fino a 150 mm su un’ampia fascia del nord. È la ragione per cui il divieto d’ingresso a Ksar el‑Kebir resta in vigore e gli sgomberi proseguono: un terreno saturo di acqua può trasformare una nuova perturbazione in un problema immediato, con innalzamenti repentini dei corsi d’acqua.

Dighe piene, campi allagati: il paradosso idrico del 2026

Sul piano nazionale, le piogge dell’inverno 2025‑26 hanno ridato fiato a invasi stremati da sette anni di siccità in molte regioni, ma con differenze marcate da bacino a bacino. Nel Loukkos, la diga di Oued Makhazine — capacità intorno a 672,8 milioni di m³ — ha fatto da “polmone idrico” per agricoltura e usi civili dell’area, toccando in più momenti il pieno. In parallelo, altre dighe del nord (come Charif Al Idrissi e Chefchaouen) si sono avvicinate alla saturazione. È la prova che la crisi climatica non procede in linea retta: alterna deficit e eccessi, e la gestione ha bisogno di flessibilitàe pianificazione preventiva — canali di rilascio efficienti, bacini di laminazione, regole di pre‑svuotamento calibrate in base alle previsioni meteo, sistemi di allerta rapidi ai comuni a valle.

La mappa sociale dell’evacuazione

In emergenze come questa il fattore chiave è la tempestività. Le autorità hanno iniziato con evacuazioni mirate nei quartieri più vulnerabili; in alcuni casi le squadre hanno trovato famiglie restie a lasciare le abitazioni, preoccupate per i beni o per i furti. È un comportamento umano e comprensibile, ma che aumenta il rischio per chi resta e per chi interviene. Da qui l’insistenza delle comunicazioni ufficiali a “interagire positivamente” con le misure adottate e a rispettare le indicazioni su viabilità, energia e scuole.

Dove ricoverare decine di migliaia di persone? La risposta è stata un mosaico: palestre e internati scolastici con aree separate per donne e uomini, tende impermeabilizzate in aree sportive, trasferimenti verso comuni vicini. Molti hanno trovato ospitalità da parenti e amici in zone più alte; altri hanno preferito restare in prossimità delle case, nella speranza di rientrare per asciugare, disinfettare, salvare documenti.

Un’operazione che evolve ogni 12 ore

Se c’è un tratto che definisce la gestione di Ksar el‑Kebir è il carattere dinamico dell’operazione. La parziale ritirata delle acque osservata nelle ultime 48 ore ha consentito ad alcune famiglie di spostarsi con maggior sicurezza, ma le nuove allerte e le manovre della diga impongono prudenza. Squadre miste di militari e civili monitorano i gualchisul fiume, la stabilità delle sponde e la portata dei canali di deflusso verso l’Atlantico. Le priorità sono: sgomberare le strade principali, ripristinare linee elettriche in sicurezza, garantire il rifornimento di beni di base nei rifugi e tenere libere le vie di fuga.

Cosa succede adesso

Nelle prossime 72 ore lo scenario dipenderà da tre variabili: l’effettivo ammontare delle precipitazioni annunciate dalla DGM per mercoledì, la tempistica e il volume dei rilasci dalla diga di Oued Makhazine, e la capacità del sistema di scolmatori di portare a mare l’acqua accumulata senza creare rigurgiti. Le autorità mantengono il divieto d’ingresso a Ksar el‑Kebir e raccomandano di non tentare rientri fai‑da‑te nelle aree interdette.

Nelle aree di accoglienza, intanto, si lavora a rotazione: distribuzione di coperte, acqua, alimenti, sostegno a anzianie persone con disabilità. Le scuole potranno riaprire solo se le verifiche statiche e impiantistiche saranno positive e se la situazione meteo offrirà un margine di stabilità. Gli agricoltori della piana attendono una stima dei danni: seminativi allagati, perdita di foraggio, ritardi nelle semina‑trapianto.

Le cifre che contano

  • Oltre 50.000 evacuati da Ksar el‑Kebir in data 2 febbraio 2026;
  • Città chiusa in ingresso, solo uscite consentite; elettricità interrotta in alcune aree; scuole chiuse fino a sabato 7 febbraio;
  • Diga di Oued Makhazine a 100% con rilasci controllati; picco di afflussi pari a 45 milioni di m³ in tre giorni a inizio gennaio;
  • Allerta rossa per 100‑150 mm di pioggia mercoledì 4 febbraio su diverse province del nord;
  • 13 quartieri evacuati e decine di tendostrutture installate in stadi e impianti sportivi.

Il conto umano

Il dato più rilevante — e incoraggiante — è che, al momento, non si registrano bilanci ufficiali di vittime legate direttamente alla piena a Ksar el‑Kebir: un merito che va al preallarme, alla rapidità degli sgomberi e all’integrazione tra livelli di governo. Resta, però, il trauma di una città smontata in pochi giorni, le case segnate, le botteghe ferme. Recuperare vorrà dire non solo ripulire e ricostruire, ma anche prepararsi: la sequenza di siccità estrema seguita da piogge concentrate non è un’anomalia passeggera. È la nuova normalità con cui anche il Marocco deve fare i conti.

Per ora, Ksar el‑Kebir resta in bilico tra l’acqua che scende dai monti del Rif e il mare che la chiama a valle. La città osserva gli idrocarburi nei generatori di emergenza, i sacchi di sabbia ammucchiati a protezione dei portoni, e i pullman che portano via famiglie intere. Nella speranza che, quando l’acqua si ritirerà, resti la memoria di ciò che ha funzionato — e la volontà di sistemare ciò che non ha retto.

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