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Esteri
02 Febbraio 2026 - 22:00
Dmitry Medvedev
Una cartina dell’Artico sul tavolo, le rotte dei ghiacci tracciate a penna e, più sotto, un elenco di date: 23-24 gennaio 2026, 4-5 febbraio 2026. In controluce si leggono i nomi dei negoziatori di Mosca, Kyiv e Washington. In questo scenario, che sembra uscito da un romanzo di geopolitica, l’ex presidente russo Dmitry Medvedev pronuncia parole che gelano: i “rischi di una guerra mondiale” sono “molto elevati”. Lo dice mentre, quasi nello stesso respiro, rivendica la ripresa di contatti con gli Stati Uniti e sminuisce l’idea che Russia o Cina rappresentino una minaccia per la Groenlandia. Un mosaico di messaggi che non è casuale e che racconta molto della fase che stiamo attraversando.
Nell’intervista concessa all’agenzia Tass, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, delinea un quadro cupo: la situazione globale “potrebbe sfuggire al controllo” e i rischi di un conflitto su scala mondiale restano “molto elevati”. Parole pesanti, pronunciate in un momento in cui il Cremlino ribadisce la propria narrativa sulla “pericolosità” del contesto internazionale e sull’“imprevedibilità” delle mosse occidentali. Medvedev aggiunge però un elemento nuovo: “ultimamente abbiamo ripreso i contatti con gli Stati Uniti”, con “consultazioni su una vasta gamma di questioni, inclusa la risoluzione del conflitto in Ucraina”. Il doppio registro – allarme e apertura – non è nuovo nella comunicazione russa, ma stavolta si intreccia a un calendario diplomatico più fitto del solito.
All’interno della stessa intervista, Medvedev sostiene che “né la Russia né la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia”, liquidando come “storie dell’orrore” le preoccupazioni occidentali. È un passaggio meno appariscente, ma significativo: l’Artico è uno dei teatri strategici in più rapida trasformazione, dove si intersecano rotte commerciali, basi militari, rare earth e cavi sottomarini. La smentita del rischio – secondo Mosca – è stata ribadita anche dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ha parlato di accuse prive di “evidenze”.

Nello stesso colloquio, Medvedev si spinge oltre, evocando scenari che definisce “improbabili” ma “utili al pianeta”: la “disintegrazione della Nato” o il ritorno dell’Unione europea all’acquisto di gas russo. Al di là della provocazione, queste frasi rivelano gli obiettivi di fondo della strategia russa: fratturare l’unità euroatlantica e riposizionare l’energia come leva di influenza. Sono affermazioni che, per la loro natura, vanno lette con cautela, ma che restituiscono il tono della comunicazione del Cremlino in questa fase.
Le parole di Medvedev arrivano mentre un canale, quantomeno tecnico, tra Washington, Kyiv e Mosca si è riaperto negli Emirati Arabi Uniti. Una prima tornata di incontri si è svolta ad Abu Dhabi tra il 23 e il 24 gennaio 2026; una seconda è attesa per mercoledì e giovedì della stessa settimana in corso, dopo un rinvio di 24 ore circa per “coordinare le agende” dei partecipanti, come ha precisato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Nelle delegazioni figurano figure di vertice: per la Russia il capo dell’intelligence militare Igor Kostyukov, per l’Ucraina il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale Rustem Umerov, per gli Stati Uniti l’inviato speciale Steve Witkoff. Gli EAU hanno ospitato gli incontri al Palazzo Al Shati, alla presenza della leadership emiratina.
Sia il Cremlino sia Volodymyr Zelenskyy hanno definito i colloqui “costruttivi”, pur ammettendo che “nessuna svolta” è all’orizzonte. Il nodo resta quello che Kyiv considera non negoziabile: la sicurezza del Paese e il destino dei territori occupati. Dal lato russo, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha rigettato l’idea di garanzie di sicurezza bilaterali tra Ucraina e USA, definendole inefficaci e “ostili” agli interessi di Mosca. Questi elementi confermano che la diplomazia è in movimento, ma i punti di frizione rimangono profondi.
Sul terreno, intanto, la guerra non si è fermata. Nelle stesse ore dei colloqui si sono registrati nuovi attacchi russi con droni e missili contro infrastrutture energetiche ucraine, aggravando un inverno già durissimo per la popolazione. È un copione noto: pressione militare e diplomazia che procedono su binari paralleli, con l’obiettivo – dichiarato da Mosca – di sedersi al tavolo da posizioni di forza.
Che cosa c’entra la Groenlandia con l’Ucraina? A prima vista, poco. In realtà, moltissimo. L’isola artica, territorio del Regno di Danimarca, occupa un punto nevralgico delle rotte atlantiche e del controllo del Nord Atlantico. Negli ultimi anni, l’interesse statunitense per l’area è cresciuto – non solo per ragioni militari, ma anche per la competizione su risorse e tecnologie. In questo contesto, la leadership russa afferma di non nutrire alcuna ambizione sull’isola, e dipinge come “propaganda” le paure occidentali su un asse Mosca–Pechino nel Grande Nord. Secondo Lavrov, “anche in Occidente” economisti e analisti “smentiscono” la narrativa di una minaccia russo-cinese alla Groenlandia.
L’insistenza russa sul tema non è casuale. In un momento in cui Nato e UE cercano di mostrare coesione sull’Artico, negare qualsiasi “minaccia” serve a Mosca per mettere in discussione la narrazione dell’unità atlantica e per presentare le mosse occidentali come sproporzionate. Sullo sfondo, la discussione interna all’Occidente su come strutturare la presenza militare e infrastrutturale in Groenlandia e più in generale nel Circolo polare resta viva – un dibattito che tocca cavi, satelliti, miniere, porti e scali aerei. In questo quadro, la frase di Medvedev – “lasciamo che gli Stati Uniti risolvano la questione con gli europei; è una sfida per l’unità atlantica” – appare calibrata per alimentare le divisioni percepite.
Il linguaggio scelto da Medvedev combina tre piani.
Se è vero che i canali si sono riattivati, resta cruciale capire cosa si stia negoziando ad Abu Dhabi. Le fonti convergono su alcuni capitoli: cessazione dei combattimenti, status dei territori occupati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, eventuale graduale rimozione di alcune sanzioni e questioni umanitarie. Su almeno due di questi punti, le distanze restano siderali.
Nel frattempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti rivendicano un ruolo di facilitatore. Il fatto che gli incontri si svolgano al Palazzo presidenziale Al Shati e alla presenza della leadership emiratina indica la volontà di Abu Dhabi di capitalizzare la propria rete di relazioni con tutti gli attori. È un tassello non secondario in un mondo in cui i mediatori credibili scarseggiano.
Le dichiarazioni su Nato e UE di Medvedev – la “disintegrazione” dell’una e il ritorno dell’altra al gas russo – sono più che un’iperbole. Sono un test di tenuta per l’unità europea e transatlantica in un passaggio in cui le agende interne dei Paesi membri divergono su spesa militare, sanzioni, migrazioni e energia. Nel dibattito pubblico europeo ricorrono sempre più spesso richiami alla necessità di una “autonomia strategica” che, però, non scalfisca il pilastro Nato. Anche figure di primo piano del dibattito europeo hanno avvertito che l’ordine internazionale vive una fase di ridefinizione, sottolineando la necessità di evitare fratture interne che indebolirebbero la posizione dell’Europa.
Su questo crinale si innestano anche le discussioni sull’Artico e sulla Groenlandia, dove la percezione di una minaccia esterna – reale o agitata – funge spesso da collante per alleanze e investimenti. Ecco perché il tema, introdotto da Medvedev come “non-problema”, ha in realtà un valore politico: mette in scena, ancora una volta, il dilemma occidentale tra contenimento e dialogo.
Negli ultimi anni, Dmitry Medvedev ha alternato toni incendiari a aperture tattiche. La sua figura – ex presidente, ex premier, oggi numero due del Consiglio di sicurezza – ha assunto sempre più spesso il ruolo di “megafono” delle posizioni più dure del Cremlino, con dichiarazioni che oscillano tra minacce nucleari implicite, avvertimenti all’Occidente e spunti di realpolitik. In questo senso, l’allarme sui “rischi molto elevati” va letto come parte di una strategia comunicativa che cerca di moltiplicare i segnali, confondere gli interlocutori e tenere alta la tensione. Ciò non significa che la minaccia sia solo retorica: il contesto rimane pericoloso, proprio perché segnato da errori di calcolo possibili e da catene di comando stressate da quasi quattro anni di guerra.
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