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Esteri
01 Febbraio 2026 - 22:36
Netanyahu
C’è un planisfero appeso nella sala di un liceo di Ramallah. Sulla macchia color ocra che indica la Cisgiordania qualcuno ha tracciato, con un pennarello, linee di separazione che somigliano a un circuito elettrico: spezzoni, isole, corridoi interrotti. Non è un esercizio di geografia creativa. È l’immagine concreta di una proposta politica: invece di uno Stato palestinese, tre entità sganciate l’una dall’altra — Gaza “deradicalizzata” e amministrata da “attori locali”, una Cisgiordania ulteriormente frammentata e sotto controllo di sicurezza israeliano, Gerusalemme Est fuori portata — accanto a Israele. Una “soluzione a quattro Stati” che coincide con l’obiettivo dichiarato più volte da Benyamin Netanyahu: impedire la nascita di uno Stato palestinese sovrano, trasformando la prospettiva di autodeterminazione in una somma di amministrazioni deboli e dipendenti.
Da oltre mezzo secolo, la bussola del diritto internazionale indica una rotta: un accordo che consenta a due popoli di vivere in due Stati, con confini sicuri e riconosciuti. Lo affermano risoluzioni cardine del Consiglio di Sicurezza come la 242 del 1967 — “l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la guerra” — e la 1397 del 2002, la prima a enunciare esplicitamente “la visione di due Stati, Israele e Palestina”. Non è retorica diplomatica: è un quadro giuridico che vincola attori e comportamenti.
A rafforzare quella cornice, nel 2004 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la barriera costruita da Israele nei Territori occupati viola il diritto internazionale e che va rimosso il regime ad essa associato; soprattutto, ha richiamato l’obbligo di rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Nel 2024, su richiesta dell’Assemblea generale, la stessa Corte è andata oltre: ha giudicato “illegale” la presenza continuata di Israele nell’Occupato Territorio Palestinese nel suo insieme (Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e Gaza) e ha affermato l’obbligo di cessare insediamenti e annessioni di fatto. Per gli Stati terzi, l’obbligo è di non riconoscere né aiutare quella situazione. È diritto, non un’opinione.
Anche la dimensione politico-istituzionale registra avanzamenti: nel 2012 l’Assemblea generale ha riconosciuto alla Palestina lo status di “Stato osservatore non membro”, ribadendo i confini precedenti al 1967 e quindi la cornice dei “due Stati”. Nel 2024 la stessa Assemblea ha concesso nuovi diritti procedurali e chiesto al Consiglio di Sicurezza di riesaminare la domanda di piena adesione. Segnali convergenti: il diritto internazionale resta allineato alla soluzione dei due Stati.
Nella contabilità dei territori, il dato che torna è sorprendentemente costante: i Territori palestinesi occupati nel 1967 — Cisgiordania e Striscia di Gaza, inclusa Gerusalemme Est — rappresentano circa il 22–23% della Palestina storica (il territorio del Mandato britannico). In cifre, siamo nell’ordine di poco più di 6.000 km² su circa 27.000 km² totali. È su quella porzione minoritaria — ossia su meno di un quarto — che dovrebbe nascere uno Stato palestinese. Questo rapporto è confermato da fonti statistiche e studi indipendenti che quantificano l’area in modo coerente.
Mettere questo numero al centro della discussione non è un esercizio accademico: significa comprendere che l’ipotesi dei “due Stati” chiede ai palestinesi di far valere il loro diritto all’autodeterminazione su una frazione della terra storicamente abitata e rivendicata, mentre il restante 77–78% coincide con Israele entro i confini riconosciuti del 1949 (la “Linea Verde”). È un rapporto di forze e di territori che rende ancora più evidente quanto sia fragile l’idea di sostituire uno Stato con tre micro–entità.
Negli ultimi anni, il premier Benyamin Netanyahu ha ribadito con crescente chiarezza la sua opposizione a uno Stato palestinese “ad ovest del Giordano”. Lo ha detto ai partner internazionali, lo ha ripetuto in Consiglio dei ministri, lo ha dichiarato pubblicamente mentre gli insediamenti in Cisgiordania si espandevano. In parallelo, ha promosso o avallato piani che prevedono per Gaza una gestione affidata a “attori locali non affiliati al terrorismo”, programmi di “deradicalizzazione” e un ruolo selettivo di potenze arabe; per la Cisgiordania, un controllo di sicurezza israeliano “totale”, l’avanzamento di blocchi colonici in aree chiave come l’E1; per Gerusalemme Est, il mantenimento dello status quo di fatto. Tre entità separate, appunto, accanto allo Stato d’Israele.
Questa impostazione ha un filo conduttore: la negazione di una sovranità palestinese unitaria. L’idea di Netanyahu ha trovato eco in proposte parallele — dalla “amministrazione internazionale” temporanea a Gaza alla promozione di “emigrazioni volontarie” — e in un discorso pubblico che talvolta evoca persino la riconversione immobiliare della costa di Gaza. Ma la comunità internazionale ha reagito con freddezza: per gran parte degli attori, il diritto rimane quello di uno Stato palestinese, non di tre sottounità amministrative.
Il lessico della “deradicalizzazione”, delle “autorità locali”, della “sicurezza piena a ovest del Giordano” suggerisce una strategia: cristallizzare un’asimmetria di potere, perpetuando la dipendenza funzionale delle aree palestinesi da Israele e spezzando l’integrità territoriale che il diritto internazionale considera unitaria. La Corte internazionale nel 2024 ha ribadito che l’Occupato Territorio Palestinese è un “tutt’uno” giuridico; frammentarlo in entità sganciate — senza sovranità — vuol dire negare in radice quel diritto.

Se la geografia è il primo giudice della realtà, l’area E1 a est di Gerusalemme è la prova materiale di quanto una “soluzione a quattro Stati” eroda quella a due. Lo sviluppo di nuovi insediamenti in E1 taglierebbe fisicamente il collegamento tra Gerusalemme Est e il cuore della Cisgiordania, trasformando la mappa palestinese in un arcipelago di enclaves e rendendo impraticabile la continuità territoriale dello Stato. Organismi giuridici internazionali e molte capitali occidentali hanno avvertito che l’espansione in E1 contrasta apertamente con gli obblighi posti dal diritto internazionale e con l’opinione consultiva della Corte del 2024.
La dinamica non riguarda solo E1: dall’Ottobre 2023 l’accelerazione degli insediamenti e l’aumento della violenza dei coloni in Cisgiordania hanno indotto diversi governi a introdurre sanzioni mirate e ad ammonire che si sta “seppellendo” la soluzione dei due Stati. La tendenza è chiara: più avanza l’infrastruttura dell’occupazione, meno spazio rimane per uno Stato palestinese funzionale.
La Palestina non è in attesa di un atto di benevolenza. Lo status giuridico internazionale riconosce un diritto all’autodeterminazione che la Corte internazionale ha definito “inalienabile” e che l’Assemblea generale ha più volte ribadito, fino al voto del 10 maggio 2024 che ha ampliato i diritti della delegazione palestinese e sollecitato il riesame della domanda di piena adesione all’ONU. Non è solo un gesto politico: è la traduzione dell’idea che la sovranità palestinese non dipende dal via libera di Israele, ma dagli obblighi che la comunità internazionale si è data per non legittimare acquisizioni territoriali con la forza.
In questa prospettiva, la “soluzione a quattro Stati” si presenta come una scorciatoia che aggira la questione centrale della sovranità. Dividere la “questione palestinese” in tre dosi amministrabili serve a diluire il tema dell’indipendenza, trasformando il problema politico in un problema gestionale. Ma il diritto non parla il linguaggio della gestione: parla quello dei diritti.
Nonostante l’opposizione di Netanyahu, il consenso internazionale scritto negli atti si è consolidato negli ultimi due anni. Il Consiglio europeo ha riaffermato con nettezza l’impegno per i due Stati, mentre l’Assemblea generale ha approvato a larga maggioranza una dichiarazione–quadro che chiede un governo palestinese libero da Hamas, un ruolo dell’Autorità nazionale palestinese e una missione internazionale di stabilizzazione. Il dato politico è doppio: riconoscere la legittimità del progetto statale palestinese e disegnare un percorso che lo renda praticabile.
Dall’altra parte, il premier israeliano ha ribadito — anche alla vigilia di voti ONU — che “non ci sarà uno Stato palestinese”, riassumendo una postura che respinge qualsiasi sovranità palestinese “a ovest del Giordano” e pretende un controllo di sicurezza indefinito su ogni segmento del territorio. Una posizione che collide frontalmente con la cornice giuridica internazionalmente accettata.
Su Gaza, il lessico della “deradicalizzazione” e dell’“affidamento a soggetti locali” ha trovato sponde in think tank israeliani che ipotizzano un’amministrazione prolungata sotto tutela regionale o internazionale; parallelamente, hanno fatto irruzione nel dibattito proposte controverse — dalla promozione dell’“emigrazione volontaria” di parte della popolazione alla riconversione turistica della costa — che hanno suscitato condanne diffuse perché considerate in conflitto con il diritto dei civili protetti e con il divieto di trasferimenti forzati. In ogni caso, tutti questi percorsi sviano dall’oggetto: definire una sovranità palestinese.
C’è un punto giuridico spesso trascurato: la Corte internazionale ha insistito sul fatto che l’Occupato Territorio Palestinese va inteso al singolare, come un’unità geografica e giuridica. Questo dettaglio formale ha conseguenze sostanziali: se il territorio è uno, trattarlo come tre (o quattro) entità scollegate contraddice la premessa del diritto. La logica delle “tre amministrazioni” — Gaza, isole di Cisgiordania, Gerusalemme Est fuori — opera dunque contro la base stessa dell’autodeterminazione.
La fattibilità di uno Stato palestinese sul 22–23% della Palestina storica dipende da cinque nodi, che la comunità internazionale riconosce e che qualsiasi soluzione “a quattro Stati” eluderebbe:
L’architettura delle tre entità palestinesi accanto a Israele promette a breve termine controllo e “gestibilità”, ma a lungo termine produce l’opposto: instabilità permanente, conflitti a bassa e alta intensità, logoramento diplomatico e giudiziario. La Corte internazionale ha messo nero su bianco che l’occupazione prolungata e l’annessione di fatto violano norme inderogabili; proseguire lungo quella strada moltiplica pressioni, sanzioni mirate, isolamento. Sul piano della sicurezza, frammentare l’altra parte in micro–entità non elimina la minaccia: la dissemina.
C’è poi una questione reputazionale e strategica: il “muro contro muro” con la comunità internazionale su una materia — i due Stati — che gode di un consenso raro, dalle istituzioni europee a gran parte dell’Assemblea generale, isola Israele dalle sue stesse reti storiche di sostegno. È un costo durevole che la retorica non riesce più a coprire.
Esistono modelli che, pur innovando, non negano la sovranità: dalla confederazione di due Stati indipendenti con libertà di movimento e Gerusalemme condivisa, alle garanzie di sicurezza multilivello con mandato esplicito ONU e clausole d’uscita; dall’integrazione economica a un meccanismo graduale di smantellamento degli insediamenti con incentivi e tempi certi. Sono proposte discusse in sedi europee e internazionali, diverse tra loro, ma accomunate da un punto: tengono fermo l’orizzonte dei “due Stati” e dell’autodeterminazione.
Il planisfero di Ramallah, con i suoi tratti a pennarello, non è un disegno di fantasia: è il tipo di mappa che nasce quando il diritto è piegato alla convenienza del momento. La “soluzione a quattro Stati” immaginata da Benyamin Netanyahu è una geometria variabile che distribuisce potere senza distribuire diritti, amministrazione senza sovranità, sicurezza per alcuni senza sicurezza per tutti. Non serve un altro lessico per descriverla: basta il diritto. Il mondo — ONU, Corte internazionale, Unione europea e una maggioranza di Stati — ha già scritto la didascalia: due Stati, confini sicuri, fine dell’occupazione, rispetto dell’autodeterminazione. Tutto il resto è un artificio cartografico.
Finché il diritto continuerà a indicare una rotta e la politica a tracciarne il contrario, le mappe resteranno storte. Raddrizzarle non è un atto di volontà astratta: è adeguare la realtà a regole già scritte, riconoscendo che quel 22–23% di terra non è un margine gestibile, ma il nucleo minimo di una sovranità da rendere effettiva.
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