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Esteri
02 Febbraio 2026 - 07:49
Khamenei
La tensione tra Stati Uniti e Iran non è più solo materia da comunicati ufficiali e analisi strategiche. Nelle ultime ore è diventata rumore, paura, attesa. Una notte di esplosioni, rimbalzate sui social e nelle chat protette, ha fatto correre un brivido lungo il Grande Bazar di Teheran e ben oltre i confini della capitale: serrande abbassate in fretta, code improvvise ai distributori di benzina, famiglie rientrate a casa prima di un coprifuoco che nessuno ha dichiarato, ma che tutti sembrano conoscere. Non era l’inizio dell’attacco americano che molti temono da settimane. Ma era la prova plastica di un Paese in apnea, convinto che basti una scintilla per trasformare una crisi diplomatica in una guerra vera.

È la stessa parola usata dalla guida suprema Ali Khamenei: guerra regionale. Una formula che non è solo minaccia rivolta a Washington, ma messaggio diretto a un’opinione pubblica interna stremata da mesi di difficoltà economiche, proteste, repressione e isolamento internazionale. L’Iran vive sospeso tra due registri opposti: da un lato la paura concreta dell’escalation, dall’altro la speranza che i contatti diplomatici evocati dagli Stati Uniti possano ancora evitare il peggio.
Mentre a Teheran si rincorrevano voci e immagini non verificate, in Europa il clima di allerta veniva rilanciato anche dai media italiani. RaiNews24 ha raccontato quelle ore di tensione, dando conto di detonazioni che hanno alimentato il timore che Donald Trump avesse dato il via libera al promesso attacco. Pocho dopo, però, lo stesso presidente americano, intervistato da Fox News, ha scelto un tono diverso, lasciando intendere che la porta della diplomazia non è chiusa. “Teheran sta parlando con noi, seriamente”, ha detto. Una frase breve, volutamente ambigua, che tiene insieme pressione militare e apertura negoziale.
È il doppio binario su cui si muove la strategia americana in questa fase. Da una parte, il rafforzamento della presenza militare nel Golfo, il dispiegamento di assetti navali e aerei, la volontà di mantenere alta l’incertezza. Dall’altra, la possibilità di un’intesa che rimetta sotto controllo il programma nucleare iraniano, escludendo — nelle parole della Casa Bianca — qualsiasi possibilità che Teheran possa arrivare all’arma atomica. Un linguaggio che parla a più platee contemporaneamente: Israele, i partner del Golfo, il Congresso americano e un’opinione pubblica statunitense segnata dal ricordo delle guerre infinite in Medio Oriente.
Da Teheran, la risposta non si è fatta attendere. Ali Khamenei, parlando durante le celebrazioni legate alla Rivoluzione del 1979, ha alzato il livello dello scontro verbale. Ha definito le proteste interne una “sedizione”, ha rilanciato la narrativa dell’assedio esterno, ma soprattutto ha fissato una linea: se gli Stati Uniti colpiranno l’Iran, il conflitto non resterà circoscritto. “Sarà una guerra regionale”. Non è solo retorica. È il cuore della deterrenza iraniana, costruita non sul confronto diretto con Washington, ma sulla capacità di moltiplicare i fronti attraverso una rete di alleanze e milizie in Iraq, Siria, Yemen e Libano.
È qui che la crisi assume una dimensione sistemica. L’asse del confronto è quello noto e irrisolto: il programma nucleare iraniano, la rete di forze filo-Teheran nella regione, la sicurezza dei contingenti statunitensi, la postura di Israele, gli equilibri del Golfo. Ma sullo sfondo c’è una faglia altrettanto pericolosa: quella interna. Un Paese economicamente provato, socialmente logorato, dove ogni voce di esplosione o sabotaggio riattiva la memoria di episodi passati, mai del tutto chiariti, che hanno colpito infrastrutture, depositi e impianti strategici.
Il panico generato da questi falsi allarmi — o da incidenti presentati come tali dalle autorità — dice molto più del singolo evento. Racconta una società che percepisce di vivere già oltre il livello di guardia, dove ogni fraintendimento tattico può trasformarsi in una scelta strategica irreversibile. E racconta anche perché la minaccia esterna, se da un lato può compattare il fronte interno, dall’altro rischia di stressare ulteriormente un sistema già fragile.
Sul piano militare, la postura americana è pensata più per la pressione che per l’invasione. Portaerei, cacciatorpediniere, sistemi di difesa aerea rafforzati nei teatri del CENTCOM (Comando Centrale degli Stati Uniti - United States Central Command): una configurazione che segnala capacità di colpire a distanza e controllo delle rotte sensibili. L’Iran, dal canto suo, ribadisce di non essere solo. La risposta più probabile a un’escalation non sarebbe frontale, ma asimmetrica: droni, missili, sabotaggi indiretti contro interessi americani e alleati, mantenendo quel margine di negabilità che ha caratterizzato molte crisi recenti.
Il precedente più vicino resta quello dei raid statunitensi di inizio 2024 contro obiettivi legati ai Pasdaran e alle milizie filo-iraniane in Iraq e Siria, dopo l’uccisione di militari americani in Giordania. Un esempio di come Washington abbia cercato di punire e degradare capacità nemiche senza colpire direttamente il territorio iraniano. Ma ogni crisi ha una sua inerzia, e ogni ciclo di azione e reazione aumenta il rischio di errore.
Se c’è un punto geografico che sintetizza questo rischio, è lo Stretto di Hormuz. Da quell’ansa di mare passa una quota cruciale del petrolio mondiale. Ogni allarme, ogni manovra navale, ogni incidente reale o presunto si traduce immediatamente in premi di rischio sui mercati energetici, in rotte deviate, in costi che ricadono ben oltre la regione. È per questo che l’Europa guarda a questa crisi non più come a un dossier lontano, ma come a una minaccia diretta alla propria sicurezza economica e marittima.
Nel frattempo, sotto la superficie delle dichiarazioni pubbliche, scorre una diplomazia silenziosa. Qatar, Oman, Turchia e altri attori regionali mantengono canali aperti con entrambe le parti. L’obiettivo è evitare l’incidente, fissare linee rosse minime, esplorare un pacchetto che intrecci nucleare, missili e attività regionali. Se davvero, come sostiene Trump, i contatti sono “seri”, è probabile che si lavori su passi graduali, verificabili e reversibili. Ma la fiducia è minima, e lo spazio per concessioni pubbliche è stretto su entrambi i fronti.
In questo clima, basta poco per immaginare come l’attrito quotidiano possa trasformarsi in crisi aperta. Un drone non identificato, una sirena che suona, una nave che cambia rotta, un allarme interpretato nel modo sbagliato. Trenta secondi di incomprensione possono bastare a innescare una catena di reazioni difficili da fermare. È questo il confine sottile su cui oggi camminano Iran e Stati Uniti.
Insomma, nessuno sembra voler davvero la guerra. Ma tutti si stanno preparando all’eventualità che diventi inevitabile. E in una regione che porta già addosso le cicatrici di troppi conflitti, la diplomazia non è più una scelta ideale: è l’unico argine rimasto prima che la formula di Khamenei smetta di essere un monito e diventi una profezia che si auto-avvera.
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