AGGIORNAMENTI
Cerca
Ombre su Torino
01 Febbraio 2026 - 17:57
Chicco e sua madre: la tragedia che comincia davanti a un cimitero
Un istante che ferma il tempo per sempre.
È solo un momento. Dura appena due o tre secondi, ma rappresenta una cesura così netta, la demarcazione di un confine talmente invalicabile che niente, da lì in avanti, potrà mitigarne gli effetti.
Accade a Torino, davanti a un cimitero, un giorno d’autunno del 1975. Giuseppina è al volante della sua Mini; al suo fianco siede il figlio Giuseppe, di dieci anni, che tutti chiamano affettuosamente Chicco.
Hanno un rapporto bellissimo, stretto e viscerale. Vivono l’uno per l’altra, non si separano praticamente mai. Esistono in simbiosi, come un’unica entità, legati da un amore destinato, nei loro pensieri, a non avere fine. Lei guida, lui la osserva e abbozza un sorriso. Parlano, probabilmente stanno ridendo, è difficile saperlo con certezza.
Forse la donna si distrae o, chi lo sa, può darsi che sia il conducente del carro funebre che li travolge a non essersi accorto della loro presenza. L’impatto è devastante e non soltanto dal punto di vista strettamente "fisico". Da quell’attimo, ogni cosa, in quel minuscolo universo domestico, non sarà più la stessa.
Due anni dopo.
Teresio Rigola è un medico di 45 anni e vive con la moglie e un figlio in un elegante appartamento al quarto piano di Lungo Po Antonelli 13, a Vanchiglietta, poco lontano dal centro di Torino. Militante del PSI, intorno alle 21:15 del 6 ottobre 1977, torna a casa dopo aver lavorato l’intera giornata e aver partecipato a una riunione serale con i compagni di partito. Giunto davanti alla porta d’ingresso, nota affisso un biglietto che recita: “Sono uscita con Chicco, siamo andati al cinema. Torniamo presto”.
Il dottore, senza entrare, decide di scendere per mangiare un boccone in un ristorante della zona ma, arrivato in strada e svoltato l’angolo, scorge l’auto della consorte parcheggiata. Insospettito, risale le scale e, stavolta, spalanca l’uscio della propria abitazione. Chiama la compagna e il figlio per nome, ma l’unica risposta che ottiene è un silenzio agghiacciante.
L’alloggio è immerso nel buio; si intravede un unico filo di luce filtrare dalla porta della cucina. Dietro di essa l’uomo scopre la moglie, Giuseppina Vismara, riversa sul tavolo in preda a tremiti e convulsioni. Intorno a lei alcuni tubetti vuoti e dieci pagine scritte a mano: si è avvelenata.
Il problema è che quella non è la scena peggiore che si trova davanti, né il frangente più drammatico che deve affrontare quella sera. Entra nella camera del piccolo Giuseppe, appena dodicenne. È steso nel letto, con gli occhi chiusi: sembra dormire. No, non dorme. Il suo corpo è freddo, cereo, non ha battito, non respira: è morto.
Rigola, che è pur sempre un medico, con una dose terrificante di freddezza e lucidità comprende che per il bambino non c’è più nulla da fare. Sale al quinto piano, dove abita suo cugino Roberto; si fa aiutare a caricare Giuseppina, rantolante ma ancora in vita, e la trasporta d’urgenza alle Molinette, dove una lavanda gastrica riesce a salvarla. A ridurla in fin di vita è stato uno sciroppo al lampone corretto con stricnina e barbiturici, lo stesso che poco prima ha fatto bere al figlio, uccidendolo. Lo ha fatto coricare, gli ha somministrato la bevanda letale e, non paga, una volta che Chicco si è addormentato, ha rincarato la dose con un’iniezione di Luminal, un potente calmante.


Il perché di questa tragedia è celato nelle dieci pagine che il marito ha trovato accanto alla donna. Nelle sue intenzioni, doveva essere non solo una lettera d’addio, ma una specie di testamento, il tentativo di raccontare una storia dolorosissima rimasta nascosta per anni.
Un racconto che inizia con un incidente d'auto, in autunno, davanti a un cimitero, due anni prima.
La lettera, indirizzata a Teresio, esordisce così: “Non ce la faccio più, dalla vita ho avuto tutto, ormai per me non c'è felicità possibile. Da un paio di anni male e sofferenze mi accompagnano, non sono più la stessa. Se avevo ancora qualche speranza, adesso che ho scoperto di portare dentro di me un male inguaribile non vale più la pena di continuare. Non ho più illusioni, l'unica soluzione è nella morte. Ma come posso lasciare su questa terra Chicco? Come potrà cavarsela da solo? Senza di me soffrirà troppo, è meglio che mi segua. Siamo sempre stati bene insieme, nella tomba l'uno accanto all'altro saremo felici per l'eternità”.
Nelle righe successive si scopre che lo scontro col carro funebre non l’aveva solo costretta a un lungo ricovero e a un’odissea tra un’operazione e l’altra. Il terrore di essere diventata improvvisamente orribile, col volto sfigurato (nonostante non fosse vero) e di non essere più accettata dai propri cari, l’aveva trascinata in una depressione profonda. Lo stato d'animo si era poi aggravato quando, all'insaputa di tutti, si era fatta visitare scoprendo un tumore maligno al seno. Tale diagnosi, mai condivisa con nessuno, ne compromette definitivamente l'equilibrio psichico.
Ed è un episodio familiare (che non sembra irrispettoso definire “ordinario”) a segnare il suo destino e quello di Chicco.
Estate 1977.
Teresio, Giuseppina e il figlio sono a tavola dopo cena e fanno il gioco della verità. La donna domanda: “Chicco, cosa faresti se morisse papà?”. Il ragazzo risponde: “Sarebbe tremendo, un dolore tremendo”. La madre allora incalza: “E se morissi io?”. Chicco replica sull'orlo delle lacrime: “Oh no, mamma, non potrei vivere, vorrei morire anch'io. Morta tu, la vita non avrebbe più senso”.
Terrorizzata dal cancro che se la sarebbe portata via a breve, ma soprattutto dall'idea di abbandonare il suo bambino, la donna aveva preso alla lettera quelle parole, tramutandole nel tragico movente di un omicidio e di un tentato suicidio.
Giuseppina Vismara resta alle Molinette 10 giorni ed è ancora ricoverata quando, il 10 ottobre si svolgono i funerali di Chicco a cui partecipano 5 mila persone. Viene trasferita in carcere in attesa di una perizia che, col processo ancora da celebrarsi, stabilisca se, al momento della tragedia, fosse in grado di intendere e di volere. Il responso del professor Fornari arriva il 10 dicembre: è totalmente inferma di mente.
La notizia non fa neanche in tempo a diffondersi, non ci sono neanche i tempi tecnici per poterla scarcerare e trasferire in una clinica psichiatrica in cui occuparsene con le attenzioni necessarie. La sera dell’11 dicembre, intorno alle 22, va a dormire serenamente in compagnia delle sue due compagne di cella. Poi però, intorno a mezzanotte si alza e va in bagno. Qui lega intorno alla vaschetta dell’acqua, a mo’ di cappio, la cintura di lana e nylon della sua vestaglia, ci infila dentro la testa e si lascia cadere nel vuoto.
Stavolta è riuscita a suicidarsi davvero. Chicco è rimasto senza di lei appena nove settimane.
TI E' PIACIUTO QUESTO ARTICOLO? SE VUOI LEGGERNE ALTRI DI ANDREA D'AVINO, LI TROVI QUI
Ombre su Torino è anche su Facebook, Instagram e, in versione podcast, su Spotify.
Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.