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04 Febbraio 2026 - 19:50
La situazione di una delle piazzole di sosta della circonvallazione di Caluso
Qualche mese fa avevamo acceso i riflettori sullo stato di profondo degrado in cui versavano i bordi della carreggiata e le piazzole di sosta della circonvallazione di Caluso. Avevamo documentato come quel tratto di strada si fosse trasformato in una vera e propria pattumiera a cielo aperto, confidando che la nostra segnalazione potesse smuovere le acque. L’auspicio era che rendere pubblico il problema bastasse ad attirare l’attenzione di chi di dovere per programmare, se non una soluzione definitiva, almeno una pulizia straordinaria.
E invece, a distanza di tempo, l’unica risposta pervenuta è stata l’immobilismo. Ripercorrendo oggi lo stesso tragitto, la scena che si presenta è, se possibile, ancora più desolante: tutto è esattamente come prima, anzi peggio. Nessun intervento di bonifica, nessuna rimozione dei detriti, nessun segnale di una presa in carico del problema. Il tempo è passato, ma i rifiuti sono rimasti lì, immobili testimoni di una disattenzione che inizia a pesare.
Le nuove immagini parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni benevole. Non si tratta della singola cartaccia volata via dal finestrino di un’auto in corsa, ma di un accumulo che è diventato sistematico. Si assiste quasi a una “stratificazione” del rifiuto: a quello vecchio, sbiadito dal sole e dalle intemperie, si è aggiunto quello nuovo, segno inequivocabile che l’assenza di pulizia è stata notata e sfruttata.
Tra le piazzole di sosta e la vegetazione secca ormai giace di tutto. In un punto fanno bella mostra di sé sacchi della spazzatura azzurri e neri, gonfi di rifiuti domestici, gettati probabilmente col favore del buio. Poco più avanti compaiono scarti più ingombranti, riconducibili a piccoli cantieri edili o a ristrutturazioni fai-da-te: pannelli, calcinacci, assi di legno abbandonati a ridosso dei guardrail. È evidente che c’è chi sceglie deliberatamente la circonvallazione come “zona franca” per evitare la fatica e il costo di recarsi nelle isole ecologiche. Ma è altrettanto evidente che, fino ad ora, nessuno ha mosso un dito per interrompere questa abitudine, lasciando che l’inciviltà avesse la meglio sul decoro.



Il malcontento, inevitabilmente, monta tra chi quella strada la percorre ogni giorno. «Si tratta di una vergogna che va avanti da troppo tempo», racconta Roberta, residente della zona, visibilmente esasperata dalla vista quotidiana di quei cumuli che deturpano il paesaggio. «Passo di qui ogni mattina per andare al lavoro e la situazione peggiora costantemente. Prima c’erano solo bottiglie sparse, ora scaricano macerie e sacchi neri come se questa fosse diventata una discarica comunale. Ci sentiamo presi in giro: possibile che nessuno veda? Possibile che nessuno faccia qualcosa?»
Il timore concreto dei cittadini è che questo prolungato “non fare nulla” finisca per incentivare ulteriori scarichi abusivi. «Questi incivili si sentono intoccabili e, di fatto, autorizzati», aggiunge un altro cittadino. «Sanno che qui non ci sono controlli, non ci sono telecamere e, soprattutto, sanno che nessuno viene a pulire. Ne approfittano. Se non si interviene, torneranno a scaricare domani e dopodomani. Non è giusto nei confronti di tutti noi che paghiamo le tasse e rispettiamo le regole».
Al di là delle competenze burocratiche o delle responsabilità specifiche, resta un dato di fatto inconfutabile: i rifiuti sono ancora lì. Lasciare quello scenario immutato, alla mercé delle intemperie, invia un messaggio pericoloso alla cittadinanza, come se il decoro di questa zona periferica non fosse una priorità. È la classica applicazione della “teoria delle finestre rotte”: un ambiente che appare trascurato, sporco e dimenticato invita psicologicamente a ulteriore degrado. Non intervenire subito non è solo una mancanza estetica, ma un errore strategico, perché bonificare una discarica abusiva ormai consolidata sarà molto più difficile e costoso che averla rimossa per tempo.
La domanda che poniamo per la seconda volta, dunque, è semplice ma doverosa: quanto dovranno rimanere lì quei rifiuti? Qual è il piano? È davvero necessario aspettare che la primavera faccia il suo corso e che l’erba cresca alta fino a nascondere tutto sotto un tappeto verde? I campi agricoli sullo sfondo, che dovrebbero rappresentare la bellezza del nostro territorio rurale, sono oggi incorniciati da una striscia continua di plastica e detriti. Una ferita aperta nel paesaggio che, a quanto pare, nessuno ha ancora deciso di curare.
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