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31 Gennaio 2026 - 18:51
Martina Marchiò. Sullo sfondo, il dramma e la disperazione a Gaza
Giovedì 29 gennaio, a Rolandini, frazione di Verolengo, circa cento persone si sono ritrovate attorno a tavoli apparecchiati con cura. L’incontro, organizzato dal Rotary Club di Chivasso, si è svolto in un’atmosfera calda e conviviale, riunendo professionisti, rappresentanti del territorio e personalità abituate a portare responsabilità e visione nelle proprie comunità. Quella che sembrava una serata come tante altre, però, è diventata presto un momento di profonda riflessione.
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Ospite della serata è stata Martina Marchiò, 35 anni, originaria di Rivarolo Canavese – Torino, infermiera e operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere, da quasi nove anni. Ha conseguito la laurea in Scienze Infermieristiche nel 2013. Nel 2017 ha intrapreso la sua prima missione con Medici Senza Frontiere, l’organizzazione medico-umanitaria indipendente che ha scelto come casa professionale e umana. Da allora ha lavorato in Africa, Asia, America Latina e in molte emergenze nel mondo, fino a Gaza, vivendo dall’interno la quotidianità di uno dei contesti più duri e complessi di sempre.

Rotary Club di Chivasso Martina Marchiò
Quando ha iniziato a raccontare la sua esperienza nella Striscia di Gaza, il tono dell’incontro è cambiato: il tempo si è fermato, e la sala non era più solo un luogo di cena, ma un ponte verso mondi lontani che, grazie alle sue parole, diventavano vicini, da ascoltare, sentire e comprendere. Perché ciò che raccontava accadeva oggi, davanti ai nostri occhi, mentre il mondo continua a voltarsi altrove.
La sua esperienza l’ha portata anche a scrivere il libro “Brucia anche l’umanità” – Diario di un’infermiera a Gaza, in cui racconta ciò che ha visto, sofferto e imparato nel cuore della crisi umanitaria. La testimonianza scritta e quella raccontata dal vivo restituiscono volto e voce a una tragedia spesso ridotta a numeri.
Gaza raccontata dal cuore di chi c’è stata
Martina è stata a Gaza due volte: nel 2024, durante l’invasione di terra di Rafah, e nel 2025, tra aprile e giugno, operando soprattutto a Gaza City, come coordinatrice medica. La sua è una testimonianza diretta, vissuta nei pronto soccorso sovraffollati e negli ambulatori improvvisati, accanto a colleghi palestinesi che ogni sera si salutavano con un «speriamo di vederci domani».
«A Gaza non ci si sente mai davvero al sicuro», ha spiegato. «Eppure si continua a lavorare, anche quando le risorse sono pochissime e le scelte diventano impossibili».
La guerra, ha raccontato, non è fatta solo di esplosioni, ma di conseguenze quotidiane: fame, freddo, mancanza di cure. Ha parlato dei bambini, spesso i più colpiti, di quelli feriti, amputati, malnutriti. Di chi sopravvive nonostante tutto.
Tra le storie condivise, quella di una bambina è rimasta impressa nella sala. Aveva subito gravi ferite, ma non aveva perso le gambe, in una Striscia dove le amputazioni nei minori sono purtroppo altissime. Tornava più volte alla settimana in ambulatorio per medicazioni e fisioterapia, affrontando dolori intensi. Dopo molte settimane, è riuscita a muovere di nuovo i primi passi. «In lei ho visto una forza straordinaria, la capacità di ricostruirsi anche nel dolore», ha raccontato Martina.
Scelte impossibili e limiti estremi
A Gaza, la medicina è una sfida continua: antibiotici, sedativi e antidolorifici non bastano per tutti. Nei pronto soccorso sovraffollati, Martina e i suoi colleghi dovevano scegliere chi aveva più possibilità di sopravvivere. Decidere chi vive e chi muore ogni giorno è una realtà che lascia cicatrici indelebili.
Martina ha parlato anche delle evacuazioni forzate, spesso comunicate con messaggi o fogli lanciati dal cielo, e delle persone che non riuscivano a scappare in tempo. Case ridotte in macerie, sotto le quali restavano non solo oggetti, ma vite. «Scrivere i nomi sui muri serve a non dimenticare chi è rimasto sotto», ha raccontato.
Gli ospedali, come Al-Shifa, pilastro della sanità locale, sono stati colpiti e ricostruiti più volte. Qui, una fossa comune conteneva centinaia di corpi: una cruda realtà che sfida la capacità di comprendere l’orrore.
Uscire dalla Striscia non significa davvero lasciarla alle spalle. «Attraversare quel muro fa capire quanto una barriera possa decidere chi ha accesso alle cure, al cibo, all’acqua e chi no», ha raccontato. Tornare alla normalità significa portarsi dietro ricordi e immagini che nessuno può cancellare.
La cena del Rotary Club di Chivasso si è così trasformata in un momento di riflessione profonda: non solo convivialità, ma ascolto attento e responsabilità condivisa. Martina Marchiò non ha raccontato solo la guerra: ha restituito dignità, umanità e identità a chi troppo spesso è ridotto a numeri.
A Rolandini, quella sera, Gaza non era più un luogo lontano. Era vicina, silenziosa, palpabile, entrata nella sala attraverso le parole di una donna che ha scelto di mettere la propria vita al servizio di chi soffre. E la memoria di quella serata – dei silenzi, degli sguardi, della forza raccontata – resterà più a lungo di qualsiasi cena.
Le foto della serata







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