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30 Gennaio 2026 - 19:16
I manifesti firmati da Zerocalcare per il corteo nazionale di Askatasuna del 31 gennaio 2026 non sono solo strumento di propaganda di una mobilitazione che da giorni infiamma Torino, ma sono già diventati oggetti da collezione in vendita su eBay con una base d’asta fissata a 179,99 euro.
La mobilitazione — annunciata con lo slogan «Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana» — è l’esito di mesi di tensione dopo lo sgombero, il 18 dicembre 2025, dello storico centro sociale di Borgo Vanchiglia, occupato da trent’anni e fulcro di eventi culturali e politiche giovanili. La protesta si presenta come un appuntamento nazionale che dovrebbe radunare migliaia di manifestanti da tutta Italia, con tre cortei convergenti verso piazza Vittorio Veneto contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali.
La firma della grafica delle locandine è di Michele Rech, meglio noto come Zerocalcare, autore tra i più letti della scena fumettistica italiana contemporanea. Nato a Cortona e cresciuto nella scena underground romana, Zerocalcare ha sempre intrecciato la sua opera alla cultura dei centri sociali, frequentandoli fin dall’adolescenza e riconoscendo in essi una “famiglia” culturale e politica prima ancora che un semplice spazio militante.
Negli anni recenti l’artista è diventato una voce pubblica di riferimento non solo per la sua narrativa graficamente intensa, ma anche per l’impegno sociale — inclusa la difesa pubblica di Askatasuna, che ha definito spazio vitale per la cultura, la solidarietà e la mobilitazione politica.
E qui arriva il paradosso: mentre Torino si prepara a una giornata che le autorità prevedono complessa sul piano dell’ordine pubblico — con contingenti di polizia, pullman di militanti e tre punti di partenza ufficiali per la manifestazione — alcuni esemplari di quei manifesti sono già in vendita online. La base d’asta a quasi 180 euro su eBay traduce in cifra commerciale un oggetto che per gli attivisti è simbolo di appartenenza collettiva e per i collezionisti diventa memoria di un evento storico-politico.

Questo fenomeno non è un’eccezione isolata: nella storia recente del conflitto sociale italiano, i materiali grafici dei movimenti spesso sono finiti nei mercatini digitali o sugli scaffali dei collezionisti, accumulando valore proprio per la loro natura effimera e contestuale. Locandine, opuscoli, volantini che nascono come strumenti di mobilitazione venduti a prezzi che sembrano contraddire lo spirito anticommerciale dell’antagonismo di cui sono espressione.
C’è nel gesto di mettere all’asta i manifesti un’ironia involontaria e una contraddizione sottile: mentre la piazza si proclama contro governo, istituzioni e “attacchi agli spazi sociali”, il mercato digitale trasforma quell’atto di protesta in merce da possedere, esercitando la stessa logica di valore che i movimenti criticano nelle dinamiche del consumo culturale.
La firma di Zerocalcare amplifica questa contraddizione. I suoi fumetti, pur nati in ambienti punk e centri sociali, sono oggi pubblicati da grandi case editrici e godono di un ampio successo popolare. Questo fa sì che oggetti come i manifesti assumano un valore doppio: da un lato sono strumento di lotta e simbolo di una comunità antagonista, dall’altro sono opere firmate da un autore famoso, immediatamente traducibili in denaro su piattaforme come eBay.
Il fenomeno rivela uno dei paradossi più affascinanti della cultura contemporanea: l’antagonismo radicale, nato come critica culturale oltre che politica, finisce spesso per essere integrato e valorizzato dal sistema stesso che contesta, generando forme di “radical chic” che confondono confini tra lotta, consumo e mercato.
E così, mentre Torino si appresta a diventare — come gridano gli organizzatori — “partigiana” e terreno di scontro ideologico e sociale, qualcosa del suo fermento più autentico trova già una seconda vita nel display di uno schermo, in attesa di offerte in euro.

Importante evidenziare il ruolo dell’artista nel mercato culturale. Quando un autore come Zerocalcare — con grande successo editoriale e riconoscibilità — firma un manifesto, quel pezzo non è solo un volantino di piazza ma anche un oggetto firmato da un artista contemporaneo che ha raggiunto ampia popolarità.
Ed è in questo scarto, sottile ma decisivo, che nasce la trasformazione. Il manifesto non vive più soltanto nel tempo breve della mobilitazione, attaccato a un muro o distribuito in piazza, ma entra in una seconda dimensione: quella del mercato culturale, dove il valore simbolico si somma — o si traduce — in valore economico. Non è un processo nuovo, ma negli ultimi decenni si è fatto sempre più evidente, soprattutto quando l’autore proviene da un’area dichiaratamente antagonista.
Il caso di Zerocalcare è emblematico. Michele Rech nasce e cresce artisticamente dentro l’universo dei centri sociali romani, in particolare attorno a Rebibbia. I suoi primi lavori circolano in autoproduzione, tra fanzine e murales, con una cifra narrativa profondamente politica ma mai didascalica. Con il successo editoriale, prima nei fumetti e poi nelle serie animate distribuite da piattaforme globali, quella stessa cifra diventa riconoscibile, quasi un marchio. Quando oggi Zerocalcare firma un manifesto per Askatasuna, quel foglio di carta porta con sé non solo un messaggio politico, ma anche il peso di un autore che vende centinaia di migliaia di copie e che ha un pubblico trasversale, spesso lontano dalle piazze antagoniste.
Non è la prima volta che accade. Negli anni Sessanta e Settanta, i manifesti del Maggio francese nati negli atelier popolari parigini erano pensati come strumenti effimeri, da produrre in fretta e consumare in strada. Oggi alcuni di quei poster sono battuti nelle aste internazionali come testimonianze storiche e artistiche di un’epoca, con quotazioni che nulla hanno a che fare con l’idea originaria di gratuità e diffusione collettiva.
Un altro esempio paradigmatico è quello di Banksy. Le sue opere nascono come atti di guerriglia urbana, spesso illegali, con un messaggio esplicitamente critico verso il capitalismo e il mercato dell’arte. Eppure, una volta staccate dai muri — talvolta contro la volontà dell’artista stesso — finiscono nelle case d’asta con cifre a sei o sette zeri. Il murale Slave Labour, rimosso da una parete londinese e messo in vendita, ha segnato uno spartiacque: l’arte di protesta non solo può essere mercificata, ma può diventare uno degli asset più ambiti del sistema che contesta.
L'opera, rimossa dal muro nel 2013, finì nel circuito delle aste fino alla vendita privata a Londra per oltre 750mila sterline (circa un milione di euro), trasformando un’opera di denuncia in un oggetto di altissimo valore commerciale.

Più sottile, ma non meno significativa, è la vicenda delle Guerrilla Girls. I loro poster femministi, affissi abusivamente a New York negli anni Ottanta per denunciare il sessismo nel mondo dell’arte, sono oggi conservati in musei e collezioni private. Anche qui il messaggio originario resta intatto, ma il supporto materiale assume un valore autonomo, separato dalla funzione politica immediata.
In Italia, dinamiche simili si sono viste con i manifesti e le grafiche legate al movimento No Tav, diventate negli anni oggetti ricercati, o con alcune opere di Blu, street artist che ha scelto di cancellare i propri murales piuttosto che vederli inglobati nel circuito museale e commerciale. Blu, insieme ad attivisti, ha coperto di vernice grigia i suoi murales più noti (tra cui quelli realizzati nel centro sociale bolognese XM24) per impedire che venissero esposti nella mostra "Street Art" a Palazzo Pepoli. Un gesto estremo, quasi una risposta preventiva a quella trasformazione che oggi appare inevitabile.
Il punto non è stabilire se questa evoluzione sia una “contraddizione” o una “deriva”, ma riconoscere che l’antagonismo contemporaneo vive ormai dentro una doppia tensione. Da un lato continua a produrre simboli, immagini, linguaggi pensati per la collettività e per il conflitto. Dall’altro, quando questi simboli sono firmati da autori riconosciuti, entrano automaticamente in una filiera culturale che li rende collezionabili, archiviabili, vendibili.
Il manifesto di Askatasuna firmato da Zerocalcare e messo all’asta su eBay a 179,99 euro è figlio esatto di questa dinamica. Non è solo un caso curioso o marginale, ma una fotografia precisa del tempo presente: un’epoca in cui la protesta genera estetica, l’estetica genera valore, e il valore circola anche dove la retorica vorrebbe negarlo. Una zona grigia in cui militanza, successo e mercato smettono di essere categorie separate e iniziano a sovrapporsi.
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