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Kerry Kennedy a Torino: “Negli Stati Uniti la situazione è pericolosa, non capisco perché l’ICE debba venire in Italia”

La figlia di Robert Kennedy, all’indomani dell’uccisione di Alex Pretti e Renee Good da parte dell’agenzia federale anti-immigrazione, denuncia violenze e chiede la fine delle operazioni che scatenano proteste di massa

Kerry Kennedy a Torino: “Negli Stati Uniti la situazione è pericolosa, non capisco perché l’ICE debba venire in Italia”

Kerry Kennedy a Torino: “Negli Stati Uniti la situazione è pericolosa, non capisco perché l’ICE debba venire in Italia” (immagine di repertorio)

La voce di Kerry Kennedy, figlia dell’ex senatore Robert F. Kennedy e presidente della Robert F. Kennedy Foundation, risuona forte e chiara dal palco della presentazione del progetto Percorso27 - Formazione e lavoro oltre la pena sulle orme di Giulia di Barolo: “Non c’è alcuna ragione per la quale l’Ice debba venire in Italia”. Il riferimento è all’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale statunitense responsabile delle operazioni di controllo dell’immigrazione interna, al centro di tensioni e proteste negli Stati Uniti dopo due recenti uccisioni che hanno scosso l’opinione pubblica americana.

Negli ultimi mesi le città statunitensi, e in particolare Minneapolis nel Minnesota, sono state teatro di una serie di proteste di massa contro le operazioni dell’ICE che molti considerano sempre più aggressive e pericolose. La scintilla è stata la morte di Renee Nicole Good, una donna di 37 anni, uccisa da un agente dell’ICE lo scorso 7 gennaio durante un’operazione di enforcement federale a Minneapolis; la sua morte è stata classificata come omicidio e ha provocato mobilitazioni immediate.

Le proteste, inizialmente concentrate nelle Twin Cities (Minneapolis e Saint Paul), si sono poi estese ad altre città e hanno assunto carattere permanente per diversi giorni. Migliaia di persone sono scese in strada chiedendo accountability, riforme profonde delle politiche di immigrazione e la fine delle operazioni aggressive dell’ICE, viste da molti come un simbolo della militarizzazione delle forze federali.

La tensione è esplosa ulteriormente il 24 gennaio, quando durante una protesta un altro civile, Alex Jeffrey Pretti — un infermiere di 37 anni che lavorava in terapia intensiva e viveva a Minneapolis — è stato ucciso da agenti federali. Secondo fonti governative, Pretti avrebbe affrontato gli agenti armato, ma video diffusi e analizzati da media internazionali sembrano contraddire la versione ufficiale, mostrando il 37enne disarmato o nella mani degli agenti al momento dei colpi di pistola.

Kerry Kennedy (foto di repertorio)

La tragedia di Pretti ha riacceso le proteste con nuove ondate di manifestazioni, culminate in raccolte di massa e richieste di trasparenza nelle indagini, oltre che critiche forti al ruolo dell’ICE, accusato da critici, sindacati e leader civili di operare con tattiche eccessive e violente nei confronti di civili e manifestanti pacifici.

Le manifestazioni non si sono limitate al Minnesota. Secondo ricostruzioni e reportage, centinaia di proteste anti-ICE si sono tenute in altre città come San Francisco, New York, Boston e Los Angeles, con il movimento che ha assunto dimensioni nazionali. Le richieste dei manifestanti includono non solo la cessazione delle attività dell’ICE nello Stato del Minnesota, ma anche riforme generali delle politiche di immigrazione e una revisione dell’uso e del mandato dell’agenzia stessa.

La reazione pubblica è stata forte anche in altri ambiti. Secondo alcune fonti internazionali, celebrità e leader culturali hanno contribuito a tenere alta l’attenzione, con opere artistiche e iniziative pubbliche che condannano gli episodi di violenza attribuiti agli agenti federali.

L’ICE è un’agenzia fondata nel 2003 e parte del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS), con il compito principale di gestire e far rispettare le norme sull’immigrazione interna, inclusi arresti e deportazioni. Negli ultimi mesi, nell’ambito di un’operazione di larga scala nota come Operation Metro Surge, l’ICE ha intensificato le proprie azioni nel Minnesota e in altre aree, con l’obiettivo ufficiale di contrastare l’immigrazione clandestina e le attività criminali correlate.

Tuttavia, la strategia e i metodi adottati sono stati duramente criticati da attivisti per i diritti umani, pubblici ministeri locali, e persino da alcuni leader politici. Secondo questi critici, le operazioni dell’ICE sono sproporzionate e spesso violente, "innescando paura nelle comunità locali e alimentando un clima di sospetto e intimidazione", come emerge nelle grandi manifestazioni e nelle dichiarazioni di figure pubbliche impegnate sui diritti civili.

La morte di Pretti, in particolare, ha messo in evidenza contraddizioni tra la versione ufficiale e le immagini video pubblicate dai media, che mostrano tentativi di assistenza da parte dell’uomo prima dell’intervento letale. Queste discrepanze hanno alimentato ulteriori dubbi sull’uso della forza da parte degli agenti e hanno consolidato la richiesta di riforma radicale.

Nel contesto di queste tensioni, la posizione di Kerry Kennedy si colloca all’interno di un quadro più ampio di critica alle politiche americane sull’immigrazione e all’uso della forza da parte delle agenzie federali. Dal palco torinese, Kennedy non ha usato giri di parole: oltre a definire la situazione negli Stati Uniti “molto pericolosa”, ha espresso incomprensione e forte opposizione alla possibile estensione delle attività dell’ICE al di fuori dei confini statunitensi, e in particolare in Italia, ribadendo che “non c’è alcuna ragione” per cui un’agenzia di controllo dell’immigrazione americana debba operare nel nostro paese.

Le sue parole — pronunciate in un incontro pubblico dedicato a un progetto sociale e non a questioni migratorie — riflettono la crescente preoccupazione internazionale per i metodi e gli effetti delle politiche di enforcement statunitensi, considerate da molti come elementi di una crisi più ampia dei diritti civili e del rapporto tra popolazione e forze dell’ordine.

La polemica sull’ICE e sulle violenze attribuite agli agenti federali non è confinata alle proteste di strada: diventa un tema di dibattito pubblico anche negli Usa tra istituzioni locali, governi statali, leader di comunità e organizzazioni per i diritti umani. Mentre alcuni leader politici chiedono indagini approfondite e limitazioni alle operazioni federali, altri — incluso l’amministrazione centrale — difendono l’azione dell’agenzia come necessaria per mantenere ordine e rispetto delle leggi sull’immigrazione.

In questo clima di forte tensione, le parole di una figura come Kerry Kennedy — con la sua storia e il peso simbolico della sua famiglia — assumono un significato particolare: non semplici critiche, ma un messaggio forte rivolto al dibattito pubblico internazionale su diritti, forza e politica migratoria.

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