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27 Gennaio 2026 - 10:18
Vito Shade attacca ICE, Trump e anche l’Italia, trasformando la cronaca in un’accusa feroce contro potere e ipocrisia
Un video, pochi secondi, ma un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni. Vito Shade, rapper torinese da sempre attento ai temi sociali, ha pubblicato un nuovo freestyle che prende di mira la situazione negli Stati Uniti, l’operato delle forze dell’ICE e, più in generale, una gestione della sicurezza che – secondo l’artista – si maschera da ordine pubblico mentre produce violenza, paura e discriminazione. Un attacco diretto, costruito su immagini forti, riferimenti di cronaca e una critica esplicita anche alla politica italiana, accusata di piegarsi a dinamiche che arrivano da oltreoceano.
Il video si apre con un frammento audio che dà immediatamente il tono. Si sente la voce di un agente dell’ICE che interroga un cittadino statunitense: «Perché ti sto chiedendo i documenti? Per via del tuo accento. Anche tu hai un accento. Da dove vieni? Anche tu hai un accento». Un passaggio che mette al centro il tema dell’accento come colpa, dell’identità linguistica trasformata in sospetto, e che fa da miccia al freestyle vero e proprio.
Da lì Shade entra a gamba tesa. Le barre sono secche, senza metafore consolatorie. Quando rappa «Questi ti shottano se con l’iPhone fa click, sia mai che spari un paio di foto oppure fai screen», il riferimento è esplicito a un caso di cronaca che sta rimbalzando a livello internazionale e che nel racconto del rapper diventa simbolo di un sistema che reagisce con le armi anche davanti a gesti quotidiani. Nella stessa strofa cita l’uccisione del 37enne Alex Pretti, infermiere colpito a Eat Street, episodio che nel freestyle viene indicato come emblema di un uso sproporzionato della forza da parte dell’ICE.

Il tono si fa ancora più duro quando lo sguardo si sposta dall’America all’Italia. «Mamma mia in che stato è ridotto il mio Stato, sembra che è addestrato alla nuova Gestapo, che se sei uno straniero ti tratta da appestato». Il paragone è volutamente estremo. Shade richiama la Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista, istituita nel 1933 e divenuta strumento centrale del terrore, della repressione politica e delle persecuzioni razziali. Un riferimento storico pesante, utilizzato per denunciare ciò che il rapper percepisce come una deriva autoritaria e discriminatoria anche nel contesto europeo.
Subito dopo arriva una delle barre più politiche del freestyle: «Ma siete stranieri pure voi, ci avete pensato?!». Qui Shade ribalta la retorica identitaria americana, ricordando che la maggior parte della popolazione degli Stati Uniti ha origini europee o africane, mentre gli unici “americani originari” sono i nativi. Un passaggio che smonta il concetto di purezza nazionale e mette in discussione la legittimità morale delle politiche anti-migranti.
Non manca il riferimento all’attualità più recente. «Il cosplay dei nazisti non vi è riuscito» è una stoccata che rimanda alla figura di Greg Bovino, capo della Border Patrol finito al centro delle polemiche per essersi presentato a Minneapolis con un soprabito in stile militare durante le operazioni dell’ICE. Un’immagine che ha fatto discutere e che, nelle ultime ore, sarebbe costata a Bovino il suo incarico proprio per i toni e i simboli giudicati inaccettabili. Nel freestyle, quell’abbigliamento diventa il simbolo di un’estetica del potere che flirta con l’autoritarismo.
L’attacco si sposta poi apertamente sulla politica italiana. «Ma se come sport olimpico c’è il leccaggio di culo, l’Italia vince la medaglia di sicuro». Un verso che non fa sconti e che prende di mira la linea del governo Meloni, descritta come filo-trumpiana e subalterna al potere statunitense. È una critica frontale, che rifiuta mediazioni e usa il linguaggio crudo del rap per dire ciò che, secondo Shade, molti pensano ma pochi dichiarano.
Il freestyle tocca anche uno dei punti più sensibili: «Hanno preso di mira perfino i loro bambini». Un riferimento ai casi documentati di minori arrestati dall’ICE, tra cui bambini di meno di cinque anni, episodi che hanno suscitato indignazione internazionale e che nel racconto del rapper diventano il segno definitivo di un fallimento morale.
La chiusura è affidata a una frase che riprende l’audio iniziale sull’accento: «Scusami Trump, sono di qua e parlo tre lingue: italiano, inglese e la lingua della verità». Una dichiarazione identitaria e politica insieme, che rivendica il diritto di parlare, denunciare e non adeguarsi.
Con questo video Vito Shade non cerca consenso facile. Usa il freestyle come strumento di presa di posizione, mescola cronaca, storia e politica, e si assume il rischio di un linguaggio divisivo. Un’operazione che conferma come, anche nel rap italiano, la musica possa tornare a essere un luogo di scontro e non solo intrattenimento.
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