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La montagna dice no: l’idroelettrico sulla Stura divide Chialamberto e accende la paura di restare senz’acqua

Chialamberto difende la sua acqua: petizione contro la derivazione idrica tra timori per piene, agricoltura e tenuta del territorio

La montagna dice no

La montagna dice no: l’idroelettrico sulla Stura divide Chialamberto e accende la paura di restare senz’acqua

A Chialamberto la battaglia non è ideologica né pregiudiziale contro le energie rinnovabili. È una questione di sopravvivenza territoriale. L’acqua, in alta valle, non è solo una risorsa naturale: è economia, presidio umano, equilibrio ambientale. Per questo la petizione avviata nelle ultime settimane contro il progetto di un impianto idroelettrico sulla Stura della Val Grande ha raccolto rapidamente centinaia di firme, diventando il punto di coagulo di una preoccupazione diffusa che attraversa residenti, allevatori, agricoltori e villeggianti.

Il timore, espresso con chiarezza, è che la derivazione idrica prevista finisca per sottrarre portata al torrente, compromettendo un ecosistema fragile e già segnato da anni di stress climatico e idrogeologico. In una valle dove l’acqua regola tutto — dai pascoli all’allevamento, dall’agricoltura di montagna alla sicurezza dei versanti — anche una riduzione parziale viene percepita come un rischio strutturale, non come un semplice sacrificio compensabile.

La questione non nasce oggi. A Chialamberto e nei Comuni della Val Grande se ne discute da oltre dieci anni, da quando emerse per la prima volta l’ipotesi di una centrale idroelettrica con presa in località ponte di Pratolungo. Allora il progetto non andò avanti, ma non scomparve mai del tutto. Oggi torna in una veste societaria diversa, con Balma srl, controllata da Alpen 2.0 srl e riconducibile a un gruppo torinese di ingegneria e tecnologia, pronta a riaprire il dossier.

Ed è proprio questo ritorno a riaccendere le tensioni. Non tanto per l’impianto in sé, quanto per il contesto in cui dovrebbe essere realizzato. La Val Grande è una valle che ha già pagato un prezzo elevato agli eventi alluvionali degli ultimi decenni. Smottamenti, erosioni, criticità diffuse hanno lasciato una memoria ancora viva. Per questo l’idea di intervenire sull’alveo del torrente e sui versanti con opere di presa e condotte viene vissuta come un’ulteriore forzatura.

Tra i punti centrali sollevati nella petizione c’è il rapporto tra l’opera di captazione e le piene improvvise. La collocazione della presa, secondo i firmatari, rischierebbe di interferire con il naturale deflusso delle acque nei momenti critici, con possibili effetti a valle. I promotori del progetto sostengono che le strutture sarebbero dimensionate per garantire il transito delle piene in sicurezza e senza aggravare fenomeni erosivi o di inondazione rispetto alla situazione attuale. Ma proprio questa rassicurazione tecnica non basta a dissipare i dubbi di una popolazione che ha imparato, spesso sulla propria pelle, quanto sottile sia la linea tra previsione e realtà.

Un secondo nodo riguarda la condotta forzata prevista per convogliare l’acqua verso l’impianto. Anche in questo caso, i progettisti parlano di interramento completo e di tecniche costruttive tali da non alterare la vulnerabilità idraulica delle aree interessate. Ma chi vive la valle quotidianamente teme che scavare, posare infrastrutture e modificare il sottosuolo possa innescare squilibri difficili da controllare, soprattutto in un territorio già fragile.

Il cuore della contestazione resta però la sottrazione di acqua dal torrente. In montagna, dove le portate sono naturalmente variabili e sempre più condizionate dalla crisi climatica, ogni prelievo viene valutato in termini di conseguenze cumulative. Meno acqua significa meno disponibilità per l’agricoltura e l’allevamento, ma anche un impatto sull’ecosistema fluviale, sulla fauna, sulla qualità del paesaggio. Ed è proprio il paesaggio, negli ultimi anni, ad aver assunto un valore non solo estetico ma anche economico, legato al turismo lento e alla permanenza di chi sceglie la valle per vivere o trascorrere lunghi periodi.

La petizione non chiede uno stop ideologico allo sviluppo. Chiede garanzie, certezze, una valutazione che tenga conto non solo dei parametri tecnici ma anche della tenuta complessiva del territorio. È una richiesta che riflette una sensibilità cresciuta negli ultimi anni, quando il tema della sicurezza idrogeologica è entrato con forza nel dibattito pubblico. Dopo frane, alluvioni e dissesti in tutta Italia, la fiducia cieca nelle opere non è più scontata.

In questo senso, Chialamberto diventa un caso emblematico. Non una valle che rifiuta il cambiamento, ma una comunità che rivendica il diritto di decidere sul proprio futuro, ponendo limiti chiari quando in gioco c’è la risorsa più preziosa. L’acqua, in alta montagna, non è replicabile. Una volta compromesso l’equilibrio, tornare indietro è quasi impossibile.

Il confronto è destinato a proseguire, e probabilmente ad accendersi. Da una parte, le esigenze di produzione energetica e di valorizzazione delle risorse rinnovabili. Dall’altra, la difesa di un territorio che teme di diventare ancora una volta area di sacrificio. In mezzo, le istituzioni chiamate a scegliere se limitarsi a valutazioni formali o assumersi la responsabilità di una decisione che avrà effetti duraturi.

A Chialamberto, intanto, le firme continuano ad aumentare. Non come gesto simbolico, ma come segnale politico e civile. Perché in montagna l’acqua non è solo energia potenziale: è vita quotidiana, lavoro, futuro. E su questo, la valle ha deciso di non restare in silenzio.

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