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28 Gennaio 2026 - 16:44
Referendum sulla giustizia, il Tar dice no al ricorso: resta il voto del 22 e 23 marzo e si riaccende lo scontro politico
Il Tar ha respinto oggi il ricorso presentato dal comitato promotore del referendum sulla giustizia, confermando la piena legittimità della decisione del Consiglio dei Ministri di fissare le consultazioni per sabato 22 e domenica 23 marzo. Una pronuncia che chiude il fronte giudiziario, ma che lascia aperto – anzi riaccende – lo scontro politico e istituzionale attorno a uno dei referendum più controversi degli ultimi anni.
La decisione dei giudici amministrativi arriva dopo settimane di tensione, dichiarazioni incrociate e accuse reciproche. Al centro del contenzioso non c’era il merito dei quesiti referendari, bensì la data del voto, ritenuta dai promotori penalizzante e potenzialmente lesiva del diritto alla partecipazione.
Il ricorso al Tar nasce dalla convinzione del comitato promotore che la scelta di votare a fine marzo, in due giornate non accorpate ad altre elezioni, potesse compromettere l’affluenza alle urne. Secondo i ricorrenti, la decisione del governo avrebbe violato il principio di massima partecipazione democratica, cardine della disciplina referendaria.
In particolare, veniva contestato il mancato accorpamento con altre tornate elettorali utili – amministrative o europee – che avrebbero potuto favorire una maggiore presenza alle urne, riducendo al contempo i costi per lo Stato. Il timore, mai nascosto, era quello di un’affluenza troppo bassa per superare il quorum del 50% più uno degli aventi diritto, condizione necessaria perché il referendum sia valido.
Il Tar, però, ha ritenuto che la discrezionalità del governo nella fissazione della data rientri pienamente nei margini consentiti dalla legge, e che non vi siano elementi tali da configurare una compressione illegittima del diritto di voto. La scelta del 22 e 23 marzo è stata dunque giudicata legittima, ponendo fine al contenzioso.
Il referendum sulla giustizia affonda le sue radici nella lunga e accidentata stagione delle riforme giudiziarie. I quesiti – promossi da un fronte eterogeneo che ha coinvolto giuristi, associazioni e forze politiche – sono stati depositati dopo una raccolta firme imponente, che ha superato abbondantemente il numero richiesto dalla legge.
Al centro dell’iniziativa c’è l’idea che il sistema giudiziario italiano necessiti di una correzione profonda, soprattutto sul piano dei rapporti tra magistratura, politica e cittadini, dei tempi dei processi e delle garanzie per gli imputati. I promotori hanno presentato il referendum come uno strumento di riequilibrio, capace di restituire fiducia in un sistema percepito da una parte dell’opinione pubblica come distante, autoreferenziale o eccessivamente politicizzato.

Chi sostiene il sì vede nel referendum un’occasione per imprimere una svolta a un sistema che, a loro avviso, ha accumulato negli anni distorsioni strutturali. Il voto favorevole viene presentato come una richiesta di maggiore responsabilità, di limiti più chiari all’azione della magistratura e di un rafforzamento delle tutele per cittadini e imprese coinvolti nei procedimenti giudiziari.
Secondo questo fronte, il Parlamento avrebbe dimostrato più volte di non riuscire a riformare davvero la giustizia, rendendo necessario il ricorso allo strumento referendario. Il sì, dunque, come atto politico e civile insieme: una spinta dal basso per forzare un cambiamento rimasto a lungo incompiuto.
Sul versante opposto, i sostenitori del no parlano di un referendum fuorviante e pericoloso, che rischia di semplificare eccessivamente questioni complesse. Per questa area, intervenire per via referendaria su un equilibrio delicato come quello della giustizia potrebbe produrre effetti indesiderati, indebolendo l’indipendenza della magistratura e creando vuoti normativi difficili da colmare.
C’è poi chi ritiene che i quesiti siano tecnici, poco comprensibili per l’elettorato e inadatti a una scelta binaria. Il no viene quindi motivato come una difesa della tenuta costituzionale del sistema e della necessità di riforme organiche, affidate al Parlamento e non a singoli colpi di forbice referendari.
Al di là del merito, la vera partita si gioca sul quorum. La storia recente dei referendum insegna che il principale avversario non è il voto contrario, ma l’astensione. Ed è proprio su questo terreno che si inseriva il ricorso bocciato dal Tar: la data di marzo, senza traini elettorali, viene vista dai promotori come un ostacolo oggettivo alla partecipazione.
Il governo, dal canto suo, ha sempre respinto l’accusa di voler “affossare” il referendum, rivendicando una scelta organizzativa fondata su esigenze tecniche e di calendario. Ora, con il via libera del Tar, la responsabilità passa interamente al campo politico e comunicativo.
Con la pronuncia del Tar, il quadro è definito: si voterà il 22 e 23 marzo. Non ci sono più scorciatoie giudiziarie, né margini per rimettere in discussione il calendario. Da qui alla primavera, il confronto si sposterà tutto sul terreno della campagna referendaria, della mobilitazione e della capacità di spiegare ai cittadini perché andare a votare.
Il referendum sulla giustizia entra così nella sua fase decisiva. Non più nelle aule dei tribunali amministrativi, ma nelle piazze, nei media e nelle case degli italiani. Dove, come spesso accade, la vera sfida non sarà scegliere tra sì e no, ma decidere se partecipare oppure restare a casa.
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