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21 Gennaio 2026 - 19:27
Alessandro Barbero rompe il silenzio: “Al referendum voto no”. Quando il problema non è ciò che si dice, ma chi lo dice
Non è stato il primo a dire “no” alla riforma della giustizia. Non sarà l’ultimo. Ma lo storico torinese Alessandro Barbero è stato, finora, il più colpito. E non per la radicalità delle sue argomentazioni, né per la loro originalità.
È stato attaccato perché è un personaggio pubblico, riconoscibile, popolare, ascoltato. E perché, scegliendo di esporsi apertamente contro una riforma voluta dal governo, ha rotto un equilibrio non scritto che vorrebbe gli intellettuali confinati nella divulgazione, purché non disturbino il potere.
Il suo video pubblicato su YouTube il 19 gennaio, rilanciato poi da diverse testate giornalistiche, ha fatto da detonatore. In quell’occasione, Barbero ha spiegato, senza toni da tribuna politica, perché voterà “no” al referendum costituzionale sulla giustizia. Una presa di posizione meditata, arrivata dopo settimane di esitazione, come lui stesso ha ammesso:
«Io sono di sinistra, lo sanno tutti. Proprio per questo mi sono chiesto a lungo che senso avesse intervenire», ha detto. Poi la scelta di parlare, perché – studiando la riforma – ha ritenuto che le conseguenze istituzionali meritassero una spiegazione pubblica.
Da quel momento, il dibattito si è spostato rapidamente dal merito alla persona. Quotidiani e commentatori dell’area di destra, più o meno dichiarata, hanno dedicato a Barbero una quantità di spazio sproporzionata rispetto a quello riservato, per esempio, ai contenuti della riforma o alle argomentazioni del fronte del “no”.
Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è stato questo: Barbero può parlare di Medioevo, di guerre mondiali, di storia sociale. Ma quando entra nel campo della giustizia contemporanea, dovrebbe stare zitto. O, quantomeno, essere ridimensionato. Da qui l’etichetta di “storico prestato al diritto”, l’accusa di confondere piani diversi, fino alla formula più ricorrente: non è un costituzionalista, quindi non è titolato a esprimersi.
Un’obiezione che regge poco, se solo si osserva cosa ha detto Barbero. Lo storico non ha mai preteso di fare un’analisi tecnica articolo per articolo. Ha espresso un giudizio politico e istituzionale sul disegno complessivo della riforma, sostenendo che il referendum venga raccontato in modo fuorviante come una consultazione sulla separazione delle carriere, mentre il vero nodo è un altro: l’assetto degli organi di autogoverno della magistratura e il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. «Il cittadino non è sicuro se si trova davanti magistrati che possono essere condizionati dalla politica», è il senso della sua posizione.
È qui che l’attacco diventa interessante. Perché quei punti non sono affatto una bizzarria di Barbero. Sono, in larga parte, gli stessi sollevati da Andrea Giorgis, senatore del Partito Democratico, ma soprattutto costituzionalista e docente universitario. A San Mauro Torinese, Giorgis ha definito la riforma «non una riforma tecnica, ma un’idea di potere», criticando sia il metodo con cui è stata approvata – una forzatura parlamentare senza precedenti – sia la scelta di affidare una revisione costituzionale complessa a un referendum che riduce tutto a un sì o a un no.
Nel merito, Giorgis ha detto esplicitamente che «il vero bersaglio della riforma non è la separazione delle carriere, ma il CSM». Ha ricordato che i passaggi di funzione tra giudici e pubblici ministeri sono già fortemente limitati e statisticamente irrilevanti (si parla dello 0,48% del totale) e ha messo in guardia dal rischio di snaturare il ruolo del pubblico ministero, trasformandolo in un soggetto sempre più orientato all’accusa. Parole che coincidono, quasi sovrapponendosi, con quelle di Barbero. Con una differenza: Giorgis è un giurista, oltre che un parlamentare. Eppure, non è lui a finire quotidianamente nel mirino mediatico.
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Lo stesso vale per Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo e Torino, figura simbolo della lotta alla mafia e al terrorismo. A Gassino Torinese, nei mesi scorsi, Caselli è stato chiarissimo: «In tutti i Paesi dove esiste la separazione delle carriere, il potere esecutivo può dare direttive al pubblico ministero». E ancora: «È la fine dell’indipendenza della magistratura e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge».
Caselli ha spiegato che questo esito non è scritto nero su bianco nella riforma, ma che la separazione crea le condizioni per arrivarci nel tempo, rendendo il pubblico ministero un corpo sempre più separato e, prima o poi, politicamente controllabile.
Anche qui, nessuna fantasia ideologica. È una lettura di sistema, una previsione fondata sull’esperienza comparata e sulla storia dell’ordinamento italiano. Ma Caselli, come Giorgis, non ha milioni di visualizzazioni su YouTube, non riempie teatri, non parla ogni settimana a un pubblico giovane che raramente segue i talk show politici. Barbero sì.
Ed è probabilmente questo il vero problema. Non ciò che ha detto, ma il fatto che lo abbia detto lui. Da qui la reazione scomposta, l’accanimento personale, il tentativo di delegittimazione.
Il paradosso è evidente: gli stessi argomenti, se pronunciati da un senatore costituzionalista o da un ex procuratore antimafia, vengono discussi – contestati, per carità – sul piano politico. Se a pronunciarli è Barbero, diventano improvvisamente “bufale”, “inesattezze”, “disinformazione”. Come se il problema non fosse il contenuto, ma la voce che lo diffonde.
Il caso Barbero dice molto più della campagna referendaria di quanto non dicano i manifesti o gli slogan. Dice che il confronto sulla giustizia è diventato un terreno nervoso, dove chi rompe la narrazione ufficiale viene colpito non per quello che sostiene, ma per il peso che può avere nel dibattito pubblico. E dice anche che, forse, il “no” fa più paura quando arriva da chi riesce a spiegare concetti complessi in modo comprensibile, senza bisogno di tecnicismi o investiture accademiche.
Alla fine, la domanda resta tutta politica: se le tesi di Barbero, Giorgis e Caselli sono così infondate, perché dedicare così tanto tempo e così tante energie a colpire soprattutto il primo? Forse perché, tra tutti, è quello che più di altri può far capire che il referendum non riguarda solo l’organizzazione della magistratura, ma il rapporto tra potere politico e giustizia. Ed è proprio lì che il dibattito diventa scomodo.
Gian Carlo Caselli a Gassino Torinese
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