Domani, alle 15, il “Decreto Ponti” torna in Aula: il senatore Roberto Rosso (Forza Italia), vicecapogruppo a Palazzo Madama e vicesegretario in Piemonte, annuncia un’interrogazione al ministro Matteo Salvini per chiedere un’ulteriore proroga dei termini di assegnazione dei lavori. Tradotto: altro tempo, perché – sostiene Rosso – serve completare l’iter delle autorizzazioni ministeriali e arrivare all’affidamento “corretto” delle opere.
Nel mirino, stavolta, ci sono pezzi di viabilità che nel Torinese non sono linee su una mappa ma scelte quotidiane obbligate: Ponte di Castiglione Torinese, Ponte Preti e Ponte di Carignano sul Po, indicati come infrastrutture “strategiche” per sicurezza, continuità dei servizi essenziali e tenuta della mobilità nel quadrante torinese.
Il punto è che questa storia la conosciamo già: il Decreto Ponti – nato nel 2018, dopo il Morandi, come programma di messa in sicurezza – in Piemonte è diventato negli anni un campo minato politico e un labirinto amministrativo. E ogni volta che si parla di scadenze, la discussione scivola sullo stesso piano inclinato: proroghe contro cantieri, comunicati contro procedure, rivendicazioni contro responsabilità.
Nei giorni scorsi la proroga era stata celebrata come “salvataggio” nel Milleproroghe, con il nuovo termine spostato – per il programma sul bacino del Po – dal 31 dicembre 2025 al 30 giugno 2026. Sei mesi, non un anno: abbastanza per tenere i progetti lontani dal precipizio della decadenza, ma non abbastanza per trasformare la carta in lavori se il nodo resta a monte, dove si decide davvero: autorizzazioni, graduatorie, passaggi tra ministeri, conferme formali. È lì che, da anni, la macchina si inceppa.
Ed è qui che l’interrogazione di Rosso si inserisce come un segnale politico doppio. Da un lato, Forza Italia chiede al Governo un’altra proroga, riconoscendo implicitamente che la finestra appena aperta potrebbe non bastare. Dall’altro, porta il tema su un terreno che, nel Torinese, è ormai la vera linea di confine: non il “se” i ponti servono, che quello è assodato, ma chi paga il prezzo del tempo che passa?
Rosso mette sul tavolo la posta in gioco con parole nette, legando gli interventi alla vita reale: «Si tratta di interventi strategici, che incidono direttamente sulla sicurezza dei cittadini, sull’accesso ai servizi sanitari e sulla tenuta economica dei territori coinvolti». È un frame comprensibile e difficile da contestare: quando un ponte limita traffico o impone deviazioni, non penalizza solo i pendolari. Colpisce mezzi di soccorso, imprese, scuole, collegamenti tra comuni che non hanno alternative comode. Il problema è che, fin qui, l’aggettivo “strategico” non ha garantito il verbo che tutti aspettano: fare.
Nel frattempo, la politica locale continua a giocare la sua partita parallela: c’è chi attribuisce i ritardi all’inerzia degli enti territoriali, in particolare a Città Metropolitana di Torino, e chi, al contrario, racconta un percorso fatto di progetti trasmessi, integrazioni richieste, dossier consegnati e attese di risposte definitive. È lo scontro che abbiamo visto riaccendersi a più riprese: maggioranza di centrodestra in Regione contro Città Metropolitana, accuse di “alibi” contro repliche di “scaricabarile”. E intanto, nel mezzo, restano ponti che aspettano e comunità che si adattano.
La domanda, allora, non è polemica: è pratica. Quante proroghe servono perché una proroga smetta di essere un titolo e diventi un cantiere? Se domani Salvini risponderà aprendo a un nuovo rinvio, la politica potrà anche portarsi a casa un’altra scadenza spostata. Ma il Torinese e il Canavese in particolare non ha bisogno di una data più comoda: ha bisogno di un percorso chiaro, di tempi credibili, di atti che chiudano i passaggi ancora sospesi. Perché qui il tempo non è un tecnicismo. È traffico, sicurezza, servizi, economia. Ed è la misura – spietata – di quanto vale davvero, per Roma, la parola “strategico” quando finisce la conferenza stampa e comincia la strada.

Il Ponte Preti di Strambinello
Ponte Preti di Strambinello: un collegamento che non può più reggere il traffico di oggi
Il Ponte Preti è uno di quei punti in cui il Canavese scopre quanto può essere fragile la sua rete viaria: basta un restringimento, un limite di portata, un problema strutturale, e la mobilità quotidiana diventa una corsa a ostacoli. Parliamo di un attraversamento che serve non solo i residenti, ma anche pendolari e mezzi legati alle attività produttive della zona. È un ponte che, per caratteristiche e anzianità, non è più adatto a sostenere flussi moderni senza trasformarsi in un rischio permanente.
Il tipo di intervento necessario non è un rattoppo. Qui la direzione è chiara: serve un’opera che metta in sicurezza il collegamento e lo renda finalmente coerente con la funzione che svolge. In concreto significa arrivare al rifacimento dell’infrastruttura, con un progetto capace di garantire carreggiate adeguate, portate compatibili con il traffico pesante e una struttura che non costringa più il territorio a vivere sotto il ricatto di limitazioni e chiusure. Il vero nodo, però, non è solo tecnico: è procedurale. Senza autorizzazioni complete, senza passaggi ministeriali chiusi e senza una progettazione definitiva pronta per diventare gara e cantiere, il Ponte Preti resta prigioniero della solita terra di mezzo italiana: quella in cui tutti dicono che l’opera è necessaria, ma nessuno la vede partire.
Ponte di Castiglione Torinese: l’opera “strategica” che da anni vive di proroghe
Il Ponte di Castiglione Torinese è una di quelle infrastrutture che non hanno bisogno di slogan per essere capite: chi lo attraversa sa cosa significa. È un collegamento cruciale tra la collina e l’area di Settimo, un punto di passaggio obbligato per pendolari, lavoratori, mezzi di servizio. Quando un ponte del genere è in affanno, non è solo un problema di viabilità: diventa un problema di sicurezza e di tenuta quotidiana di un intero pezzo di territorio.
I lavori necessari, qui, non possono essere raccontati come semplice manutenzione. L’intervento richiesto è strutturale, radicale: rifare il ponte, o sostituirlo, con una soluzione che garantisca standard moderni di sicurezza, capacità di carico e continuità del servizio. Il tema è che, da anni, la vicenda del Ponte di Castiglione sembra vivere più nei comunicati che nei cantieri. Ogni proroga viene presentata come una conquista, ogni rinvio come un passaggio inevitabile. Ma la realtà è più ruvida: se la progettazione non viene chiusa davvero, se l’iter autorizzativo continua a rimanere sospeso, se non si arriva all’affidamento dei lavori, allora il ponte resta un simbolo involontario di un sistema che sa spostare le scadenze, ma fatica a spostare le ruspe.
Ponte di Carignano sul Po: manutenzione straordinaria, ma senza certezze sui tempi
Il Ponte di Carignano sul Po è un’infrastruttura che regge un pezzo importante della mobilità a sud di Torino. Non è un’opera “da copertina”, ma è una di quelle strutture che, quando funzionano, nessuno nota. Quando invece iniziano i limiti, le preoccupazioni e le attese, diventano improvvisamente centrali perché il territorio capisce di non avere alternative semplici. È qui che la parola “strategico” smette di essere un’etichetta e torna ad essere ciò che dovrebbe: un criterio per decidere in fretta e bene.
Per questo, i lavori necessari sul ponte non possono essere ridotti a interventi ordinari. Si parla di manutenzione straordinaria, cioè di operazioni che mettono mano alla struttura in modo profondo: adeguamenti, rinforzi, ripristini, e – se le verifiche lo impongono – anche una revisione complessiva dell’opera per garantire sicurezza e durabilità. Il problema è che la necessità dell’intervento è riconosciuta, ma la certezza del percorso resta debole: servono atti amministrativi chiari, progettazione definitiva, autorizzazioni e soprattutto una linea temporale credibile. Perché un ponte sul Po non è un dettaglio tecnico: è un’infrastruttura che tiene insieme comunità, economia locale e servizi. E quando i tempi si allungano, a pagare non è la politica: è chi attraversa quel ponte ogni giorno.