Torino prova a invertire una tendenza che negli ultimi anni ha cambiato il volto di interi quartieri: saracinesche abbassate, servizi di prossimità scomparsi, strade sempre più orientate al residenziale o al turismo mordi e fuggi. Con l’approvazione della nuova delibera sui criteri urbanistici del commercio, la Giunta comunale interviene su un nodo strutturale, riconoscendo che la desertificazione commerciale non è solo un problema economico, ma anche sociale e urbano.
L’assessore al Commercio Paolo Chiavarino parla apertamente di una necessità di “mettere ordine” in un sistema che non risponde più alla realtà quotidiana della città. Le regole precedenti, costruite su parametri ormai superati, non riuscivano più a leggere le trasformazioni in atto: da una parte la difficoltà dei negozi di vicinato, dall’altra una crescita disomogenea delle medie strutture di vendita, spesso scollegata dai bisogni reali dei residenti.
La revisione approvata dall’esecutivo cittadino punta innanzitutto a riportare il commercio dentro una visione di equilibrio territoriale. L’obiettivo dichiarato è sostenere le attività di prossimità come veri e propri presìdi sociali, capaci di garantire servizi quotidiani, relazioni e sicurezza diffusa, soprattutto nelle aree più fragili della città. In questa prospettiva, il commercio non è più trattato solo come funzione economica, ma come parte integrante delle politiche di rigenerazione urbana.
Uno degli snodi centrali della delibera riguarda il superamento dell’approccio basato quasi esclusivamente su dati censuari. Torino sceglie di guardare alle densità effettive dell’economia di prossimità, introducendo una lettura più aderente alla vita reale dei quartieri. È un passaggio tecnico, ma con ricadute molto concrete: significa riconoscere dove il commercio di base è già fragile e dove invece rischia di essere schiacciato da dinamiche speculative o da un’offerta sovradimensionata.
In questo quadro si inserisce anche una stretta sulle medie strutture di vendita, per le quali vengono previsti limiti più rigorosi in alcuni contesti urbani. La logica è evitare nuovi squilibri, soprattutto in zone già sotto pressione, e proteggere il tessuto commerciale esistente da una concorrenza che rischia di essere insostenibile per le piccole attività. Accanto ai limiti, viene introdotto anche un contributo compensativo aggiuntivo, pensato per sostenere interventi di riqualificazione e rafforzamento del commercio locale.
La delibera affronta poi uno dei temi più delicati degli ultimi anni: il cambio di destinazione d’uso. Per contrastare la perdita progressiva di negozi trasformati in abitazioni o strutture turistico-ricettive, il Comune introduce forme di disincentivazione mirate. Non si tratta di un divieto generalizzato, ma di un segnale politico chiaro: la funzione commerciale viene riconosciuta come strategica per la tenuta dei quartieri e non può essere sacrificata senza una valutazione complessiva degli effetti sul contesto urbano.
Una delle novità più rilevanti è l’introduzione di una vera e propria definizione urbanistica di “economia di prossimità”. Questo passaggio consente, nelle trasformazioni urbane più complesse, di prevedere quote obbligatorie di spazi destinati a funzioni commerciali di vicinato. In pratica, nei nuovi interventi o nelle grandi riconversioni, il commercio di prossimità entra nei meccanismi di pianificazione come elemento strutturale, non residuale.
All’interno di questo impianto trovano spazio anche incentivi e premialità per favorire la disponibilità di locali a canone calmierato o a basso costo, attraverso convenzionamenti urbanistici o strumenti regolamentari dedicati. Una risposta concreta a uno dei problemi più segnalati dagli operatori: l’aumento dei canoni e la difficoltà di sostenere affitti incompatibili con i margini delle piccole attività.
Il messaggio politico che arriva da Palazzo Civico è chiaro: senza negozi di vicinato, i quartieri si svuotano non solo di servizi, ma anche di identità. La revisione delle regole non promette soluzioni immediate, ma prova a costruire un quadro più coerente, capace di accompagnare le trasformazioni senza subirle. In una città che negli ultimi anni ha visto crescere le disuguaglianze territoriali, la battaglia contro la desertificazione commerciale diventa anche una battaglia per la vivibilità urbana e la qualità della vita quotidiana.