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La Voce degli Animali
28 Gennaio 2026 - 19:04
Da fuori è solo un camper parcheggiato in via Francesco Denza, nel quartiere Aurora, nella periferia nord di Torino. Un mezzo qualunque, uno dei tanti che punteggiano le strade della città. Ma dentro, da settimane, ci sono vite che aspettano. Cuccioli di chihuahua, piccoli, fragili, rinchiusi dietro vetri sbarrati, costretti a vivere in pochi metri quadrati, senza aria, senza movimento, senza stimoli. Abbaiano. Abbaiano a lungo. Ma lo fanno invano, perché nessuno li sente davvero, se non chi si avvicina abbastanza da capire che quei suoni non sono normali rumori di fondo, ma richieste di aiuto.
LNDC Animal Protection rende noto di aver ricevuto numerose segnalazioni. Secondo quanto riferiscono, gli animali sarebbero confinati nel veicolo almeno dal 4 dicembre, con i finestrini chiusi e senza un’adeguata custodia, in una condizione che apparirebbe gravemente incompatibile con il loro benessere fisico e psicologico. Una situazione che, con il passare dei giorni, si è trasformata in una vera e propria prigionia.
Le segnalazioni parlano di cani di piccola taglia, almeno tre cuccioli di chihuahua, ma il numero potrebbe essere più alto. I residenti riferiscono di abbai continui, di animali in evidente stato di agitazione, di un disagio che non accenna a diminuire. Segnali chiari di stress prolungato, che fanno temere conseguenze serie sullo stato di salute degli animali. In alcuni momenti, uno dei cani sarebbe stato visto anche all’esterno del camper, mentre gli altri resterebbero rinchiusi all’interno, come se il mezzo fosse utilizzato stabilmente come luogo di detenzione.
Ma quella di via Francesco Denza non sarebbe una semplice storia di incuria o superficialità. Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte nel quartiere, la vicenda sembrerebbe inserirsi in un contesto più ampio, riconducibile a un allevamento e commercio illecito di animali. Alcune segnalazioni indicano infatti che i cani potrebbero essere destinati alla vendita illegale, anche su mezzi pubblici, ceduti per poche decine di euro, senza controlli sanitari, senza tutele, senza alcuna garanzia per chi li acquista e, soprattutto, per chi li subisce: gli animali stessi.

Un sospetto che non nasce dal nulla. La situazione del camper di via Denza sembrerebbe infatti collegata a precedenti interventi delle autorità, che nelle scorse settimane avevano portato al rinvenimento di undici cani, tra adulti microchippati e cuccioli privi di identificazione, in un contesto già riconducibile a un’attività di allevamento e vendita illegale. Un quadro che, anziché chiudersi, sembrerebbe essersi semplicemente spostato, continuando sotto altre forme.
Nonostante la vicenda risulti nota alle autorità competenti, a oggi — sottolinea LNDC Animal Protection — non risulterebbero adottati provvedimenti risolutivi. I cani continuerebbero a trovarsi all’interno del camper, inermi, esposti a una condizione di grave pericolo per la loro salute psicofisica. Il tempo, in casi come questo, non è un dettaglio burocratico: è un fattore che incide direttamente sulla sofferenza degli animali, aggravandola giorno dopo giorno.
Di fronte a questa situazione, LNDC Animal Protection ha deciso di intervenire formalmente.
«Tramite il nostro ufficio legale abbiamo quindi richiesto un intervento urgente per verificare le reali condizioni di detenzione e di salute degli animali e per valutare l’adozione dei provvedimenti necessari alla loro tutela, compreso l’eventuale sequestro», afferma Piera Rosati, presidente di LNDC Animal Protection. «Abbiamo quindi dato la nostra disponibilità ad accogliere i cani, garantendone la custodia e un percorso di recupero finalizzato all’adozione».
Una disponibilità concreta, che va oltre la denuncia e mette al centro una possibile via d’uscita per questi animali. Ma che, allo stesso tempo, solleva una domanda inevitabile: quanto deve durare ancora questa attesa?
Perché mentre le segnalazioni si accumulano e i sospetti diventano sempre più circostanziati, dentro quel camper il tempo si ferma. E ogni abbaiata che rimbalza contro i vetri chiusi racconta una storia che non può essere ridotta a una pratica da evadere.
Insomma, quella di via Francesco Denza non è solo una vicenda di cronaca. È il racconto di una sofferenza che continua, sotto gli occhi di tutti, e che chiama in causa responsabilità precise. Perché quando una situazione è nota, documentata e segnalata da settimane, non intervenire significa lasciare che la gabbia resti chiusa. E che, ancora una volta, a pagare siano i più piccoli, i più fragili, quelli che non possono fare altro che abbaiare e sperare che qualcuno, prima o poi, apra quella porta.
Ci sono storie che fanno rumore anche quando nessuno le ascolta. Come quegli abbai che rimbalzano contro i vetri chiusi di un camper, in una via qualunque di Torino. Abbai piccoli, insistenti, stanchi. Abbai che non chiedono altro che essere visti. Perché chi è chiuso lì dentro non capisce le carte, le competenze, i tempi tecnici. Capisce solo che il mondo è diventato improvvisamente stretto, buio, immobile.
Fa male pensare che tutto questo stia accadendo da settimane, sotto gli occhi di una città che corre, parcheggia, passa oltre. Fa male sapere che la situazione è nota, segnalata, documentata. E che intanto quei cuccioli continuano ad aspettare. Aspettare cosa? Un controllo, una firma, una decisione. Aspettare che qualcuno apra finalmente quella porta.
Perché non si tratta solo di cani. Si tratta di che tipo di comunità vogliamo essere. Di quanto vale una vita quando è piccola, fragile, senza voce. Di quanto siamo disposti a tollerare l’idea che il dolore possa restare chiuso dentro un mezzo parcheggiato, purché non disturbi troppo.
Non basta indignarsi a intermittenza. Non basta dire “è una vergogna” e poi scrollare oltre. Qui serve responsabilità. Serve il coraggio di intervenire, subito. Perché ogni giorno che passa non è neutro: è un giorno in più di paura, di stress, di sofferenza inutile.
Quei cuccioli non stanno facendo nulla di male. Stanno solo esistendo. E chiedendo, a modo loro, di non essere dimenticati. Se una città non riesce a proteggere nemmeno questo, allora il problema non è solo un camper chiuso. Il problema siamo tutti noi.
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