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27 Gennaio 2026 - 17:01
Il sindaco Matteo Chiantore
Sulla cava di San Bernardo non è più tempo di dichiarazioni di principio. La vicenda entra nella fase più delicata, quella in cui le parole devono trasformarsi in atti concreti, e chi governa Ivrea è chiamato a dimostrare se la tanto sbandierata vicinanza ai cittadini del quartiere sia reale o soltanto una posa da comunicato stampa, o "fuffa".
Il punto di partenza è il ricorso amministrativo depositato dal Comitato No Cava contro la Determinazione della Città Metropolitana di Torino che ha autorizzato il rinnovo decennale dell’attività estrattiva in località Fornaci. Una scelta maturata dopo settimane di mobilitazione sul territorio, culminate con la distribuzione dei volantini informativi nel quartiere San Bernardo, e che segna un salto di qualità nella battaglia contro la cava.
In un comunicato diffuso dal Comitato lo si dice chiaramente: "la tutela del territorio non si fa a costo zero". Il ricorso comporta spese legali ingenti, e per questo è stata avviata una raccolta fondi rivolta non solo ai residenti, ma all’intera comunità eporediese. Un appello che chiama in causa associazioni, partiti e istituzioni, ricordando come il Consiglio comunale, solo pochi mesi fa, avesse votato all’unanimità un ordine del giorno contrario al rinnovo dell’autorizzazione della cava. Solidarietà, sì. Ma adesso servono fatti.
Ed è proprio su questo crinale che si inserisce l’iniziativa politica di Fratelli d’Italia. Insieme alla Lega di Giorgia Povolo ha deciso di portare la questione direttamente in Consiglio comunale. Non con un’interpellanza, non con una mozione generica, ma con un documento che chiede all’Amministrazione comunale di mettersi formalmente al fianco dei cittadini.
La mozione, depositata dai consiglieri Andrea Cantoni, Marzia Alessandra Vinciguerra ed Elisabetta Piccoli, ricostruisce l’intero percorso della vicenda e mette nero su bianco una serie di impegni precisi che il Sindaco e la Giunta dovrebbero assumersi.

L'ultimo consiglio comunale
Tanto per cominciare "aderire formalmente alla raccolta fondi "promossa dal Comitato No Cava. Non un sostegno informale, non una pacca sulla spalla, ma un’adesione ufficiale, da rendere visibile attraverso il sito istituzionale dell’ente e i canali social del Comune. Un passaggio tutt’altro che secondario, perché significa riconoscere la legittimità dell’azione del Comitato e assumerla come battaglia dell’intera città.
Il secondo impegno richiesto riguarda il ruolo attivo dell’Amministrazione: la Giunta dovrebbe promuovere e organizzare eventi a sostegno della raccolta fondi, contribuendo concretamente a reperire le risorse necessarie per sostenere il ricorso amministrativo. Non semplici patrocini, ma iniziative capaci di coinvolgere la cittadinanza e rafforzare il fronte contrario alla cava.
Ma la mozione va ancora oltre. Nel dispositivo finale, i firmatari chiedono un gesto politico chiaro, simbolico ma carico di significato: devolvere il gettone di presenza dei consiglieri comunali della seduta del 3 febbraio 2026 a favore del Comitato No Cava. Un segnale che dovrebbe dimostrare, senza ambiguità, che il Consiglio comunale è disposto a rinunciare a qualcosa di proprio per sostenere la battaglia dei cittadini di San Bernardo.
C’è poi un ulteriore impegno richiesto ai gruppi consiliari: farsi parte attiva nella sensibilizzazione sul tema, affinché possano essere avviate ulteriori azioni di sostegno concreto al Comitato e all’iter legale intrapreso per scongiurare la prosecuzione dell’attività estrattiva in località Fornaci.
“È il momento di scegliere da che parte stare” commentano il capogruppo dei Fratelli d'Italia Andrea Cantoni e il segretario Fabrizio Lotito.
Una frase che suona come una chiamata diretta in causa della maggioranza che governa Ivrea, accusata di una vicinanza ai residenti di San Bernardo più dichiarata che praticata. “Fratelli d’Italia è ed è sempre stato contro la cava”, ribadisce Cantoni, lasciando intendere che ora toccherà all’Amministrazione dimostrare se alle parole seguiranno finalmente fatti concreti.
Insomma la cava di San Bernardo smette di essere solo una questione tecnica o ambientale e diventa un vero banco di prova politico. Il Consiglio comunale ha già detto "no" una volta, all’unanimità. Adesso c’è un ricorso in corso, una raccolta fondi aperta e cittadini che mettono mano al portafoglio per difendere il proprio territorio.
Non è più tempo di stare nel mezzo. O si sostiene davvero il Comitato, anche quando questo comporta scelte scomode, oppure si ammette che quella contrarietà votata in aula era solo un esercizio retorico. E su questo, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere.
L’ultima volta che s’è parlato della cava a Ivrea, era novembre 2025, e il sindaco Matteo Chiarore, come Mago Silvan in versione amministrativa, sim sala bim, ha tirato fuori dal cilindro il PRAE. Così, senza preavviso. Con quell’aria da rivelazione improvvisa, da verità nascosta ai più, da Bernadette a Lourdes. Pensava di aver risolto il caso.
Peccato che, mentre parlava, il brusio in sala dicesse chiaramente: eh no, è troppo comodo; eh no, non ci pigli per il sedere; eh no...
Improvvisamente, tra le file della maggiorana, era solo colpa del PRAE, quindi della Regione, quindi di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega. La cava? PRAE. Il rinnovo? PRAE. Il sì della Città Metropolitana? PRAE. Il fatto che per mesi nessuno avesse detto che era già tutto deciso? Sempre lui, il PRAE. Un piano regionale diventato nel giro di mezz’ora il perfetto capro espiatorio: non risponde, non si difende, non vota e soprattutto non si candida.
Il bello è che il PRAE, fino a quel momento, era un oggetto misterioso. Nessuno lo aveva mai nominato con tanta convinzione. Nessuno lo aveva mai spiegato così bene. Nessuno lo aveva mai usato come scudo totale. Ma quella sera, miracolo, tutti, tra le file della maggioranza sembravano conoscerlo abbastanza da giurarci sopra: non si poteva fare diversamente.
La politica, ci viene spiegato, fa le leggi. Gli uffici le applicano. E il sindaco, pover’uomo, povero cristo, povero lui, prende atto. È una catena di Sant’Antonio istituzionale che funziona sempre allo stesso modo: la responsabilità sale di piano in piano finché non esce dall’edificio.
Peccato che questa filosofia non sia universale. Perché quando gli uffici dicono "no" a un supermercato, la politica trova una scorciatoia, chiama i consulenti, convoca le commissioni. Quando invece gli uffici dicono "sì" a una cava, la politica scopre l’umiltà francescana e si affida al destino, cioè al PRAE.
Il PRAE azzera tutto: sei anni di istruttoria discutibile, una cava mai partita, un quartiere che nel frattempo è diventato altro, un Consiglio comunale che a maggio aveva votato all’unanimità contro l’opera. Tutto superato, tutto irrilevante. C’è il PRAE. E quando c’è il PRAE, si spegne la luce.
Il capolavoro arriva poco dopo. Prima ci spiegano che il Comune non ha alcun potere per fermare la cava. Poi, con la stessa naturalezza con cui si cambia diapositiva, annunciano che il Comune non concederà mai l’ampliamento della strada di accesso. Non possiamo tutto, ma qualcosa sì. E quel qualcosa, guarda caso, non cambia nulla.
In fondo è rassicurante, basta aspettare.
Poi se qualcosa dovesse andare storto, non sarà colpa di nessuno. Anzi no: è sempre colpa del PRAE.
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