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24 Gennaio 2026 - 05:00
Arrestato un bimbo di 5 anni. Sconcerto negli Stati Uniti
All’inizio si vede solo un bambino con un cappellino azzurro dalle orecchie lunghe, immobile accanto a un pickup. È il cortile di una villetta a Columbia Heights, sobborgo a nord di Minneapolis. Il motore dell’auto di famiglia è ancora acceso, la scuola materna è appena finita. Si chiama Liam Conejo Ramos, ha 5 anni. Pochi minuti dopo, le sue mani stringono quelle di uomini incappucciati e armati: agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Quell’immagine, scattata nel pomeriggio di martedì 20 gennaio 2026, ha attraversato gli Stati Uniti come una scossa: per la sua scuola, il piccolo sarebbe stato «usato come esca» per far aprire la porta di casa e procedere con altri fermi. L’ICE respinge l’accusa: «Il bimbo è stato abbandonato dal padre che cercava di fuggire; i nostri agenti si sono presi cura di lui». Nel mezzo, una comunità scolastica sconvolta, una famiglia che dice di aver seguito «tutte le procedure dell’asilo», e un Paese che torna a interrogarsi su come si trattano i bambini quando l’enforcement migratorio entra nelle strade residenziali.
The kid was in the father's running car (engine running)—don't tell me the kid was driving it.
— Groktimus (@RMilDoge) January 23, 2026
You can say that you reject all statement from ICE, your choice where is your quality source?
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Secondo la ricostruzione resa pubblica dalla Columbia Heights Public Schools durante una conferenza stampa del 21 gennaio 2026, gli agenti federali hanno bloccato il padre, Adrián Alexander Conejo Arias — cittadino dell’Ecuador — nel vialetto, appena rientrato con Liam dalla scuola dell’infanzia. Un altro adulto presente avrebbe chiesto invano di poter prendere in custodia il bambino. «L’agente ha tirato fuori il piccolo dall’auto ancora accesa, lo ha accompagnato alla porta e gli ha detto di bussare per farci aprire: in sostanza, hanno usato un bambino di cinque anni come esca», ha denunciato la sovrintendente Zena Stenvik. La scuola afferma che almeno quattro studenti del distretto sono stati fermati dall’ICE nelle ultime settimane, inclusi un diciassettenne e una bambina di 10 anni.
La versione federale è opposta. La portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), Tricia McLaughlin, sostiene che, nel corso di un’operazione «mirata» al padre, quest’ultimo avrebbe tentato la fuga «abbandonando il figlio» in un’auto in moto; gli agenti sarebbero quindi rimasti con il bambino «per sicurezza» e avrebbero tentato di riconsegnarlo ai familiari, che però «non aprivano la porta». «L’ICE non ha arrestato un bambino», ha dichiarato McLaughlin: padre e figlio sono stati riuniti e trasferiti in Texas, in una struttura per famiglie.
Gli avvocati della famiglia ripetono che i Conejo Ramos sono entrati negli Stati Uniti nel 2024 passando per canali regolari e hanno un’istanza di asilo attiva. Non risulterebbe alcun ordine di allontanamento dall’America. «Hanno fatto tutto ciò che gli è stato chiesto — ogni passaggio — eppure stiamo parlando di un bimbo di cinque anni portato via con il padre», ha detto il legale Marc Prokosch. A preoccupare, oltre al fermo, è il trasferimento di padre e figlio in un centro in Texas, lontano dall’ambiente scolastico del bambino. Il consolato dell’Ecuador a Minneapolis rende noto di aver contattato l’ICE «per monitore la situazione e salvaguardare il benessere del minore».
Dove si trovano ora? Secondo più fonti, sono stati trasferiti al South Texas Family Residential Center di Dilley, riaperto nel 2025 per ospitare famiglie in attesa di decisioni su rimpatri o asilo. Si tratta della più grande struttura per nuclei familiari in custodia amministrativa del Paese, con una capienza fino a 2.400 persone, gestita dal contractor privato CoreCivic. Il centro — chiuso nel 2024 quando l’Amministrazione Biden aveva eliminato la detenzione familiare — è stato riattivato con un accordo fino al 2030 sotto l’attuale linea di enforcement.
Alla Valley View Elementary, la maestra di Liam, Ella Sullivan, lo descrive come «gentile e affettuoso». La sua sedia, oggi, è vuota. La sovrintendente Stenvik racconta che l’assenteismo nel distretto — 3.400 studenti distribuiti in cinque scuole — è precipitato nelle ultime due settimane, con giornate in cui «un terzo degli alunni» non si è presentato per timore di retate all’uscita di casa. «Perché detenere un cinquenne? Non si può definire un criminale violento un bambino che torna dalla materna», insiste Stenvik. Le autorità scolastiche hanno chiesto all’ICE di «cessare operazioni che coinvolgono minori» e hanno offerto supporto legale e psicologico alle famiglie.
Sul piano politico locale, deputati statali dell’area di Columbia Heights hanno parlato di azioni «incompatibili con i valori costituzionali», sollecitando trasparenza e tutele immediate per i minori coinvolti.
Il DHS e l’ICE insistono su tre punti:
La portavoce McLaughlin ha persino raccontato — in interviste televisive — di agenti che avrebbero «portato il bimbo a mangiare» per calmarlo in quelle ore concitate. Resta il nodo della porta di casa: secondo la scuola e i testimoni, gli agenti avrebbero rifiutato di lasciare il piccolo a un adulto della famiglia presente; secondo il DHS, la madre non avrebbe voluto prendere con sé il figlio in quel momento, mentre il padre avrebbe chiesto di restare con il bambino in detenzione. Due narrazioni che non combaciano e che alimentano la controversia pubblica.
L’episodio di Columbia Heights non arriva nel vuoto. Da inizio gennaio 2026, Minneapolis è teatro di vaste operazioni federali nell’ambito di un giro di vite sull’immigrazione irregolare. Secondo Greg Bovino, dirigente della US Customs and Border Protection coinvolto nel coordinamento, nel solo Minnesota sarebbero stati effettuati circa 3.000 arresti in sei settimane. Una cifra contestata dagli avvocati dell’Immigrant Law Center of Minnesota, che denunciano l’assenza di dati verificabili su chi sia finito davvero in custodia e a quale titolo. Intanto, nelle strade, la tensione è salita: scioperi, veglie, cortei; centinaia di arresti di attivisti e religiosi; un aeroporto bloccato per ore; e, sullo sfondo, la ferita ancora aperta della sparatoria del 7 gennaio, in cui un’agente dell’ICE ha ucciso la 37enne cittadina americana Renée Nicole Good, un caso che ha infiammato lo scontro politico nazionale.
La fotografia di Liam accanto a un mezzo federale è diventata, in questo contesto, un’icona mediatica, rilanciata dai principali quotidiani americani come testimonianza della vulnerabilità dei minori nelle retate. È un’immagine che — notano analisti e editorialisti — ha la potenza di rovesciare il frame narrativo: dall’ordine pubblico alla fragilità dei bambini.
Negli Stati Uniti il diritto dell’immigrazione è amministrativo: chi viene fermato non è necessariamente accusato di reati penali, ma può essere trattenuto in vista di un procedimento di rimozione o della valutazione di una domanda di asilo. Quando ci sono minori coinvolti, le linee guida federali prevedono — sulla carta — che gli agenti cerchino soluzioni che tutelino il «miglior interesse del bambino»: dall’affidamento temporaneo a un parente o a un tutore, fino alla collocazione in strutture adatte, con l’obiettivo di evitare la separazione familiare o di ridurla al minimo indispensabile.
In pratica, però, ogni operazione sul campo lascia margini discrezionali e tempi strettissimi per decidere. È qui che il caso Conejo Ramos esplode: secondo la scuola, c’era un adulto disponibile a prendersi carico immediato del bimbo; secondo l’ICE, le condizioni di sicurezza e le scelte dei genitori hanno suggerito la detenzione congiunta in Texas. La domanda resta: in un vialetto di casa, a pochi passi dall’uscio, qual è la scelta che massimizza davvero il «miglior interesse» del bambino di 5 anni?
Il trasferimento di Liam e di suo padre nel South Texas Family Residential Center segna anche un fatto politico: il ritorno in grande scala della detenzione familiare. Il centro di Dilley — costruito nel 2014 per ospitare «adulti con bambini» — era stato chiuso nel 2024; nel marzo 2025 CoreCivic ne ha annunciato la riapertura con un accordo con l’ICE e la città di Dilley, capienza fino a 2.400 posti, contratto fino al 2030. Il messaggio strategico è chiaro: aumentare la capacità detentiva per gestire — e dissuadere — gli arrivi, mantenendo i nuclei insieme durante l’iter. I critici contestano l’impatto psicologico sui minori e l’idea che il confinamento sia una risposta compatibile con i diritti dell’infanzia, ricordando precedenti denunce su condizioni insufficienti in passato.
Sul piano fattuale, due elementi restano centrali e controversi:
In mezzo a queste divergenze, resta documentato il dato che ha reso il caso un simbolo: padre e figlio sono stati portati via e trasferiti insieme in Texas, mentre la comunità scolastica e la mamma di Liam sono rimaste a Columbia Heights. Per gli operatori dell’infanzia, la separazione geografica dal contesto quotidiano — la classe, i compagni, gli insegnanti — rappresenta una frattura con effetti che si misurano in ansia, regressioni e interruzioni dell’apprendimento. Una trama già vista nei cicli di enforcement precedenti e che oggi torna ad alimentare un dibattito che si pensava archiviato con la fine delle separazioni sistematiche al confine.
La vicenda ha richiamato a Minneapolis le massime cariche dell’esecutivo. Il 22 gennaio, il vicepresidente JD Vance ha difeso l’operato degli agenti: «Che cosa avrebbero dovuto fare?», ha chiesto ai cronisti, ammettendo «la sofferenza» dei minori ma ribadendo la priorità di «far rispettare la legge». A Washington, intanto, l’Amministrazione rivendica un piano di massimizzazione delle rimostranze e rimozioni come cardine della politica migratoria. Per l’opposizione democratica e per molte ONG, il prezzo pagato dai bambini in queste operazioni è «sproporzionato» e mina la fiducia delle comunità nelle istituzioni.
A oggi — 23 gennaio 2026 — Liam Conejo Ramos e il padre Adrián risultano in custodia ICE in Texas. La Columbia Heights Public Schools continua a chiedere risposte e protezione per i propri studenti. Il DHS ribadisce che il bambino «non era un obiettivo». La foto del vialetto, però, resta. E, con essa, una questione che supera il singolo caso: come si conciliano sicurezza, legalità e infanzia quando la linea di confine passa non nel deserto, ma fra il marciapiede e la porta di casa.
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