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Minneapolis, il telefono nella mano destra: come è morto Alex Pretti, infermiere dei veterani, mentre cercava di aiutare una donna

Nuovi video, ricostruzioni indipendenti e un ordine del giudice federale mettono in crisi la versione ufficiale sulla sparatoria che ha ucciso il 37enne. La comunità medica e i sindacati invocano trasparenza

Minneapolis, il telefono nella mano destra: come è morto Alex Pretti, infermiere dei veterani, mentre cercava di aiutare una donna

Minneapolis, il telefono nella mano destra: come è morto Alex Pretti, infermiere dei veterani, mentre cercava di aiutare una donna

Sull’asfalto gelato di Nicollet Avenue, nel cuore della Minneapolis d’inverno, un uomo tiene il telefono nella mano destra e prova a rialzare una donna appena spinta a terra da agenti federali. Pochi secondi dopo, un agente estrae una pistola dalla cintura di quell’uomo e si allontana. Quasi nello stesso istante, un altro agente apre il fuoco a bruciapelo: almeno dieci colpi in circa cinque secondi. L’uomo si chiama Alex Pretti, ha 37 anni, è un infermiere di terapia intensiva presso la Veterans Administration di Minneapolis. Morirà lì, nella mattina di sabato 24 gennaio 2026, sotto gli occhi di passanti e telecamere. Le immagini — analizzate fotogramma per fotogramma — raccontano una storia diversa da quella inizialmente diffusa dal Dipartimento della Sicurezza Interna: al momento degli spari, il telefono era nella mano di Pretti; la pistola era già stata sottratta da un agente.

Per colleghi e pazienti, Alex Pretti era un infermiere “calmo, competente, rispettoso”. Lavorava in rianimazione all’ospedale dei veterani, dove non erano rare le cerimonie di commiato per i pazienti militari deceduti, con il feretro avvolto nella bandiera: uno di quei gesti di cura che chi lo ha conosciuto ricorda come il suo modo di vivere la professione. La sua figura pubblica è confermata da testimonianze e ritratti apparsi su testate nazionali, che ne sottolineano l’impegno e la dedizione ai pazienti.

Nato nel 1988, cresciuto tra Illinois e Wisconsin, aveva studiato e lavorato all’Università del Minnesota anche come “junior scientist”, prima di tornare ai banchi per abilitarsi alla professione infermieristica. Al momento della morte, risulta un proprietario legale di arma da fuoco con permesso di porto nello Stato del Minnesota e senza precedenti penali oltre a qualche infrazione al codice della strada.

Il suo impiego all’interno del sistema dei Veterans Affairs e l’iscrizione al sindacato dei dipendenti federali AFGE sono confermati da più fonti. L’AFGE ha definito la sua uccisione “il risultato diretto di politiche pericolose e di retorica incendiaria”, chiedendo un’indagine completa e pubblica.

Cosa è accaduto su Nicollet Avenue

  1. Secondo una ricostruzione del Washington Post, che ha sincronizzato più filmati girati da testimoni, la sequenza chiave avviene tra marciapiede e carreggiata di Nicollet Avenue e 26th Street, poco dopo le 09:00. Pretti sta riprendendo gli agenti con il cellulare; interviene tra un agente e una donna appena spinta a terra, viene spruzzato con spray urticante, quindi travolto da un gruppo di sei-otto agenti che lo immobilizzano a terra. Un agente in giacca grigia gli toglie la pistola dalla cintura e si allontana. Meno di un secondo dopo, un altro agente estrae l’arma e spara ripetutamente a distanza ravvicinata. Nei video, poco prima degli spari, Pretti non impugna alcuna pistola.
  2. Le immagini — e altre analisi giornalistiche — contraddicono le prime affermazioni dell’Amministrazione secondo cui l’uomo avrebbe “approcciato” gli agenti “brandendo” un’arma e che gli spari sarebbero stati “difensivi”. I filmati mostrano un cellulare nella mano di Pretti, non una pistola; e documentano il momento in cui l’arma gli viene sottratta subito prima dei colpi fatali.
  3. In successive dichiarazioni, le autorità federali hanno ribadito che Pretti fosse armato e che avesse “resistito violentemente” al tentativo di disarmo; ma non hanno chiarito se avesse mai puntato l’arma. Il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, ha confermato che Pretti era titolare di regolare permesso e cittadino statunitense privo di precedenti.

L’episodio si inserisce nella più ampia operazione federale in corso nella città — spesso indicata come “Operation Metro Surge” — che ha visto nelle ultime settimane l’uccisione di un’altra cittadina, Renée Good, il 7 gennaio, e un aumento delle tensioni tra autorità federali e istituzioni locali.

La versione ufficiale e le smentite dei filmati

La narrazione federale ha sostenuto nelle prime ore che Alex Pretti avesse minacciato gli agenti con una 9mm durante un’operazione mirata contro un sospetto di violenza domestica. La DHS ha parlato di “colpi difensivi” dopo un’aggressione armata. Tuttavia:

  1. I video verificati dal Washington Post e da altri media mostrano che la pistola viene recuperata da un agente che si allontana con l’arma in mano, e gli spari partono subito dopo da un altro agente puntato su Pretti, già a terra.
  2. Analisi indipendenti sottolineano che nei momenti precedenti al placcaggio Pretti stava filmando e aveva il telefono in mano, non l’arma.
  3. La family statement dei genitori respinge come “menzogne disgustose” l’idea che il figlio avesse puntato un’arma o volesse colpire gli agenti, ribadendo che stava soccor­rendo una donna a terra.

Il quadro che emerge dai filmati è dunque di disallineamento tra la prima versione governativa e quanto osservabile: un elemento che rende ancor più necessaria un’indagine rapida e indipendente.

Il nodo dell’indagine: BCA bloccata, poi l’ordine del giudice

Subito dopo la sparatoria, lo Stato del Minnesota ha attivato la Bureau of Criminal Apprehension (BCA), l’agenzia statale che per prassi conduce le indagini sulle forze dell’ordine. Ma la BCA è stata bloccata dagli agenti federali dal prendere in consegna la scena, nonostante un mandato di perquisizione firmato da un giudice. Lo ha spiegato pubblicamente il sovrintendente Drew Evans: “ci è stato negato l’accesso”.

La risposta legale è arrivata nella notte tra sabato 24 e domenica 25 gennaio: il giudice federale Eric C. Tostrud ha emesso una Temporary Restraining Order (TRO) che ingiunge al DHS, a ICE, a CBP e ad altre agenzie di “non distruggere né alterare alcuna prova” relativa alla sparatoria. L’ordine, nato da un ricorso congiunto della BCA e della Procura della Contea di Hennepin, è finalizzato a preservare ogni evidenza nelle disponibilità federali; un’udienza è stata fissata per il lunedì successivo.

Il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, ha salutato la decisione come un passo necessario verso un’inchiesta “piena, imparziale e trasparente”. Nel frattempo, la BCA è tornata sulla scena per il canvass di testimoni e video aggiuntivi, come confermato dallo stesso capo della polizia O’Hara.

Un contesto incandescente

  1. Le operazioni federali anti-immigrazione hanno portato a arresti di massa e a scontri quotidiani con i manifestanti nella Twin Cities; Pretti aveva partecipato a cortei nelle settimane precedenti. La sua uccisione è la seconda mortale in città in tre settimane.
  2. La morte di Renée Good il 7 gennaio ha già generato una crisi istituzionale tra Stato e federali, con accuse di ostruzionismo nelle indagini a carico delle agenzie federali e l’attivazione della Guardia Nazionale per la gestione dell’ordine pubblico.
  3. Sul piano politico, la vicenda Pretti è diventata terreno di scontro: da un lato governatore Tim Walz e sindaco Jacob Frey hanno denunciato quella che definiscono una militarizzazione della città; dall’altro, esponenti dell’amministrazione federale e il sindacato della Border Patrol hanno difeso gli agenti e puntato il dito contro “retoriche” che alimenterebbero affronti pericolosi alle forze dell’ordine.

Che cosa dicono i video, in dettaglio

Gli elementi ricorrenti nelle analisi indipendenti:

  1. In più clip, Pretti è visto in strada con il cellulare alzato. Viene spinto verso il marciapiede, spruzzato al volto con spray urticante e coinvolto in una colluttazione che coinvolge fino a otto agenti.
  2. Un agente in giacca grigia si china, estrae una pistola dalla zona lombare di Pretti e si allontana con l’arma in mano, puntata verso il basso. Quasi subito dopo, un altro agente, già con la pistola spianata sulla schiena di Pretti, apre il fuoco.
  3. Si odono almeno dieci spari in rapida successione. Nelle frazioni di secondo precedenti, si sente gridare “gun, gun”, ma il soggetto che pronuncia la frase e a cosa si riferisca non sono determinabili con certezza dai video.

Questi passaggi — soprattutto il momento in cui l’arma è già stata recuperata da un agente — sono quelli che più minano la tesi della minaccia immediata invocata per giustificare l’uso della forza letale.

Il profilo professionale e personale

Le fonti convergono sull’immagine di Pretti come infermiere scrupoloso e compassionevole. Alcuni racconti lo ritraggono in corsia durante momenti ad altissima intensità — dalla gestione di pazienti in ventilazione all’accompagnamento delle famiglie nel fine vita — e negli spazi pubblici come manifestante non violento.

Sul piano amministrativo, risultano elementi coerenti con una posizione regolare: occupazione presso il Minneapolis VA Health Care System, permesso di porto valido in Minnesota e assenza di precedenti penali gravi. Le verifiche di licenza nel Minnesota sono pubbliche tramite il Minnesota Board of Nursing; al momento, fonti giornalistiche nazionali confermano che Pretti era abilitato e in servizio.

Prima dell’infermieristica, Pretti aveva lavorato alla University of Minnesota come “junior scientist”, secondo un profilo professionale riportato dalla stampa; un percorso che spiega la doppia sensibilità per scienza e cura.

La città e il Paese che guardano

Le ore successive alla morte di Pretti hanno visto vigilie e manifestazioni in diverse città, oltre a richieste di rimozione degli agenti federali dalla zona da parte di autorità statali e locali. La reazione pubblica, amplificata dal flusso di video in rete, ha riportato al centro due questioni chiave:

  1. il diritto dei cittadini a documentare le operazioni di polizia e a manifestare senza subire uso eccessivo della forza;
  2. la trasparenza e l’accountability quando gli agenti federali operano sul territorio, con l’esigenza di cooperazione con le autorità locali in caso di uso della forza mortale.

Un bilancio provvisorio, in attesa della piena verità giudiziaria

Alla data di domenica 25 gennaio 2026, possiamo dire con ragionevole certezza — sulla base di filmati e analisi indipendenti — che:

  1. Alex Pretti era un cittadino statunitense, infermiere di terapia intensiva al VA di Minneapolis e proprietario legale di un’arma con permesso valido in Minnesota. Non risultano precedenti penali significativi.
  2. Al momento degli spari, l’arma che portava su di sé era stata già sottratta da un agente; nella sua mano destra c’era un telefono, non una pistola.
  3. Le autorità federali hanno sostenuto la tesi della legittima difesa, ma questa versione è contestata da filmati e testimonianze che suggeriscono un diverso svolgimento dei fatti.
  4. Lo Stato del Minnesota ha ottenuto un ordine federale che impone la conservazione delle prove, dopo che la BCA era stata bloccata dall’accedere alla scena.

Il resto è materia d’indagine e, presto, di tribunali. Ma una verità già emerge con forza: in una città che conosce il peso della violenza di Stato, la morte di un infermiere che lavorava per i veterani e che — stando alle immagini — stava aiutando una donna a rialzarsi, apre una ferita civile profonda. Spetterà alle istituzioni, questa volta, non richiuderla con l’ennesimo strato di opacità.

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