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Né pianeta né stella, gli astronomi sono in crisi: non riescono a capire cosa sia Gaia-6 B

A metà tra una nana bruna e un gigante gassoso, il corpo scoperto dalla missione Gaia torna sotto la lente degli astronomi: uno studio guidato dall’Inaf di Torino svela un’orbita tra le più eccentriche mai osservate

Né pianeta né stella

Né pianeta né stella, gli astronomi sono in crisi: non riescono a capire cosa sia Gaia-6 B

Nel vasto catalogo di oggetti celesti scoperti negli ultimi anni, Gaia-6 B occupa un posto particolare. Non è un pianeta nel senso classico, ma non è nemmeno una stella vera e propria. È qualcosa che sta nel mezzo, una zona grigia dell’astrofisica che continua a interrogare gli scienziati e a mettere alla prova le teorie sulla formazione dei sistemi planetari. A rilanciare il mistero è ora un nuovo studio internazionale guidato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica di Torino, pubblicato sulla rivista Astronomy & Astrophysics, che aggiunge un elemento chiave all’enigma: un’orbita estrema, tra le più schiacciate mai misurate per oggetti di questa massa.

Gaia-6 B ruota attorno alla stella HD 128717, visibile nella direzione della costellazione del Dragone, ed è un corpo dalla natura ambigua. La sua massa è circa venti volte quella di Giove, una dimensione che lo colloca esattamente sul confine tra i pianeti giganti gassosi e le nane brune, oggetti troppo piccoli per innescare le reazioni nucleari tipiche delle stelle, ma troppo grandi per essere considerati pianeti come li intendiamo comunemente. È proprio questo confine, ancora poco esplorato, a rendere Gaia-6 B così interessante.

A colpire i ricercatori non è solo la sua massa, ma soprattutto la forma dell’orbita. Gaia-6 B non segue un percorso quasi circolare, come accade per la maggior parte dei pianeti del nostro Sistema Solare, ma si muove lungo una traiettoria fortemente eccentrica, cioè molto allungata. Un’orbita “schiacciata” che lo porta ad avvicinarsi e ad allontanarsi dalla stella madre in modo estremo, un comportamento raro per oggetti di questo tipo e di queste dimensioni.

«L’origine dell’eccentricità elevata di Gaia-6 B rimane un puzzle irrisolto, poiché non sono stati identificati altri compagni che possano aver “disturbato” l’orbita dell’oggetto», spiega Matteo Pinamonti, primo autore dello studio. In molti sistemi stellari, orbite così eccentriche sono il risultato di interazioni gravitazionali con altri pianeti o stelle vicine. Ma nel caso di Gaia-6 B, almeno per ora, non emergono altri corpi in grado di spiegare una simile dinamica.

Ed è proprio qui che il caso diventa ancora più affascinante. «È importante, però, perché ci aiuta a capire come nascono gli oggetti al confine tra pianeti giganti e piccole stelle, una domanda ancora irrisolta nell’astronomia moderna», continua Pinamonti. Capire Gaia-6 B significa infatti affrontare una questione centrale: come si formano questi oggetti “ibridi”? Nascono come pianeti, all’interno di un disco di gas e polveri attorno a una stella, oppure come stelle mancate, dal collasso diretto di una nube di gas?

La risposta non è affatto scontata e ha implicazioni che vanno ben oltre questo singolo oggetto. «Di conseguenza, ci aiuta a capire meglio come si formano le stelle e i sistemi planetari in generale, incluso il nostro», aggiunge il ricercatore. In altre parole, Gaia-6 B è una sorta di laboratorio cosmico, utile per mettere alla prova i modelli teorici più avanzati.

Il nuovo studio nasce anche dall’esigenza di chiarire una discrepanza nei dati emersa in precedenza. Gaia-6 B era stato individuato grazie alla missione Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea, che misura con estrema precisione le posizioni e i movimenti delle stelle. Tuttavia, le prime analisi avevano restituito informazioni incomplete sull’orbita dell’oggetto, dando luogo a interpretazioni non del tutto corrette.

La chiave per risolvere il problema è arrivata grazie a un monitoraggio intensivo condotto con il Telescopio Nazionale Galileo dell’Inaf, situato sull’isola di La Palma, alle Canarie. Le nuove osservazioni hanno permesso di seguire Gaia-6 B per un periodo più lungo, chiarendo finalmente la natura della sua traiettoria.

Come spiegano i ricercatori, l’errore iniziale era legato a una semplice ma cruciale questione di tempi di osservazione. Gaia-6 B impiega oltre nove anni per completare un’orbita attorno alla sua stella madre, mentre i dati iniziali della missione Gaia coprivano un arco di tempo di appena 34 mesi. Un intervallo troppo breve per ricostruire correttamente un’orbita così lenta e complessa. Il risultato è stato un segnale interpretato in modo impreciso, ora corretto grazie alle nuove misure.

Questo dettaglio tecnico mette in luce un aspetto spesso poco visibile della ricerca astronomica: la pazienza. Studiare oggetti con periodi orbitali di molti anni richiede osservazioni protratte nel tempo, strumenti affidabili e una costante revisione dei dati. Gaia-6 B è un esempio perfetto di come la scienza proceda per aggiustamenti successivi, affinando le interpretazioni man mano che arrivano nuove informazioni.

Resta però aperta la domanda fondamentale: perché Gaia-6 B ha un’orbita così estrema? Senza altri compagni visibili, le ipotesi si moltiplicano. Potrebbe trattarsi del residuo di un’interazione avvenuta in una fase molto precoce del sistema, quando la stella e i suoi eventuali compagni si stavano ancora formando. Oppure il risultato di un processo di formazione completamente diverso da quello dei pianeti giganti classici.

Qualunque sia la risposta, Gaia-6 B conferma che l’Universo è molto più creativo delle nostre categorie. Oggetti come questo sfidano le definizioni rigide e costringono gli astronomi a ripensare i confini tra pianeti, nane brune e stelle. Non è solo una curiosità accademica: comprendere questi casi limite aiuta a costruire una visione più completa e coerente di come nascono e si evolvono i sistemi stellari.

In attesa di nuove osservazioni e di eventuali scoperte di compagni nascosti, Gaia-6 B resta lì, a oltre centinaia di anni luce da noi, come un enigma orbitante. Un corpo che non rientra facilmente in nessuna definizione, ma che proprio per questo continua a raccontare qualcosa di essenziale sull’origine del cosmo e, indirettamente, anche sulle radici del nostro posto nell’Universo.

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