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25 Gennaio 2026 - 21:58
Sali Berisha
La fiamma di una molotov si spegne nell’acqua di un idrante, e con lei anche l’illusione di una normalità politica a Tirana. Sono le ore centrali della sera di sabato 24 gennaio 2026, quando in Boulevard “Dëshmorët e Kombit” – il viale dei “Martiri della Nazione” – la manifestazione convocata dall’opposizione contro il governo di Edi Rama deraglia in scontro: ordigni incendiari lanciati verso il palazzo del primo ministro, gas lacrimogeni e getti d’acqua in risposta, corpi a corpo davanti ai cordoni. È una scena breve ma densa, che condensa in pochi minuti anni di sfiducia, inchieste per corruzione e una competizione politica sempre più aspra. Al termine, i numeri non coincidono: la polizia parla di almeno 10-11 agenti con ferite leggere e di 18 arresti; l’ex premier Sali Berisha sostiene che i fermati siano 25. La distanza tra le cifre racconta più di quanto sembri.
Secondo i resoconti ufficiali, il corteo convocato dalla Partia Demokratike (PD, principale forza d’opposizione) si è radunato nel primo pomeriggio davanti alla sede del Governo e ha poi puntato verso il Parlamento. Una parte dei manifestanti ha lanciato bottiglie incendiarie e oggetti contundenti; le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla. Nella cronaca scarna ma eloquente della serata, la Direzione di Polizia di Tirana riferisce di 11 agenti contusi e di 37 partecipanti identificati per condotte illecite: 18 arresti, 17 deferimenti a piede libero e 2 persone ricercate. Dalla piazza, l’opposizione comunica numeri diversi: «25 arresti», sostiene Berisha a caldo, promettendo mobilitazioni a oltranza.
Dietro alla coreografia della protesta – fumogeni, cori, bandiere – c’è una trama che da mesi avvolge la politica albanese: le inchieste della magistratura specializzata, gli equilibri nel Parlamento, il rapporto teso con le istituzioni del potere esecutivo e il tema, ormai strutturale, della corruzione. Le immagini raccolte da testate internazionali mostrano fiamme davanti all’ufficio del premier, cariche di contenimento e gruppi che tentano di forzare i cordoni verso la Kuvendi i Shqipërisë (Assemblea).
Τίρανα: Με μολότοφ και φωτιές ζήτησαν την παραίτηση Έντι Ράμα – Κατηγορείται για νοθεία και διαφθορά https://t.co/AkEz4yeeRv pic.twitter.com/MVQTkBpXs3
— MeaCulpa.gr (@MeaCulpagr) January 25, 2026
Al microfono, l’uomo-chiave resta Sali Berisha, già presidente e primo ministro, oggi leader della corrente più mobilitata della PD. Dal palco ripete l’accusa che unisce le diverse anime dell’opposizione: il governo socialista guidato da Edi Rama sarebbe permeato da corruzione sistemica e avrebbe “piegato” le istituzioni a fini di autotutela politica. È un frame che si è consolidato in una lunga stagione di piazza, tra fine 2025 e inizio 2026, con tappe antecedenti: dalle manifestazioni autunnali ai cortei di dicembre 2025 segnati da lanci di molotov e fermi mirati, fino al ritorno in massa in gennaio.
Il profilo pubblico di Berisha resta controverso: il veterano della politica albanese, che negli ultimi anni ha dovuto fronteggiare anche procedimenti giudiziari per presunta corruzione legata alla privatizzazione di terreni pubblici a Tirana, continua a definire le accuse «politicamente motivate». Il processo è formalmente avviato dal luglio 2025 davanti alla Corte speciale per corruzione e criminalità organizzata. Il suo nome, insieme a quello dell’ex presidente Ilir Meta, compare regolarmente nei dossier che alimentano la polarizzazione del Paese.
Sul lato opposto, il governo di Edi Rama respinge le accuse e definisce la strategia dell’opposizione una «escalation» progettata per delegittimare le istituzioni. In parallelo, negli ultimi mesi una serie di decisioni giudiziarie ha reso scivoloso il terreno. In novembre una corte specializzata ha sospeso in via cautelare la vicepremier e ministra delle Infrastrutture ed Energia, Belinda Balluku, nell’ambito di un’inchiesta su presunte irregolarità in appalti pubblici; a dicembre la Corte costituzionale ne ha però consentito il rientro in attesa di un pronunciamento definitivo. La prossima settimana è attesa, in sede parlamentare, la discussione sulla richiesta dei procuratori anticorruzione di revocare l’immunità della ministra per consentire eventuali misure cautelari. Un braccio di ferro che, al di là del merito, accende il conflitto tra poteri dello Stato.
Il quadro si complica con altri nomi eccellenti: l’ex presidente Ilir Meta, arrestato nell’ottobre 2024 con accuse di corruzione e riciclaggio; indagini che hanno toccato anche il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, e altri ex ministri. Vicende non tutte concluse, che intrecciano i profili individuali con la narrativa politica: per l’opposizione, prova che il sistema sia marcio; per i sostenitori del governo, segno che il rafforzamento istituzionale sta cominciando a produrre effetti.
La discrepanza tra dati ufficiali e quelli forniti dall’opposizione è ormai consueta nel lessico politico in Albania. In assenza di un conteggio condiviso e certificato da organismi terzi, prevale un principio di cautela: è verosimile che i numeri finali si assesteranno con il procedere delle registrazioni di polizia e dei provvedimenti giudiziari nelle prossime 48-72 ore. Ciò che invece appare consolidato è la dinamica: uso di molotov e oggetti contundenti da parte di alcuni manifestanti; impiego di gas lacrimogeni e idranti da parte delle forze dell’ordine per ripristinare l’ordine pubblico.
Il crinale su cui cammina la politica albanese non nasce con questa protesta. Già a fine 2024 e per tutto il 2025, la capitale ha vissuto una sequenza di manifestazioni organizzate dalla PD e dai suoi alleati, con blocchi stradali e scontri episodici, denunciando corruzione, abusi di potere e restringimento dello spazio democratico. L’opposizione ha più volte chiesto un governo tecnico e elezioni anticipate, mentre gli alleati occidentali hanno insistito sul ritorno al dialogo istituzionale e sull’esigenza di mantenere un clima compatibile con il percorso di adesione all’Unione europea.
In parallelo, dentro le istituzioni si sono registrati episodi che parlano da soli: risse, fumogeni e flares in Parlamento durante sedute delicate, a testimonianza di una fragilità procedurale che fatica a rimanere tra le mura dell’emiciclo e periodicamente trabocca nelle strade.
Sullo sfondo, l’UE. L’Albania è formalmente in negoziato e ha indicato l’obiettivo di adesione entro il 2030, con un’agenda di riforme focalizzata su stato di diritto, lotta alla corruzione e allineamento normativo. Ma Bruxelles guarda anche al linguaggio della politica e della piazza: più la dialettica si fa muscolare, più cresce il rischio che il processo di avvicinamento venga appesantito da condizionalità e richiami formali. Il monito, ripetuto, è di evitare la violenza e lavorare su istituzioni e garanzie.
Nell’opinione pubblica, la protesta del 24 gennaio rischia di produrre due letture speculari. Per chi contesta il governo, le molotov sono l’effetto collaterale – non la sostanza – di una ribellione civile contro un sistema percepito come opaco; per chi sostiene l’esecutivo, sono la prova di una strategia di tensione che mina la sicurezza e delegittima il Paese agli occhi degli interlocutori internazionali. In mezzo, una larga fascia di cittadini per i quali i temi concreti – salari, prezzi, servizi – rischiano di scomparire sotto la coltre di un confronto ideologico-morale permanente.
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