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25 Gennaio 2026 - 10:56
C’è un momento, nella vita, in cui si smette di rincorrere e si comincia a guardarsi dentro. Non arriva necessariamente con l’età, ma con ciò che si è attraversato: successi che hanno esaltato, dolori che hanno lasciato il segno, perdite impossibili da colmare, rinascite silenziose e faticose. È un punto di equilibrio fragile, ma autentico. Patrizia Pellegrino oggi è lì. In bilico tra il palcoscenico e la vita vera, tra l’energia che ancora la spinge avanti e la stanchezza che, ogni tanto, la costringe a fermarsi e respirare.
In questa fase dell’esistenza, raccontarsi non è solo un atto di generosità, ma anche un modo per fare ordine. Attrice, conduttrice, autrice, madre. E figlia, soprattutto. Perché al centro di tutto, come un filo invisibile che non si spezza mai, c’è la figura di suo padre: Mario Pellegrino, avvocato napoletano, uomo di rigore e di cuore, una presenza che continua a vivere anche a dieci anni dalla sua scomparsa. Non come semplice ricordo, ma come forza quotidiana. È il pensiero che le dà sicurezza prima di entrare in scena, è il sorriso che sente addosso quando ha bisogno di coraggio. “Tutto quello che sono lo devo a lui”, dice Patrizia Pellegrino senza esitazioni, con quella voce che tradisce emozione e gratitudine insieme.
Ed è proprio il teatro, oggi, a diventare il luogo in cui questa forza trova la sua espressione più potente. In Buoni da morire, la nuova commedia scritta e diretta da Gianni Clementi, in scena per la prima volta al Teatro Gioiello di Torino dal 23 al 25 gennaio, con la produzione di Fabrizio di Fiore Entertainment e FdF GAT, la Pellegrino interpreta Barbara: una donna borghese, apparentemente appagata, che nella notte di Natale decide, insieme al marito, di uscire dalla propria comfort zone. L’obiettivo è semplice e nobile: portare cibo e parole gentili ai senzatetto della città. Ma quel gesto, così apparentemente lineare, apre un varco profondo e inatteso.
Patrizia Pellegrino, Bruno Maccalini e Blas Roca Rey sul palco del teatro Gioiello di Torino
In una sera di Natale apparentemente come tante, una coppia borghese — Emilio, Bruno Maccalini, cardiochirurgo di successo, lei madre ansiosa di un figlio irraggiungibile — decide di rompere la routine patinata della loro esistenza. Una scelta insolita: unirsi a un gruppo di volontari per portare cibo caldo e parole gentili ai senzatetto della città.
È l’inizio di un viaggio notturno che cambia tutto. Tra marciapiedi gelati e colonnati spazzati dal vento, Emilio e Barbara si ritrovano a fare i conti con sé stessi, riscoprendo il valore della compassione, della solidarietà, della fratellanza. Parole dimenticate, sepolte sotto il peso delle ambizioni e delle corse quotidiane verso successi che svaniscono all’alba.
Per una notte, la coppia ritrova una connessione che sembrava perduta. E quella magia sospesa tra disillusione e speranza li accompagna fino al mattino di Natale, quando un campanello suona e bussa alla porta la realtà vera, quella che non chiede permesso.
Davanti a loro, Ivano, interpretato da Blas Roca Rey: ex compagno di classe, ora uomo alla deriva, con i dreadlocks, l’alito pesante e la vita addosso. È lui l’inaspettato catalizzatore di una scelta. È lui la domanda che non si può più evitare.
Lo spettacolo ci conduce con ironia e profondità nel cuore pulsante delle contraddizioni borghesi, smascherando le nostre ipocrisie quotidiane e interrogando lo spettatore su quanto davvero siamo disposti a cambiare. A donare. A lasciarci toccare.
Un testo intenso, vibrante, che mescola commedia, emozione e riflessione in un equilibrio raro. Perché, in fondo, essere buoni non è poi così difficile. Ma avere il coraggio di esserlo… è tutta un’altra storia.
E soprattutto torna sempre lì, a quel legame fondativo che le ha insegnato tutto: suo padre. Una presenza così viva da riuscire, ancora oggi, ad accendere una radio in una stanza vuota. O a regalarle, nel silenzio, la forza necessaria per andare avanti, ogni volta che la vita — e il teatro — chiedono verità.
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