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26 Gennaio 2026 - 08:27
Oro insanguinato: come l’Africa occidentale finanzia la guerra russa, tra miniere militarizzate, contrabbando e pagamenti in lingotti
All’alba, a Ndassima, nel cuore della Repubblica Centrafricana, i ragazzi dei villaggi setacciano la ghiaia alla ricerca delle ultime scaglie rimaste sui bordi della grande miniera. È il momento più pericoloso. Una raffica, poi un’altra: cadono a terra in undici. Quel giacimento è sotto il controllo dei mercenari legati alla Wagner. L’oro che esce da qui non si ferma a Bangui: cambia mani, timbro, rotta, e finisce per alimentare il più costoso programma bellico d’Europa dal 1945. Nel frattempo, a Mosca, le riserve internazionali toccano livelli storici e la quota di oro nei forzieri della Banca di Russia sale oltre il 43%: il metallo giallo diventa scudo contro le sanzioni e fondamento dell’“economia di guerra”. È l’altra faccia di un’industria che, dal Mali al Burkina Faso e al Niger, macina profitti e lascia una scia di torture, esecuzioni e fosse comuni.

In tutta l’Africa occidentale il metodo è semplice e brutale: presidiare i giacimenti strategici, imporre “sicurezza” a suon di armi, tagliare fuori comunità e minatori artigiani. Dove c’è Wagner — o il suo successore a trazione statale, l’Africa Corps del Ministero della Difesa russo — aumentano le segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali, sparizioni, torture. Nel Mali, tra il 27 e il 31 marzo 2022, a Moura, forze maliane e “alleati stranieri” identificati da più fonti come russi hanno ucciso centinaia di civili: Human Rights Watch stima almeno 300 vittime; un rapporto ONU ne indica circa 500. Testimonianze parlano di uomini prelevati al mercato, divisi in gruppi e abbattuti a pochi metri di distanza; donne e ragazze sottoposte a violenze sessuali. Le autorità maliane hanno negato, ma le inchieste indipendenti convergono.
La stessa logica si ritrova nella Repubblica Centrafricana. A Ndassima — il più grande giacimento del Paese — e lungo la cintura di miniere minori, gli episodi di violenza si moltiplicano: undici giovani sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre cercavano scarti d’oro; ad altri siti, come Kouki, si denunciano arresti arbitrari e sevizie. Nel giugno 2024, il Dipartimento del Tesoro USA ha sanzionato società legate a Wagner proprio per lo sfruttamento minerario illecito in CAR, confermando il nesso tra “sicurezza” privata e rendita estrattiva.
Nel 2025 la bandiera cambia: in diversi Paesi saheliani il marchio Wagner arretra e avanza l’Africa Corps, struttura controllata da Mosca. In Mali la transizione è formalizzata a giugno 2025; in Burkina Faso gli istruttori russi arrivano già nel 2024; in CAR Mosca preme per sostituire la compagnia e farsi pagare in contanti per “servizi di sicurezza” finora regolati con concessioni minerarie. La continuità operativa — spesso con gli stessi uomini — lascia intatto il meccanismo di estrazione-coercizione.
Se nei villaggi del Sahel l’oro finisce in sacchi anonimi, nei conti russi il metallo diventa politica macroeconomica. Nel dicembre 2025, le riserve internazionali della Federazione Russa raggiungono il record di circa 754,9 miliardi di dollari, con la componente “oro monetario” valutata a oltre 326 miliardi: complice l’impennata dei prezzi e gli acquisti precedenti, la quota aurea sale fino al 43,3%. Per la Banca di Russia è una protezione in più rispetto al rischio sanzioni che grava su valute e titoli; per il Cremlino, un’opzione tattica per sostenere il rublo e il bilancio in tempo di guerra.
Il contesto è globale. Nel 2024 le banche centrali hanno comprato oltre 1.000 tonnellate d’oro per il terzo anno consecutivo; secondo analisi diffuse da ECB e grandi testate finanziarie, l’oro ha superato l’euro come seconda riserva per valore dopo il dollaro, arrivando a circa il 20% delle riserve ufficiali mondiali: una corsa spinta da geopolitica, rischio sanzioni e prezzi in rialzo. In questo scenario la Russia cavalca l’oro sia come asset di riserva sia come mezzo di pagamento “resistente” ai controlli.
Sulle carte doganali un lingotto può nascere due, tre volte. Nel 2022, secondo SWISSAID, dall’Africa sono usciti in modo irregolare circa 435 tonnellate d’oro (fino a 31 miliardi di dollari), pari a oltre il 40% della produzione continentale: il 93% di questo flusso è finito negli Emirati Arabi Uniti. Negli ultimi dieci anni la forbice tra ciò che gli Stati africani dichiarano di esportare e ciò che Dubai dichiara di importare si è allargata fino a oltre 2.569 tonnellate. Una parte di quell’oro viene riraffinata, cambia sigillo, rientra nei circuiti globali. Svizzera e altri hub, a valle, risultano acquirenti di oro che statisticamente non coincide con le esportazioni africane riportate: segno di triangolazioni.
Il Mali — seconda o terza potenza aurifera africana a seconda degli anni — resta fuori dai regimi sanzionatori occidentali sull’oro: una zona grigia che rende i suoi lingotti particolarmente “utili” in tempi di divieti su oro di origine russa imposti dal G7 dal giugno 2022. Non stupisce quindi che parte dell’oro maliano compaia nelle statistiche UAE e che dagli Emirati riparta, legalmente, verso mercati raffinati. Nel frattempo, per frenare incidenti mortali e traffici incontrollati, il governo di Bamako ha sospeso nel 2025 alcune licenze per l’estrazione artigianale da parte di soggetti stranieri; e la giunta ha ingaggiato bracci di ferro con colossi come Barrick Gold sulla spartizione della rendita. Tutto avviene mentre aumentano gli attacchi jihadisti e si introducono perfino razionamenti del carburante, con convogli scortati da militari russi.
Non c’è solo il Sahel. Tra il 2023 e il 2024, un’improvvisa “bolla” nell’Armenia dell’Unione Economica Eurasiatica ha trasformato Yerevan in una porta girevole: import di oro (per lo più russo), minima lavorazione e riesportazione — in primis verso UAE e Hong Kong — approfittando di un’asimmetria fiscale russa. Quando Mosca ha rimosso il dazio all’export, il canale si è quasi azzerato, ma la dinamica ha mostrato come i “marchi di terze parti” e i circuiti intra-EAEU possano fornire copertura commerciale al metallo.
Nel 2023 Mosca e Teheran hanno siglato un accordo per produrre in Tatarstan migliaia di droni Shahed/Geran. Documenti interni, analizzati da giornali e think tank statunitensi, rivelano una clausola cruciale: pagamento in dollari o in oro. Un’ulteriore indagine, basata su file trafugati alla società iraniana Sahara Thunder (sanzionata dagli USA), dettaglia almeno una tranche di circa 1,8 tonnellate di lingotti, pari a 104 milioni di dollari, trasferita dai russi come parte del corrispettivo per i droni. La scelta del metallo evita il circuito dollaro, riduce la tracciabilità, limita il rischio di sequestro. Il polo di Yelabuga/Alabuga ha nel frattempo scalato la produzione, con adattamenti tecnici e una filiera che attinge componenti dall’Asia: gli Shahed/Geran sono diventati l’arma “povera” di una campagna a saturazione contro le città ucraine.
Dal 2022, USA, Regno Unito, Canada e Giappone vietano l’import di oro di origine russa; Washington ha più volte colpito con sanzioni la rete mineraria e logistica legata a Wagner in CAR e Mali, evidenziando come l’oro “sporco” alimenti operazioni in Ucraina e in Africa. Eppure, come dimostrano i flussi verso gli Emirati e le triangolazioni con terzi Paesi, la compliance fatica a tenere il passo: i lingotti cambiano forma e marchio, i trader si spostano di giurisdizione, i soggetti sanzionati si estinguono e rinascono con nuovo nome. Gli UAE, pur avendo rafforzato nel 2023 le regole di dovuta diligenza, sono tornati al centro delle critiche delle ONG, che vedono crescere l’import di oro da aree di conflitto e perfino arrivi di metallo associati alla Russia — talora dirottati via Armenia.
In Burkina Faso, Niger e Mali la promessa dei militari al potere è sempre la stessa: “sicurezza” in cambio di legittimità. La realtà è più amara: i giunti al potere con i colpi di Stato controllano (o cercano di controllare) miniere e flussi, mentre JNIM e altri gruppi jihadisti attaccano esercito e civili — talvolta nei pressi dei siti auriferi. Le comunità che vivono di estrazione artigianale restano intrappolate fra banditismo, milizie e mercenari. Dove la “sicurezza” privata sostituisce lo Stato, la rendita mineraria diventa lo strumento per pagare soldati, comprare consenso e alimentare nuove violenze. Le indagini giornalistiche e delle ONG mostrano come, nei territori presidiati da Wagner/Africa Corps, gli abusi contro i civili — in particolare Fulani e Tuareg — si moltiplichino.
Finché villaggi come Moura o Ndassima resteranno teatro di giustizia privata, l’oro sarà un fattore di instabilità. Finché i lingotti potranno aggirare sanzioni e tracciabilità, resteranno una valuta di scambio per armi, droni, influenza. E finché le riserve auree di Mosca continueranno a crescere trainate dai prezzi — fino al record del 2025, con l’oro che sfiora la metà dell’intera torta — il metallo giallo resterà un pilastro dell’autonomia finanziaria russa. A cambiare questo equilibrio non basteranno proclami: serviranno controlli capaci di seguire il lingotto dalla vena rocciosa alla cassaforte, regole condivise con gli hub mediorientali e, soprattutto, alternative economiche credibili per chi oggi scende in galleria per pochi grammi e rischia la vita per un futuro che non vede.
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