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25 Gennaio 2026 - 09:00
“Nuova Gaza”, grattacieli sul litorale e piena occupazione: il piano di Trump tra passerelle a Davos e sangue sul terreno
La sala è lucida, il tono da pitch a investitori. In un’alternanza di slide dai colori pastello, Jared Kushner scorre mappe, torri slanciate, promenade alberate. “Nuova Gaza”, “Nuova Rafah”, un aeroporto, un porto, 170 torri affacciate sul Mediterraneo, data center, zone industriali avanzate e una fascia costiera destinata al “turismo”. Applausi misurati, telecamere allineate. Siamo a Davos, il 22 gennaio 2026, dove Donald Trump firma la carta del suo nuovo organismo internazionale, il “Board of Peace”, e benedice un piano che promette di trasformare le macerie in skyline e la disperazione in “opportunità”. Poche ore prima, però, nella Striscia, la tregua “fragile” vacillava ancora: almeno 11 palestinesi uccisi, tra cui tre giornalisti, e la notizia di un soldato israeliano caduto in scontri al margine delle zone di separazione. Due geografie, due ritmi: l’euforia da convegno e la gravità di un cessate il fuoco che scricchiola.
Secondo le linee presentate da Kushner, la ricostruzione procede in quattro fasi, da sud verso nord: Rafah (città 1), Khan Younis (città 2), i campi centrali (città 3) e Gaza City (città 4). Le slide mostrano quartieri residenziali, parchi, impianti sportivi, una nuova rete viaria, un aeroporto (quello storico fu distrutto oltre vent’anni fa) e un porto; sulla costa, il colpo d’occhio: grattacieli, alberghi, ville, una “Riviera del Medio Oriente”. Nella narrazione ufficiale, è un salto in avanti costruito su “principi di economia di libero mercato” e su una Gaza demilitarizzata. “Non esiste un piano B”, insiste Kushner dal palco.
Le cifre sono ambiziose e ripetute con sicurezza:
Kushner aggiunge una promessa politica: “piena occupazione” grazie a nuove filiere – dal manifatturiero avanzato ai data center – e ai cantieri che, nelle intenzioni, dovrebbero “partire subito” dalle aree meridionali controllate dall’esercito israeliano. Tempi stimati per le prime realizzazioni: 2-3 anni. È un calendario che molti analisti reputano ottimistico, dato l’enorme carico di macerie (circa 60-68 milioni di tonnellate) e la diffusione di ordigni inesplosi.
Sul piano istituzionale, la cornice è il neonato Board of Peace, che Trump ha voluto presiedere in prima persona. La Casa Bianca parla di un organismo “internazionale” incaricato di “mobilitare risorse globali, far rispettare la responsabilità e guidare le fasi di demilitarizzazione, riforma della governance e ricostruzione su larga scala”. La platea di Davos ha visto la firma della Carta e un primo elenco di Paesi aderenti, con numeri fluttuanti nelle dichiarazioni pubbliche: si è parlato di 19 Paesi presenti alla firma, con l’obiettivo di superare 50 adesioni nelle settimane successive. Non tutti gli alleati occidentali hanno però aderito: alcune capitali hanno preferito attendere, chiedendo chiarimenti su mandato, rapporti con l’ONU e ruolo degli Stati Uniti.
In parallelo, Washington e i mediatori regionali hanno presentato la “fase due” della tregua: un’amministrazione palestinese tecnocratica di transizione – la National Committee for the Administration of Gaza (NCAG) – incaricata di garantire servizi e ordine pubblico per un periodo limitato, mentre si prepara la ricostruzione. A guidarla, il chief commissioner Ali Shaath, ingegnere ed ex vice ministro dei Trasporti dell’Autorità Palestinese, intervenuto a Davos in videocollegamento dal Cairo con un messaggio rivolto “alla gente di Gaza”. Il Board nominerà inoltre un “alto rappresentante” sul terreno: il diplomatico Nickolay Mladenov è indicato come figura di riferimento. Resta ancora da definire il coordinamento con Nazioni Unite e agenzie umanitarie, e il perimetro preciso della forza di monitoraggio che dovrebbe accompagnare il ritiro israeliano.
Mentre i render scorrono a Davos, gli aggiornamenti dal terreno raccontano un’altra storia. Il 21 gennaio 2026, secondo ospedali e fonti sanitarie di Gaza, almeno 11 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano, tra cui due tredicenni e tre giornalisti. Il sindacato dei giornalisti e testimoni locali hanno ricostruito che l’auto dei reporter – Mohammed Salah Qashta, Abdul Raouf Shaat, Anas Ghneim – impegnati a documentare un campo per sfollati gestito da un comitato egiziano di soccorso, è stata colpita nell’area di Netzarim/Al‑Zahra. L’IDF sostiene di aver mirato “sospetti” che operavano un drone; non è chiaro se i militari sapessero che si trattava di giornalisti. AFP e CBS News hanno chiesto un’indagine completa. Dal 10 ottobre, ossia dall’inizio della tregua, i morti palestinesi per fuoco israeliano sarebbero oltre 470-480 secondo il ministero della Sanità di Gaza.

Nelle stesse ore, fonti militari israeliane segnalavano un soldato ucciso durante scontri a ridosso delle linee di separazione, a dimostrazione di quanto sia fragile il cessate il fuoco e complesso il mosaico operativo lungo la “Yellow Line”. Gli inviati statunitensi – tra cui Kushner e Steve Witkoff – hanno incontrato a Gerusalemme Benjamin Netanyahu per spingere l’attuazione della seconda fase, legata anche alla riapertura del valico di Rafah e alla restituzione dei resti dell’ostaggio Ran Gvili.
Sui numeri-chiave del piano – 25 miliardi per reti e servizi, 3 miliardi per spazi commerciali, 1,5 miliardi per formazione, target di 10 miliardi di PIL e 13.000 dollari di reddito medio entro il 2035 – le fonti convergono. Restano però in sospeso passaggi decisivi:
La presentazione di Davos ha diviso la comunità internazionale. Se l’amministrazione statunitense accredita il Board of Peace come piattaforma “per il mondo”, diverse capitali occidentali si sono tenute ai margini, evocando la necessità di mandati ONU chiari e garanzie su diritti, standard umanitari e trasparenza. Sul fronte medio-orientale, alcuni governi hanno partecipato o espresso apertura, ma restano interrogativi sulla catena di comando e sugli strumenti legali del Board. La Carta non è stata ancora resa pubblica in versione integrale, e perfino in Israele ci sono segnali di cautela – fra prudenza istituzionale e calcolo politico.
In parallelo, giornali internazionali e centri analisi osservano che l’impianto urbanistico illustrato da Kushner si sovrappone, sulla carta, a sfollamenti di massa e a spazi oggi occupati da insediamenti informali sorti in due anni di guerra. La domanda cruciale è: dove vivranno le famiglie durante i lavori? Nelle slide ufficiali non c’è una risposta dettagliata su ricollocazioni temporanee, criteri di assegnazione delle nuove abitazioni e tutele di proprietà.
Nel breve termine, il piano individua priorità tangibili: ripristino di acqua, elettricità e fognature, riapertura di ospedali e panifici, incremento significativo degli aiuti, rimozione delle macerie e riapertura di strade. Sulla carta, i “prossimi 100 giorni” dovrebbero essere dedicati a far entrare convogli in quantità compatibili con l’accordo di tregua del 19 gennaio 2025 e ad attivare cantieri minimi. La riapertura del valico di Rafah è considerata la mossa più visibile e politicamente simbolica, ma al 24 gennaio 2026 restano da sciogliere nodi operativi tra Egitto, Israele e il nascente NCAG.
Sullo sfondo, gli standard umanitari: ONG e agenzie ONU chiedono accesso senza ostacoli, sicurezza per il personale, de‑mining sistematico e meccanismi di verifica degli incidenti che continuano a segnare la tregua – dal tiro contro civili che raccolgono legna alla morte di giornalisti in missione documentaria.
L’idea di ricostruire Gaza come località balneare di grattacieli con piena occupazione e libera impresa appartiene a un repertorio familiare della politica economica americana: grandi progetti, narrativa di ottimismo e la promessa che i mercati, se messi nelle condizioni giuste, possano “fare miracoli”. Ma qui non si tratta di una “zona economica speciale” in astratto: si parla di una terra devastata da oltre due anni di guerra, di un tessuto sociale sfollato quasi nella sua interezza, di istituzioni da ricostruire, di diritti da garantire. Nel contrasto fra la presentazione coreografica e i bollettini del giorno 21 gennaio — con 11 morti palestinesi, tre giornalisti fra le vittime, e un soldato israeliano caduto — si condensa il paradosso del momento: un piano che promette ordine e prosperità mentre la realtà restituisce insicurezza e lutti. Tra Davos e Netzarim, tra rendering e ambulanze, la “Nuova Gaza” resta, per ora, un esercizio di immaginazione politica in cerca di legittimità, risorse e soprattutto pace reale.
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