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24 Gennaio 2026 - 16:27
Cosmo, foto d'archivio
La festa di Askatasuna, alla fine, si è fatta. Non dentro Palazzo Nuovo, non tra le aule universitarie che per decenni hanno ospitato assemblee, concerti, iniziative studentesche e notti fuori programma, ma al Laboratorio culturale autogestito Manituana, in largo Vitale. Uno spostamento forzato, deciso dopo il no secco dell’Università di Torino, che ha chiuso la sede umanistica per “motivi di sicurezza”, ma che ha finito per caricare l’evento di un significato politico e simbolico ancora più forte.
Il contesto è noto. La decisione della rettrice Cristina Prandi di blindare Palazzo Nuovo tra venerdì 23 e sabato 24 gennaio, comunicata a ridosso dell’evento e in piena sessione d’esami, ha scatenato la reazione durissima del Collettivo universitario autonomo (Cua), che ha parlato apertamente di comportamento «vigliacco, autoritario e inutilmente allarmista». Studenti trovati davanti ai cancelli chiusi, esami ricollocati all’ultimo momento, biblioteche inaccessibili: una scelta che ha inciso sulla quotidianità universitaria ben oltre la festa contestata.
Ma se l’università ha chiuso, la festa non si è fermata. Si è semplicemente spostata, mantenendo stessa line up, stessa impostazione, stesso messaggio. Al Manituana, storico spazio autogestito, la serata “Que viva Askatasuna” ha preso forma come dichiarazione di continuità, non come ripiego. Una risposta politica affidata alla musica, ai corpi, alla presenza.
Al centro della notte c’era Cosmo, artista di Ivrea, figura trasversale della scena elettronica italiana, capace di muoversi tra club, festival mainstream e contesti dichiaratamente antagonisti senza mai perdere una cifra personale. La sua presenza non è stata un semplice dj set in scaletta: è stata una presa di posizione. Cosmo, da sempre attento ai temi dell’autodeterminazione culturale e degli spazi liberi, ha incarnato il ponte tra mondi diversi, tra pubblico largo e militanza, tra cultura pop e conflitto urbano.

Attorno a lui, una line up che ha mescolato suoni e appartenenze: Africa Unite System of a Sound, Errico Canta Male, España Circo Este, Mahout, Ssuperfluo dei Queen of Saba. Una festa lunga, dichiaratamente “trash all night long”, ma anche densamente politica, come recitava la locandina: Torino è partigiana. Uno slogan che, nel clima di questi giorni, suona meno come nostalgia e più come rivendicazione identitaria.
Durante la serata, il tema della chiusura di Palazzo Nuovo è rimasto costantemente sullo sfondo, richiamato nei visual, nei messaggi diffusi sui social, nelle parole che circolavano tra il pubblico. Il Cua ha ribadito la propria lettura dei fatti: un’università che invoca la sicurezza solo quando si tratta di impedire momenti di socialità autogestita, ma che – secondo gli studenti – ignora da anni problemi strutturali come la presenza dell’amianto all’interno dell’edificio. Una contraddizione denunciata senza mezzi termini, insieme all’accusa di aver ceduto alle “intimidazioni della Questura” e di aver trasformato un evento culturale in un caso di ordine pubblico.
Al Manituana, però, la protesta non ha preso la forma dello scontro. È stata una festa consapevole, carica di tensione politica ma anche di una normalità ostinata: musica, ballo, aggregazione. Come a voler dimostrare che la socialità non autorizzata non è sinonimo automatico di pericolo, e che chiudere un palazzo universitario non cancella un conflitto, semmai lo sposta.
La serata si è chiusa senza incidenti, ma non senza messaggi. Prima di spegnere le luci, dagli organizzatori è arrivato un saluto che suonava come un avviso più che come un arrivederci casuale: «Ci vediamo la prossima settimana». Il riferimento era esplicito. Venerdì 31 gennaio, a Torino, è in programma il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna.
La festa, in questo senso, non è stata un punto d’arrivo. È stata una tappa. Un riscaldamento politico e culturale in vista di una giornata che, questa volta, non si giocherà nei locali o negli spazi autogestiti, ma nelle strade della città.
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