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15 Gennaio 2026 - 14:52
Marco Jacopo Bianchi in arte Cosmo
Dieci anni possono essere una celebrazione, una resa o un punto di svolta. Cosmo ha scelto la terza strada. Nel 2026, a distanza di un decennio da “L’ultima festa”, l’album che ne ha cambiato definitivamente il destino artistico, Marco Jacopo Bianchi torna a parlare al suo pubblico con poche parole, essenziali, ma cariche di senso: «È cambiato tutto o forse non è cambiato niente. Non lo so». Dentro quella sospensione c’è tutta la sua poetica. Nessuna verità calata dall’alto, nessuna nostalgia compiaciuta. Solo il tempo che passa e una musica che continua a interrogarsi.
“L’ultima festa”, uscito nel 2016, non era un titolo casuale. Doveva essere davvero l’ultimo disco di Cosmo, se il progetto non fosse riuscito a superare la dimensione di culto che aveva accompagnato “Disordine”. Invece accadde l’opposto. Quel lavoro divenne una frattura netta nella scena italiana: elettronica, canzone d’autore, dance e scrittura intima fuse in un linguaggio nuovo, capace di parlare ai club come ai festival, al corpo e alla testa. Da lì in avanti Cosmo non è stato solo un artista di successo, ma un punto di riferimento.
La sua storia, però, parte molto prima. Nato a Ivrea nel 1982, Bianchi cresce musicalmente con i Drink to Me, band post-rock ed elettronica con cui attraversa oltre dieci anni di scena indipendente, tra dischi, tour internazionali e una solida reputazione critica. Quando decide di intraprendere la strada solista non lo fa per semplificare, ma per complicare ulteriormente il proprio percorso. “Disordine” nel 2013 è un esordio spiazzante: cantato in italiano, prodotto in autonomia, lontano da qualsiasi formula radiofonica. Vince premi, convince la critica, ma resta un oggetto anomalo.
Con “L’ultima festa” tutto cambia. Cosmo trova una forma che tiene insieme pop e radicalità, festa e inquietudine. Da lì arrivano “Cosmotronic”, “La terza estate dell’amore”, fino a “Sulle ali del cavallo bianco”. Dischi che non si limitano a seguire un’evoluzione sonora, ma costruiscono un vero immaginario: musica come rito collettivo, il ballo come atto politico, il concerto come spazio di comunità.
In questi anni Cosmo non ha mai separato l’arte dalla postura pubblica. Ha preso posizione contro il greenwashing sul palco di Sanremo, ha collaborato con mondi musicali lontani, ha scelto di boicottare Spotify per ragioni etiche, pubblicando brani solo su Bandcamp e YouTube, devolvendo i proventi a cause umanitarie. Non per provocazione, ma per coerenza. «Non voglio che la mia musica finisca in circuiti che non condivido», ha spiegato più volte. Una scelta che comporta rinunce, ma che definisce chiaramente da che parte stare.
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Anche dal vivo, Cosmo ha continuato a spostare i confini. Nei suoi concerti ha chiesto al pubblico di spegnere i cellulari, coprire le fotocamere, vivere il momento senza mediazioni. Non un ritorno nostalgico al passato, ma un gesto politico contro la distrazione permanente. Il risultato è stato un’esperienza immersiva, fisica, quasi tribale, che ha restituito alla musica il suo ruolo primario: quello di un incontro reale tra persone.
Ed è proprio da qui che nasce il senso del ritorno annunciato per il 2026. Dieci anni dopo “L’ultima festa”, Cosmo non torna per celebrare se stesso, ma per rilanciare. Un nuovo disco, nuovi concerti e «un’idea un po’ insolita» che, per ora, resta volutamente indefinita. Nessuna strategia di marketing tradizionale, nessun lungo silenzio costruito ad arte. Il primo tassello arriva subito: mercoledì 21 gennaio alle 10 del mattino esce un nuovo brano. Il titolo è “Ciao”.
Una parola semplice, quotidiana, che può essere saluto o inizio. E in fondo Cosmo ha sempre lavorato così: partire da ciò che sembra minimo per aprire spazi enormi. La sua musica non promette risposte facili, ma continua a porre domande. Sul tempo che viviamo, su come stiamo insieme, su cosa significa oggi ballare, ascoltare, prendere posizione.
Dieci anni dopo, Cosmo è ancora qui. Non perché nulla sia cambiato, ma perché tutto continua a muoversi. E lui, come sempre, sceglie di muoversi insieme al futuro, senza chiedere il permesso.
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