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24 Gennaio 2026 - 15:51
Askatasuna sgomberata
A Torino l’allarme non arriva dalle piazze, ma dai social. È lì che, da alcuni giorni, sta circolando un documento che chi conosce la storia dei movimenti antagonisti riconosce immediatamente: il cosiddetto “kit di sopravvivenza anti-gas”, un vademecum che suggerisce come prepararsi agli scontri di piazza, come proteggersi dai lacrimogeni, come prestare i primi soccorsi in caso di ferite, contusioni o panico. Un manuale che, nel tempo, è diventato una sorta di termometro del rischio violenza, riemergendo puntualmente alla vigilia di manifestazioni finite poi in scontri durissimi con le forze dell’ordine.
Il ritorno del “kit” avviene alla vigilia del triplo corteo del 31 gennaio, annunciato contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Un appuntamento che si preannuncia ad alta tensione e che, proprio per questo, viene seguito con estrema attenzione da apparati di sicurezza, Prefettura e Viminale. Il documento non contiene istruzioni offensive, ma invita i manifestanti a riempire gli zaini di limoni, Maalox, farmaci, a organizzare squadre di supporto, a sapere come intervenire su ferite superficiali o crisi respiratorie. Elementi che, presi singolarmente, potrebbero apparire neutri, ma che nel loro insieme raccontano l’aspettativa dello scontro.
La storia recente di Torino rende impossibile ignorare il segnale. Il primo grande ritorno del “kit” risale alla fine degli anni Novanta, dopo i suicidi di Sole e Baleno, quando una manifestazione anarchica degenerò in scontri violentissimi e culminò persino nell’assalto al Palazzo di Giustizia. Lo stesso copione si è ripetuto nel 2009, durante la manifestazione conclusiva del G8 Università, quando la città visse la cosiddetta “battaglia di corso Marconi”. Limoni e Maalox erano presenti anche nel 2011, durante i giorni dell’assalto alla “libera repubblica della Maddalena” a Chiomonte, nel cuore della mobilitazione No Tav. E ancora durante il periodo Covid, quando il centro cittadino fu preso d’assalto da un fronte eterogeneo di NoVax, ultrà e gruppi violenti.
È questa memoria storica a rendere inquietante la nuova circolazione del manuale. Non perché il documento, da solo, costituisca un reato, ma perché ogni sua riapparizione ha coinciso con giornate di guerriglia urbana, feriti, devastazioni, vetrine infrante e città paralizzate.
Il rischio, questa volta, è amplificato dal tono utilizzato da Askatasuna sui propri canali. «Il 31 ci prendiamo tutta la città», è una delle frasi che circolano online. Uno slogan che alimenta il timore di una mobilitazione estesa, con tre cortei in partenza dalle stazioni ferroviarie e diretti verso l’area di Vanchiglia, cuore simbolico del movimento.

Sulla vicenda è intervenuto con parole durissime il ministro Paolo Zangrillo, torinese e membro del governo Meloni, che ha parlato di «gravità assoluta» e di «organizzazione preventiva del conflitto». Secondo Zangrillo, la diffusione pubblica di manuali e istruzioni operative rappresenta un salto di qualità inquietante: dalla protesta allo scontro pianificato, dalla piazza fisica alla propaganda digitale. «Normalizzare l’idea dello scontro — ha dichiarato — significa dare per scontata la violenza». Per il ministro, Askatasuna non sarebbe più solo il simbolo di un’occupazione abusiva, ma «il fulcro di una strategia eversiva» che utilizza i social per legittimare comportamenti violenti e sfidare apertamente istituzioni e forze dell’ordine.
Un allarme condiviso anche dai vertici locali della sicurezza. Il questore Massimo Gambino e il prefetto Donato Cafagna, in raccordo con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, stanno lavorando a un piano di ordine pubblico che tenga conto di uno scenario complesso. L’ipotesi più temuta non è tanto l’azione isolata di Askatasuna, quanto la possibile convergenza di gruppi esterni: anarchici rivoluzionari, frange No Tav, black bloc italiani e stranieri, militanti provenienti da Francia, Svizzera e Grecia. Senza un supporto esterno massiccio, spiegano fonti della sicurezza, Askatasuna da sola non sarebbe in grado di “prendersi tutta la città”, ma abbastanza da causare danni seri e mettere a rischio l’incolumità pubblica.
Dal centro sociale arriva una replica che prova a smontare l’accusa di incitamento alla violenza. In una nota, il collettivo che si occupa di primo soccorso durante le manifestazioni rivendica il carattere esclusivamente preventivo e divulgativo del materiale diffuso. «Operiamo in piazza in modo visibile e riconoscibile, senza coprirci il volto, con l’unico obiettivo di aiutare chi si trova in difficoltà», spiegano. Secondo Askatasuna, le slide sarebbero rivolte non solo ai manifestanti, ma anche a giornalisti, lavoratori e residenti delle zone interessate, per evitare panico e favorire l’allontanamento in sicurezza in caso di tensioni. «Non vogliamo incitare alla violenza né darla per scontata», assicurano.
Ma il punto, per le istituzioni, non è l’intenzione dichiarata, bensì il contesto. Quando un manuale di “sopravvivenza” riappare, la città ricorda cosa è successo le volte precedenti. E quando la protesta si accompagna a parole di sfida e a una narrazione dello scontro come evento inevitabile, il confine tra prevenzione e preparazione alla guerriglia diventa sottile.
Il 31 gennaio dirà se Torino assisterà a una giornata di tensione contenuta o a un nuovo capitolo di scontri urbani. Di certo, il ritorno del “kit” non è passato inosservato. È un segnale che, ancora una volta, mette la città davanti a un bivio: gestire il dissenso o contenere la violenza, sapendo che, spesso, le due cose finiscono per intrecciarsi molto prima che il primo corteo si muova.

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