C’è un dato che fotografa meglio di qualsiasi slogan lo stato del carrello della spesa in Italia: +24,9%. È l’aumento dei prezzi alimentari registrato negli ultimi quattro anni, un balzo che supera di quasi otto punti percentuali l’inflazione generale, ferma al +17,3% nello stesso periodo. A certificarlo è l’Antitrust, che ha acceso un faro su un possibile squilibrio nella fase finale della filiera agroalimentare, quella che passa dai supermercati e dalla grande distribuzione organizzata. Un’indagine ancora in corso, senza condanne ma con sospetti pesanti, mentre le famiglie fanno i conti con una spesa sempre più onerosa.
Il confronto con l’indice generale dei prezzi è impietoso. Mentre altri beni e servizi mostrano segnali di rallentamento, il cibo continua a correre. Secondo le stime del Codacons, nell’ultimo anno una famiglia di tre persone ha speso 1.404 euro in più solo per mangiare. Una cifra che equivale a una mensilità di stipendio per molti nuclei e che ridisegna le priorità del bilancio domestico. Non è solo una sensazione davanti agli scaffali: è una dinamica strutturale che colpisce un bene essenziale e non comprimibile.

L’attenzione dell’Antitrust si concentra su quello che viene definito un possibile “collo di bottiglia” distributivo. In Italia, circa l’84% degli acquisti alimentari avviene nei canali della grande distribuzione. L’ipotesi degli inquirenti è che gli iper e i supermercati esercitino una forte pressione sui produttori, ottenendo prezzi d’acquisto più bassi che però non verrebbero trasferiti in modo proporzionale ai consumatori finali. Un meccanismo che, se confermato, spiegherebbe perché i rincari alla produzione e all’origine non giustifichino appieno gli aumenti registrati alla cassa. Le catene coinvolte respingono le accuse e parlano di costi energetici, logistici e occupazionali ancora elevati. Il verdetto dell’Autorità è atteso entro la fine dell’anno e sarà decisivo per capire se il problema è sistemico o frutto di una fase congiunturale.
Nel frattempo, l’impatto sul carrello della spesa è tangibile. Le famiglie riducono le quantità, cambiano abitudini, rinunciano a prodotti considerati non indispensabili e rivedono la qualità degli acquisti. È un adattamento silenzioso, che non sempre emerge dalle statistiche ma che incide sulla dieta, sulla salute e sulla qualità della vita. In questo scenario, la scelta consapevole diventa una forma di autodifesa economica.
Alcune strategie possono attenuare l’impatto del caro-prezzi, pur senza risolvere il problema di fondo. La programmazione dei pasti e della spesa settimanale riduce gli acquisti impulsivi e gli sprechi, che restano una delle voci più sottovalutate del bilancio alimentare. Fare la spesa con lucidità, evitando di lasciarsi guidare da promozioni costruite ad arte, aiuta a distinguere tra sconti reali e semplici operazioni di marketing. Controllare sempre il prezzo al chilo o al litro, piuttosto che quello per confezione, consente confronti corretti tra prodotti simili. Anche la stagionalità conta: frutta, verdura e pesce seguono cicli naturali che incidono sui prezzi, e ignorarli significa pagare di più per la stessa qualità.
Un ruolo crescente lo giocano i marchi del distributore, le cosiddette private label. In molti casi sono prodotti da aziende di primo piano e offrono standard qualitativi paragonabili ai brand più noti, a costi inferiori. Leggere con attenzione le etichette, verificando il produttore e le informazioni nutrizionali, è un gesto semplice che può fare la differenza nel lungo periodo. Anche la gestione delle scadenze è cruciale: distinguere tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro” permette di evitare sprechi inutili e acquisti duplicati.
Resta però una domanda di fondo, che va oltre i comportamenti individuali: chi sta trattenendo valore lungo la filiera del cibo? L’inchiesta dell’Antitrust dovrà chiarire se esiste uno squilibrio strutturale nella distribuzione dei margini e se i consumatori stiano pagando più del dovuto. Fino ad allora, la difesa più efficace resta l’informazione. Perché in un mercato dove i prezzi corrono più dell’inflazione, conoscere i meccanismi che li governano è il primo passo per non subirli passivamente.