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14 Gennaio 2026 - 12:19
Pedaggi sempre più cari, l’autostrada diventa un salasso quotidiano. Ecco quanto è aumentata nel 2026 e quali sono le tratte più care
Dal 1° gennaio 2026 i pedaggi autostradali italiani sono tornati a salire. Un aumento annunciato, legato all’adeguamento all’inflazione, che sulla carta appare contenuto ma che, osservato da vicino, racconta una realtà più complessa e meno rassicurante, soprattutto per chi l’autostrada la vive ogni giorno come una necessità e non come una scelta.
Il Ministero dei Trasporti ha parlato di un incremento medio dell’1,5%, in linea con l’inflazione programmata per l’anno appena iniziato. Un dato che, preso da solo, potrebbe sembrare quasi fisiologico. Ma l’analisi condotta su 38 tratte significative della rete nazionale restituisce un quadro meno uniforme: l’aumento medio effettivamente rilevato si ferma all’1,1%, ma dietro questa percentuale si nascondono differenze marcate tra territori, tratte e categorie di utenti.
In molti casi, gli aumenti si traducono in cifre apparentemente minime. Dieci, venti centesimi in più per percorrenza. Importi che, isolati, non fanno notizia e rischiano di passare inosservati. È il caso di numerosi collegamenti molto trafficati del Nord Italia, come Dalmine–Milano Est, Bergamo–Milano Est o Trento Nord–Bolzano Sud, dove i rincari percentuali superano anche il 2%, ma l’impatto monetario immediato resta limitato. Lo stesso vale per tratte brevi come Agrate Brianza–Milano, dove un aumento di pochi centesimi genera automaticamente una variazione percentuale elevata, semplicemente perché il prezzo di partenza è basso e arrotondato.
Il punto, però, non è il singolo viaggio. Il punto è la ripetizione. Perché quegli stessi dieci o venti centesimi, moltiplicati per decine, centinaia di passaggi mensili, diventano una voce di spesa tutt’altro che marginale. È qui che l’aumento, pur contenuto sulla carta, mostra il suo peso reale. Pendolari, lavoratori, artigiani, piccoli imprenditori che ogni giorno entrano e escono dall’autostrada si trovano a fare i conti con un aggravio costante, che si somma ai rincari del carburante, della manutenzione dei veicoli e, più in generale, al costo crescente della vita.
In molte aree del Paese, l’autostrada non è un’opzione alternativa ma l’unica soluzione praticabile per raggiungere il posto di lavoro in tempi compatibili con la vita quotidiana. I collegamenti ferroviari sono spesso insufficienti, lenti o inesistenti, e il trasporto pubblico extraurbano fatica a coprire le esigenze di chi si muove ogni giorno. In questo contesto, anche un aumento apparentemente modesto finisce per incidere in modo sproporzionato su chi non può scegliere diversamente.

Un altro elemento che emerge con chiarezza dall’analisi è il costo rapportato ai chilometri percorsi, un indicatore che consente di confrontare tratte molto diverse tra loro. Calcolando il prezzo del pedaggio ogni 100 chilometri, il quadro diventa più nitido e, per certi versi, più critico. Alcune tratte raggiungono livelli molto elevati: la Novara Est–Milano Ghisolfa supera i 14 euro ogni 100 km, mentre la Torino Rondissone–Novara Ovest si avvicina a quella soglia. Valori simili si riscontrano anche in diverse zone del Lazio, della Campania e lungo l’asse adriatico, dove il costo supera stabilmente i 10 euro ogni 100 km.
Numeri che collocano molte autostrade italiane tra le più care, indipendentemente dagli aumenti entrati in vigore nel 2026. Ed è proprio questo il nodo centrale: il problema non nasce oggi. I rincari di quest’anno si inseriscono in un sistema tariffario già oneroso, dove l’adeguamento all’inflazione arriva su prezzi di partenza elevati, amplificando la percezione di un servizio costoso e non sempre proporzionato alla qualità offerta.
Non mancano, tuttavia, le eccezioni. Circa un terzo delle tratte analizzate non registra alcun aumento nel 2026. In diverse aree del Nord-Ovest, nel Centro Italia e soprattutto in Sicilia, alcune autostrade restano gratuite o mantengono le stesse tariffe dell’anno precedente. Questo contribuisce a delineare un sistema fortemente disomogeneo, dove le differenze territoriali sono evidenti e non sempre giustificabili in base allo stato delle infrastrutture, ai servizi disponibili o agli investimenti effettuati.
Il risultato è una mappa dei pedaggi a macchia di leopardo, in cui chi vive o lavora in certe aree paga molto di più rispetto ad altri, senza poter contare su vantaggi tangibili in termini di tempi di percorrenza, sicurezza o comfort. Una situazione che alimenta malcontento e solleva interrogativi sulla coerenza complessiva del sistema concessorio.
Guardando al futuro, il tema dei pedaggi autostradali si intreccia inevitabilmente con quello della mobilità sostenibile e delle alternative al trasporto su gomma. Continuare ad aumentare, seppur di poco, il costo dell’autostrada senza offrire valide opzioni di trasporto pubblico rischia di colpire sempre gli stessi soggetti: chi è costretto a spostarsi ogni giorno per lavorare e non ha margini di scelta.
In questo senso, gli aumenti del 2026 non rappresentano uno shock improvviso, ma l’ennesimo tassello di una dinamica che nel tempo ha reso l’autostrada un’infrastruttura sempre più costosa per l’uso quotidiano. Un costo che, distribuito nel tempo, diventa meno visibile ma non meno gravoso. E che invita a una riflessione più ampia sul rapporto tra tariffe, servizi e diritto alla mobilità, soprattutto per chi vive lontano dai grandi centri urbani.
I rincari sono partiti, le cifre sono ufficiali. Ora resta da capire se il sistema saprà evolvere verso maggiore equità e trasparenza, oppure se l’autostrada continuerà a essere, per molti, una necessità sempre più cara da sostenere giorno dopo giorno.
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