Stellantis apre ufficialmente una nuova partita internazionale e lo fa da Torino, chiedendo alla propria filiera di valutare un’espansione produttiva in Algeria. L’appuntamento è fissato per il 2 febbraio, nella sede dell’Unione Industriali, dove il gruppo automobilistico incontrerà le aziende dell’indotto per sondare l’interesse a sviluppare attività nel Paese nordafricano. Un’iniziativa che, pur presentata dall’azienda come priva di ricadute dirette sull’occupazione e sulle produzioni italiane, ha immediatamente acceso lo scontro con i sindacati e innescato una reazione politica trasversale.
Secondo quanto precisato da Stellantis, l’operazione riguarderebbe esclusivamente produzioni destinate al mercato locale, con forniture aggiuntive rispetto a quelle italiane. L’azienda sottolinea che l’eventuale disponibilità dei fornitori non comporterebbe alcun trasferimento di attività dall’Italia all’Algeria. I componenti prodotti servirebbero infatti alla realizzazione di vetture destinate esclusivamente al Nord Africa, senza interferire con i volumi o le linee produttive presenti nel nostro Paese.
Una lettura che però non convince né il sindacato metalmeccanico né le forze di opposizione, soprattutto in un momento in cui l’indotto dell’auto italiano, fortemente legato a Stellantis, attraversa una fase definita dagli stessi addetti ai lavori come profondamente critica.
Durissima la presa di posizione della Fiom-Cgil. Il segretario generale Michele De Palma non usa mezzi termini e affida la sua critica a parole che fotografano uno scollamento sempre più evidente tra annunci e strategie industriali. «Io sono allibito. Siamo davanti al fatto che si dichiara ai giornali che si investe, che è centrale l'Italia, che è centrale Torino, e poi dopo si convoca la filiera della componentistica per dirgli venite a pagare in una condizione di semischiavitù i lavoratori in Algeria», afferma De Palma.
Il leader della Fiom allarga poi il ragionamento al piano politico e ai rapporti con il governo, chiamando in causa direttamente l’esecutivo. «Io dico a questo governo nazionalista, e io non sono nazionalista: non possiamo delocalizzare in Algeria o in qualsiasi altro Paese - prosegue De Palma - in cui non abbiamo standard di rispetto dei diritti sindacali, dei minimi salariali e delle questioni ambientali». Un passaggio che mette al centro non solo la tutela occupazionale, ma anche le condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti fondamentali nei Paesi di destinazione degli investimenti.
Il sindacato sottolinea inoltre la contraddizione temporale dell’operazione. «Tutto questo accade mentre in Italia l'indotto dell'auto, legato prevalentemente a Stellantis, soffre una crisi profondissima. Azienda e governo devono dare risposte per rilanciare l'automotive nel nostro Paese», conclude De Palma, indicando chiaramente la richiesta di un cambio di priorità industriale.
Sul fronte politico, la questione Stellantis-Algeria è diventata rapidamente un caso parlamentare. Le opposizioni chiedono un’informativa urgente alla Camera del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. L’iniziativa parte dal Movimento 5 Stelle, ma viene immediatamente sostenuta anche da Alleanza Verdi Sinistra, Partito Democratico e Azione, a testimonianza di un malcontento che supera gli schieramenti.
A spiegare le ragioni della richiesta è la deputata M5S Chiara Appendino, che attacca frontalmente la strategia del gruppo automobilistico. «Chiediamo al ministro Urso di venire in aula a riferire su Stellantis», afferma, «perché stiamo assistendo all'ennesima fuga all'estero di Stellantis, questa volta verso l'Algeria». Nel suo intervento, Appendino ricostruisce una sequenza di investimenti che, a suo giudizio, raccontano una progressiva marginalizzazione dell’Italia. «Dopo aver annunciato investimenti per 13 miliardi negli Stati Uniti, 1,3 miliardi in Marocco, 5,6 miliardi in Sud America, cioè ovunque tranne che in Italia, l'atto finale di questa farsa andrà in scena il 2 febbraio».

La critica si fa ancora più aspra quando la parlamentare sottolinea il valore simbolico della scelta di Torino come sede dell’incontro con la filiera. «Stellantis avrà la faccia tosta di svolgere a Torino un evento per convincere i fornitori a delocalizzare in Algeria», aggiunge Appendino, mettendo in evidenza il paradosso di una città storicamente legata all’industria automobilistica che diventa teatro di una strategia percepita come una sottrazione di futuro produttivo.
Sul piano industriale, l’investimento in Algeria non è una novità dell’ultima ora. Risale infatti al 2023 l’avvio della produzione nello stabilimento di Tafraoui, dove vengono assemblate 90.000 auto all’anno destinate al mercato algerino. L’impianto presenta un tasso di localizzazione superiore al 35% e ha comportato la creazione di nuovi posti di lavoro nel Paese nordafricano. Un progetto che Stellantis rivendica come esempio di sviluppo industriale locale, ma che oggi viene letto in Italia come l’ennesimo tassello di una strategia globale sbilanciata.
Il nodo resta quindi politico e industriale insieme. Da un lato l’azienda insiste sulla distinzione tra produzioni per mercati differenti e sulla natura aggiuntiva delle forniture. Dall’altro, sindacati e opposizioni mettono in fila numeri, investimenti e scelte geografiche per sostenere che l’Italia, e in particolare Torino, rischiano di pagare un prezzo crescente in termini di occupazione, competenze e ruolo strategico.
Il confronto è appena iniziato, ma il 2 febbraio segnerà uno snodo decisivo. Non solo per le aziende della componentistica chiamate a scegliere se e come aderire al progetto, ma anche per il governo, che dovrà chiarire quale spazio intende difendere per l’automotive italiano in un contesto internazionale sempre più competitivo. E per Stellantis, chiamata a trasformare le rassicurazioni in atti concreti, mentre attorno al suo futuro industriale nel Paese la tensione continua a salire.