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Il patrimonio dell'Inps: 23mila immobili e un tesoro silenzioso da oltre un miliardo

Dietro l'Inps, 23.000 immobili per 1,125 miliardi: patrimonio concentrato nel Lazio, spesso invenduto o sfitt o e gestito in outsourcing; tra crescita dei ricavi e rendimenti complessivi negativi, la sfida è dismettere senza rinunciare alla funzione sociale.

Il patrimonio dell'Inps

Il patrimonio dell'Inps: 23mila immobili e un tesoro silenzioso da oltre un miliardo

Dietro le pensioni, i contributi e le prestazioni sociali che ogni mese scandiscono la vita di milioni di italiani, esiste un patrimonio poco visibile ma enorme, fatto di palazzi, appartamenti, magazzini, box e terreni. Un patrimonio che non produce solo numeri di bilancio, ma solleva interrogativi politici, economici e sociali. È quello dell’Inps, che oggi amministra oltre 23.000 immobili da reddito distribuiti sull’intero territorio nazionale, con un valore netto di bilancio che al 31 dicembre 2024 raggiunge 1,125 miliardi di euro.

A fotografare dimensioni e criticità di questo patrimonio è stato il presidente dell’Istituto, Gabriele Fava, ascoltato in audizione dalla Commissione parlamentare bicamerale per il controllo sugli Enti previdenziali, presieduta dal deputato Alberto Bagnai. Un’audizione che ha aperto una nuova indagine conoscitiva sugli edifici amministrati dagli enti pubblici e che ha riportato al centro del dibattito una domanda di fondo: che ruolo deve avere oggi un colosso previdenziale nella gestione immobiliare?

Il primo dato che colpisce è la fortissima concentrazione geografica. Più della metà degli immobili dell’Inps si trova nel Lazio, che da solo assorbe il 55,77% del patrimonio da reddito. Segue a distanza la Lombardia, con il 13,56%. Il resto è sparso nelle altre regioni, ma con percentuali molto più contenute. Una mappa che riflette scelte storiche, fusioni tra enti previdenziali e soprattutto le conseguenze delle grandi operazioni immobiliari degli anni passati.

Circa il 70% degli immobili oggi in pancia all’Inps, infatti, non deriva da acquisizioni recenti, ma dalla retrocessione di edifici rimasti invenduti durante le operazioni di cartolarizzazione condotte negli anni scorsi. Un passaggio cruciale per comprendere l’attuale situazione. Le cartolarizzazioni, avviate per fare cassa e ridurre il peso degli immobili pubblici, avrebbero dovuto trasferire al mercato una parte significativa del patrimonio. In molti casi, però, le vendite non sono andate come previsto e gli immobili sono tornati all’ente, spesso più vecchi, meno appetibili e bisognosi di interventi.

Non si tratta solo di palazzi residenziali. Il patrimonio Inps è estremamente eterogeneo. Il 49% delle unità è composto da unità secondarie, come pertinenze, box e magazzini. Una tipologia che pesa anche sul fronte della redditività. Secondo i dati forniti in Commissione, il 55% del patrimonio da reddito risulta libero, cioè non locato, mentre il restante è occupato a vario titolo. Un dato che apre una riflessione immediata: oltre la metà di un patrimonio da oltre un miliardo non produce reddito diretto.

Sul piano economico, tuttavia, i numeri mostrano una crescita. Il reddito operativo lordo del patrimonio immobiliare Inps è passato da 54,5 milioni di euro nel 2022 a 66 milioni nel 2024. Ancora più marcato l’aumento del reddito operativo netto, salito da 10,1 milioni a 20,5 milioni nello stesso periodo. Un miglioramento che segnala un tentativo di razionalizzazione e di maggiore attenzione alla gestione.

Ma il quadro non è privo di ombre. Il rendimento finanziario complessivo risulta negativo, se si tiene conto delle componenti finanziarie, dei costi gestionali e soprattutto delle imposte locali, a partire dall’Imu, che gravano sugli immobili non strumentali. In altre parole, una parte del patrimonio, pur producendo canoni, finisce per pesare sui conti più di quanto contribuisca a rafforzarli.

Un altro elemento centrale riguarda il modello di gestione. L’Inps non gestisce direttamente il proprio patrimonio immobiliare da reddito. L’intera attività è esternalizzata a Romeo Gestioni S.p.A., società che si è aggiudicata la gara bandita dall’Istituto. Una scelta che solleva interrogativi ricorrenti sulla capacità di controllo, sull’efficienza e sul rapporto costi-benefici dell’affidamento a un soggetto esterno. Nel 2024, gli interventi di manutenzione straordinaria e riqualificazione sono stati pari a 1,9 milioni di euro, una cifra che, rapportata all’estensione del patrimonio, appare contenuta e che alimenta il dibattito sulla qualità degli immobili e sulla loro reale valorizzazione.

Il futuro passa ora dalle dismissioni. Nel piano 2026-2028, l’Inps prevede vendite dirette del patrimonio immobiliare non strumentale per circa 80 milioni di euro nel 2026 e 70 milioni di euro negli anni successivi. Un’operazione che punta a ridurre il peso degli immobili improduttivi e a concentrare le risorse su attività più coerenti con la missione previdenziale dell’ente.

Ma anche qui la questione è complessa. Vendere immobili pubblici significa confrontarsi con un mercato spesso saturo, con edifici che necessitano di interventi e con contesti urbani delicati. In molte città, gli immobili Inps sono inseriti in quartieri centrali o semicentrali, dove il tema della rigenerazione urbana si intreccia con quello del diritto all’abitare e della sostenibilità sociale. Ogni dismissione diventa così una scelta che va oltre il semplice equilibrio di bilancio.

L’audizione di Gabriele Fava ha riportato in Parlamento una questione che ciclicamente riaffiora: è opportuno che un ente previdenziale gestisca un patrimonio immobiliare così vasto? E soprattutto, questo patrimonio è davvero al servizio della collettività che finanzia l’Inps con i propri contributi?

La risposta non è semplice. Da un lato, gli immobili rappresentano una riserva patrimoniale e una fonte potenziale di reddito. Dall’altro, comportano costi, rischi e responsabilità che poco hanno a che fare con la funzione primaria dell’Istituto. Le cartolarizzazioni mancate del passato, con i loro immobili “ritornati indietro”, sono lì a ricordare quanto sia fragile il confine tra valorizzazione e immobilismo.

Il dato dei 23.000 immobili racconta anche un’altra storia: quella di uno Stato che, per decenni, ha accumulato patrimonio senza una visione unitaria, salvo poi tentare di liberarsene in modo frammentato. Oggi l’Inps si trova a gestire questa eredità, cercando un equilibrio tra redditività, legalità e funzione sociale.

La nuova indagine parlamentare promette di scavare proprio in questo terreno. Perché dietro i numeri, dietro i miliardi e le percentuali, c’è una domanda politica che resta aperta: quanto è sostenibile, nel lungo periodo, un modello in cui la previdenza pubblica convive con un gigantesco portafoglio immobiliare?

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