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Cronaca

Uccide la madre e incassa la pensione: ergastolo per Stefano Garini nel Novarese

Ergastolo a Novara per Stefano Garini: corpo sul Ticino, movente economico contestato, difesa annuncia appello

Uccide la madre e incassa la pensione: ergastolo Stefano Garini nel Novarese

Uccide la madre e incassa la pensione: ergastolo Stefano Garini nel Novarese (immagine di repertorio)

Una madre fragile, una passeggiata verso un argine impervio del Ticino e, quasi tre anni dopo, una condanna all’ergastolo. È questo l’esito del processo a Stefano Emilio Garini, 62 anni, agente immobiliare milanese, riconosciuto colpevole dalla Corte d’Assise di Novara dell’uccisione della madre Liliana Agnani, 89 anni, e dell’occultamento del cadavere. Una sentenza pesante, pronunciata il 20 gennaio 2026, che chiude il primo capitolo giudiziario di una vicenda complessa, destinata però a proseguire in appello.

I giudici hanno accolto in larga parte la richiesta del pubblico ministero Paolo Verri, escludendo soltanto l’aggravante della premeditazione, ma confermando l’ergastolo per omicidio aggravato dal vincolo familiare. A Garini sono state riconosciute anche le responsabilità per distruzione di cadavere, truffa ai danni dello Stato e del Comune di Milano, autorìciclaggio e falso in atto pubblico. Disposta inoltre la confisca di 27.300 euro, somma che l’imputato avrebbe indebitamente percepito dopo la morte della madre.

Il corpo di Liliana Agnani non è mai stato ritrovato integro. Il 10 ottobre 2022 un cercatore di funghi rinvenne alcune ossa in località Bosco Marino, nel territorio di San Martino di Trecate, lungo le sponde piemontesi del fiume Ticino: vertebre, un frammento di mandibola, un femore. Il cranio non è mai stato recuperato. La svolta nelle indagini arrivò grazie a un dettaglio tecnico decisivo: su una vertebra era presente una protesi con marchio e numero di matricola leggibili, che consentirono di risalire con certezza all’identità dell’anziana.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, la sera del 18 maggio 2022, fino alle 20, Liliana Agnani era ancora viva. Quella sera il figlio l’avrebbe portata fuori casa in carrozzina con il pretesto di una passeggiata, conducendola in una zona impervia nei pressi della Sorgente delle Tre Fontane, lungo il Ticino. Da quel momento, della donna non si seppe più nulla.

Per i giudici, il movente è stato prevalentemente economico. Garini avrebbe ucciso la madre per continuare a incassarne la pensione e l’assegno di accompagnamento, oltre a completare le pratiche di subentro nella casa popolare di Milano in cui vivevano insieme. Flussi di denaro e atti amministrativi successivi alla scomparsa dell’anziana hanno costituito uno degli assi portanti dell’impianto accusatorio. L’uomo, secondo quanto emerso in dibattimento, avrebbe proseguito per mesi a gestire quelle risorse come se la madre fosse ancora in vita.

La difesa, che ha già annunciato ricorso in appello, ha contestato duramente la ricostruzione dell’accusa. I legali di Garini hanno sostenuto che la causa della morte non è mai stata accertata con certezza: le perizie medico-legali non sono riuscite a stabilire se l’anziana sia morta per violenza o per cause naturali, compatibili con l’età avanzata e le condizioni di salute precarie. Garini, pur ammettendo davanti agli inquirenti gli illeciti di natura economica, ha sempre negato di aver ucciso la madre, distinguendo — nella sua linea difensiva — tra truffe e un presunto evento letale non volontario.

Il profilo dell’imputato è stato ricostruito nel corso del processo: padre di due figlie, una carriera come agente immobiliare, alle spalle un fallimento e un divorzio, un contesto personale ed economico ritenuto dagli inquirenti rilevante per comprendere la pressione che avrebbe portato al gesto. L’arresto di Garini è arrivato a distanza di quasi due anni dal ritrovamento dei resti, al termine di un’indagine che ha incrociato elementi scientifici, documentazione bancaria e ricostruzioni amministrative.

La sentenza di Novara, pur senza la premeditazione, riconosce la gravità di un quadro indiziario ritenuto coerente e convergente. Resta però un nodo centrale che accompagnerà il giudizio di secondo grado: l’assenza di una causa di morte certa. È su questo crinale, tra indizi giudicati solidi e lacune tecnico-scientifiche, che si giocherà l’appello annunciato dalla difesa.

Per ora, l’ergastolo inflitto a Stefano Garini rappresenta una risposta netta della giustizia a una vicenda che ha scosso profondamente il Novarese e Milano, riportando al centro temi delicatissimi: la fragilità degli anziani, il confine tra cura e sfruttamento, e il peso morale e giuridico dei legami familiari quando diventano strumento di interesse.

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