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19 Gennaio 2026 - 10:12
«Sono un Re, non mi mischio con dei semplici Conti»: Al Bano chiude con Sanremo e regola i conti con il passato
Ottantadue anni, una carriera che attraversa più di mezzo secolo di musica italiana e una voce che continua a dividere, scaldare, far discutere. Al Bano Carrisi non abbassa i toni, non smussa gli angoli e non cerca pacificazioni tardive. Anzi, li rilancia. L’intervista che lo racconta oggi è un fiume in piena, una confessione a tratti aspra, a tratti nostalgica, sempre orgogliosamente diretta. Sullo sfondo c’è Sanremo, c’è Felicità, c’è Romina Power, ma soprattutto c’è un uomo che rivendica ogni scelta, ogni caduta e ogni rivincita.
Il Festival, intanto, è un capitolo chiuso. «Con Sanremo ho chiuso», dice senza esitazioni, ripercorrendo una storia fatta di quindici partecipazioni, successi, polemiche e strappi mai ricuciti. Il punto di rottura definitivo risale al 2017, quando venne eliminato alla prima sera. «Mi cacciarono la prima sera, avevo una canzone meravigliosa. Ora basta, non propongo più niente». Il bersaglio, nemmeno troppo velato, è Carlo Conti, direttore artistico con cui il rapporto si è incrinato senza possibilità di recupero. «Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene», taglia corto, salvo poi affondare con una frase che è già diventata titolo: «Sono un Re, non mi mischio con dei semplici Conti».
Sanremo resta però una ferita che brucia anche per ciò che rappresenta. È lì che Felicità, nel 1982, arrivò seconda. Una sconfitta solo apparente, perché quel brano è diventato uno dei simboli assoluti della musica leggera italiana. Al Bano lo rivendica con orgoglio, ricordando il suo intuito iniziale: «Appena l’ho ascoltata chiamai il discografico Freddy Naggiar: “Questa minimo vende un milione e mezzo di copie”. Siamo arrivati a oltre 20 milioni, ormai è un inno». Numeri che pesano come macigni, soprattutto alla luce delle parole pronunciate di recente da Romina Power, che ha definito quella canzone “banale”.
La replica di Al Bano è trattenuta, ma solo fino a un certo punto. «Meglio se sto zitto», premette. Poi affonda: «È come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene, di canzoni così». Non è solo una questione musicale. Per Carrisi, Felicità fu anche una presa di posizione culturale, una risposta a un clima cupo, segnato dagli anni di piombo. «Fu la mia risposta ai colleghi che, negli anni delle Br, ammiccavano a quello stato di cose». Altro che banalità: un atto quasi politico, nella sua semplicità.

Il rapporto con Romina resta uno dei nodi centrali del racconto. Un amore vero, vissuto sotto gli occhi di tutti, finito ma mai completamente archiviato. «Chiaro che sì, grazie a Dio, siamo stati felici», dice parlando del loro passato insieme. Ma oggi il linguaggio cambia, diventa più prudente, più disincantato. «Non si smette mai di amare chi si è amato, dice lei. Mah, con le parole possiamo dire tutto. L’amore c’è stato, è innegabile, come dopo la divisione. Abbiamo messo al mondo dei figli, meglio farsi la pace che la guerra. Da qui a chiamarlo amore però ce ne passa».
La nostalgia, per lui, non è una categoria utile. «Quegli anni sono passati, belli e tragici, ora non ho tempo per la nostalgia». Dopo la separazione, racconta, si sentiva rimasto solo. Poi è arrivata Loredana Lecciso, e con lei una nuova stagione della vita. «Ho ritrovato la primavera. E si chiama Loredana Lecciso. Per me è ricominciata la vita. E continua da 25 anni».
L’intervista scava anche molto più indietro, nelle radici di un uomo cresciuto nella povertà della Puglia contadina, tra fame, dignità e promesse fatte ai genitori. Racconta l’episodio dell’ananas sciroppato scambiato per carne, quando a Milano faceva il cameriere e tirava avanti con poco più di nulla. «Per una settimana andai avanti a pane e ananas». Racconta l’umiliazione subita dal capo cameriere che lo insultava come “terrone”. E racconta la rivincita, arrivata con Nel sole, quando tornò in quel ristorante non per vendicarsi, ma per sedersi a tavola. «Siediti e mangiamo insieme».
È un Al Bano che non rinnega nulla, nemmeno gli eccessi d’orgoglio. Si definisce non un leone, ma «un cavallo selvaggio». Accetta di parlare dei capelli tinti senza imbarazzo. Difende la sua voglia di restare sul palco. Alla domanda se smetterà mai di cantare, risponde con una battuta che è anche una dichiarazione di intenti: «Che male le ho fatto per meritare questa domanda?».
Dietro le polemiche, le frasi taglienti e i conti mai chiusi, resta la traiettoria di un artista che ha attraversato epoche, mode e tempeste senza mai arretrare davvero. Al Bano continua a cantare, a parlare, a dividere. E forse è proprio questo, nel bene e nel male, il suo modo più autentico di restare fedele a se stesso.




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