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Sgombero di Askatasuna, anche il Leoncavallo di Milano aderisce alla manifestazione di domani

Dopo gli sfratti di Milano e Torino, l’assemblea nazionale rilancia il dibattito sul ruolo dei centri sociali tra conflitto, cultura e politiche urbane

Sgombero di Askatasuna, anche il Leoncavallo di Milano aderisce alla manifestazione di domani

Sgombero di Askatasuna, anche il Leoncavallo di Milano aderisce alla manifestazione di domani

Torino torna al centro del confronto nazionale sul futuro degli spazi sociali autogestiti. Domani, nel capoluogo piemontese, si terrà l’assemblea nazionale indetta da Askatasuna, appuntamento al quale parteciperà anche una delegazione del Leoncavallo di Milano, storico centro sociale sgomberato la scorsa estate dopo decenni di occupazione. Una presenza che non è soltanto simbolica, ma che si carica di significati politici e culturali più ampi, alla luce di una stagione segnata da sgomberi, tensioni istituzionali e da un dibattito mai sopito sul ruolo dei centri sociali nelle città italiane.

In un documento diffuso nelle ultime ore, il Leoncavallo annuncia la partecipazione all’assemblea torinese e rinnova pubblicamente «sostegno e solidarietà» ad Askatasuna. Il testo, dai toni netti, colloca gli sgomberi recenti in un quadro più ampio: «L’epoca della coltivazione del proprio orticello è finita. Non rendersene conto è letale», scrivono dal Leonka, leggendo quanto accaduto non come una somma di episodi isolati ma come un segnale politico più generale. «Gli sgomberi dei centri sociali, degli spazi pubblici autogestiti, sono un epifenomeno del vento orrifico che spira nel mondo intero».

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Parole che richiamano una lunga storia di conflitto tra istituzioni e spazi occupati. Il Leoncavallo nasce a Milano nel 1975, in un contesto di forte fermento politico e sociale. Nel corso dei decenni diventa uno dei centri sociali più conosciuti d’Europa, punto di riferimento per concerti, produzioni culturali, iniziative politiche e sociali, ma anche luogo costantemente al centro di controversie legali. Più volte sgomberato e rioccupato, il Leoncavallo ha incarnato per anni una forma di resistenza urbana che ha diviso l’opinione pubblica: da un lato chi lo considera un presidio di cultura alternativa e mutualismo, dall’altro chi ne ha sempre contestato l’illegalità dell’occupazione. Lo sgombero definitivo dell’estate scorsa ha segnato una cesura, non solo per Milano ma per l’intero mondo dell’autogestione.

Un percorso per certi versi parallelo è quello di Askatasuna, realtà storica della galassia antagonista torinese. Nato negli anni Novanta nell’area di corso Regina Margherita, Askatasuna è stato per lungo tempo un punto di riferimento per iniziative politiche, sociali e culturali, ma anche un luogo segnato da forti tensioni con le istituzioni. Nel tempo non sono mancate inchieste giudiziarie, polemiche e prese di posizione contrapposte, fino allo sgombero che ha riacceso il dibattito sul destino degli spazi occupati a Torino e sul loro rapporto con la città.

Nel documento del Leoncavallo, lo sgombero di Milano e quello di Askatasuna vengono letti come «avvisi di sfratto per ogni situazione di autogestione, di opposizione e di resistenza di questo Paese». Secondo il centro sociale milanese, ciò che viene colpito non è soltanto l’occupazione in sé, ma «la capacità, dimostrata nel tempo, di produzione continua e innovativa di modelli alternativi, di formazione culturale, musicale, politica, esistenziale alternativa e antagonista in luoghi di espressione di una socialità non mercificata».

Da qui la scelta di partecipare all’assemblea nazionale torinese non solo per testimoniare vicinanza, ma per avanzare una proposta politica. Il Leoncavallo annuncia infatti che porterà tre punti di discussione, presentati come una possibile via d’uscita da quella che viene definita «impasse». La prima proposta riguarda «una piattaforma di idee e proposte collettive» che non sia limitata a una cerchia ristretta di militanti ma che ambisca a parlare «all’intero Paese». La seconda punta alla «mappatura e al coordinamento delle realtà autogestionarie italiane», nel tentativo di superare frammentazioni storiche. La terza ipotesi è quella di «un grande momento musicale e culturale» capace di coinvolgere artisti e mondo dello spettacolo in una presa di posizione pubblica «contro le politiche governative e l’attacco sistemico agli spazi occupati, autogovernati, alternativi, indipendenti, sociali».

L’assemblea di Torino si inserisce così in un passaggio delicato. Da un lato, le amministrazioni locali e lo Stato rivendicano il rispetto della legalità e delle regole urbanistiche; dall’altro, i centri sociali rivendicano una funzione che va oltre la semplice occupazione, richiamando esperienze di welfare dal basso, produzione culturale e aggregazione giovanile. Una dialettica che negli anni ha prodotto soluzioni diverse, dagli sgomberi senza alternative a tentativi di regolarizzazione, spesso naufragati tra diffidenze reciproche e ostacoli politici.

Torino, con la storia di Askatasuna e di altri spazi autogestiti, rappresenta uno dei laboratori più complessi di questo confronto. La presenza del Leoncavallo all’assemblea nazionale rafforza il peso simbolico dell’iniziativa e rilancia una domanda che attraversa molte città italiane: quale spazio può esistere, oggi, per esperienze di autogestione radicale all’interno di un quadro istituzionale sempre più rigido?

Al di là delle posizioni contrapposte, la giornata di domani sarà un banco di prova per misurare se il mondo dei centri sociali intenda ripensare linguaggi, pratiche e strategie, oppure se lo scontro resterà confinato su binari già noti. Di certo, dopo gli sgomberi di Milano e Torino, il tema non riguarda più soltanto singoli luoghi, ma il rapporto complessivo tra città, conflitto sociale e produzione culturale alternativa. Una partita che, ancora una volta, passa da Torino.

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