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Cronaca
14 Gennaio 2026 - 14:25
Arresti dopo le proteste pro Palestina, Assemblea studentesca: "È stata una rappresaglia"
L’Assemblea studentesca Torino, che riunisce diversi collettivi delle scuole superiori cittadine, rompe il silenzio dopo l’esecuzione delle misure cautelari disposte nei confronti di alcuni giovani coinvolti nelle manifestazioni pro Palestina dell’autunno scorso, in particolare quelle del 3 ottobre. Una presa di posizione netta, affidata ai social, in cui gli studenti leggono gli arresti come un atto politico e non come un semplice esito giudiziario.
Secondo l’Assemblea, quanto avvenuto rientrerebbe in “una nuova operazione di rappresaglia” contro il movimento nato attorno allo slogan “Blocchiamo tutto”, con provvedimenti che spaziano “tra carcere e domiciliari” nei confronti di ragazzi che avevano preso parte alle mobilitazioni. Una lettura che inserisce gli arresti in un quadro più ampio di conflitto tra istituzioni e movimenti studenteschi, accusando il governo di voler colpire chi ha animato la protesta.
Nel loro intervento, i collettivi ricordano come oltre 100mila persone siano scese in piazza a Torino durante quelle giornate, in una città descritta come blindata, per chiedere la fine di quella che definiscono la complicità italiana nel genocidio a Gaza. Le manifestazioni e lo sciopero generale di ottobre vengono rivendicati come un passaggio politico centrale, capace di lanciare un messaggio chiaro contro l’industria bellica e il ruolo produttivo di Torino nel settore militare.
L’Assemblea studentesca ripercorre anche l’andamento della giornata del 3 ottobre, parlando di un corteo lungo e determinato che avrebbe attraversato la città dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, con migliaia di persone coinvolte. Nel racconto degli studenti, quella giornata sarebbe stata segnata da scontri, cariche della polizia e una resistenza diffusa, vissuta come parte integrante di una mobilitazione che intendeva mettere in discussione le scelte politiche nazionali e internazionali.
A distanza di mesi, sostengono i collettivi, “arriva il conto”: le misure cautelari vengono interpretate come una risposta punitiva dello Stato e come una vendetta politica nei confronti dei giovani che hanno animato le proteste. Non un episodio isolato, ma l’ennesimo segnale di una gestione repressiva del dissenso, che secondo l’Assemblea mira a scoraggiare nuove mobilitazioni e a colpire chi ha dato voce a una critica radicale della guerra e delle sue implicazioni economiche.
La presa di posizione degli studenti riapre così il dibattito sul rapporto tra diritto di protesta, ordine pubblico e risposta giudiziaria, in una città che negli ultimi mesi è stata uno dei principali epicentri delle mobilitazioni pro Palestina. Un confronto destinato a proseguire, mentre il movimento studentesco ribadisce la volontà di non arretrare e di continuare a rivendicare il proprio ruolo politico nello spazio pubblico torinese.
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