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"Pandoro-gate", oggi è il giorno del giudizio: ascesa e caduta (per ora) dell’impero Ferragni

Dalla sanzione dell’Antitrust alla fuga dei brand, fino alla liquidazione del retail: come si è frantumata l’immagine della prima influencer italiana mentre a Milano si attende la sentenza

"Pandoro-gate", oggi è il giorno del giudizio: ascesa e caduta (per ora) dell’impero Ferragni

Chiara Ferragni in tribunale a Milano

La serranda abbassata di via del Babuino, a Roma, racconta più di mille post. Fino a un anno fa era uno dei simboli fisici dell’impero Chiara Ferragni; oggi restano cartelli di cantiere e una vetrina vuota. Non è solo la fine di un negozio: è la fotografia di un brand che, in dodici mesi, ha cambiato peso, voce e credibilità.

Mentre oggi, giovedì 14 gennaio 2026, il Tribunale di Milano si prepara a pronunciare la prima sentenza sul Pandoro-gate, gli effetti della vicenda sono già tutti sul tavolo: sanzioni milionarie, partnership interrotte, retail smantellato, licenziamenti, ricapitalizzazioni d’urgenza e una reputazione da ricostruire pezzo per pezzo.

Il punto di rottura arriva il 15 dicembre 2023, quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sanziona per pratica commerciale scorretta le società riconducibili a Ferragni – Fenice Srl (€400.000) e TBS Crew Srl (€675.000) – e Balocco (€420.000). Al centro c’è il pandoro “Pink Christmas”: secondo l’Antitrust, la comunicazione induceva i consumatori a credere che l’acquisto fosse legato a una donazione all’ospedale Regina Margherita di Torino, quando la donazione di €50.000 era stata versata in cifra fissa, mesi prima, dalla sola Balocco. Le società della influencer, intanto, avevano incassato oltre €1 milione per licenze e contenuti. Una cornice che l’Autorità giudica idonea a orientare la scelta facendo leva sulla sensibilità per le cause benefiche.

Il capitolo amministrativo si cristallizza il 4 luglio 2024, quando la difesa rinuncia al ricorso al TAR Lazio: una mossa che disinnesca il fronte Antitrust ma non ferma l’onda lunga. In sede civile, ad aprile 2024, il Tribunale di Torino qualifica la campagna come ingannevole ai sensi del Codice del Consumo, aprendo – almeno in teoria – a richieste risarcitorie da parte degli acquirenti.

Chiara Ferragni

Il dossier approda così al penale. A gennaio 2025 il Tribunale di Milano fissa l’avvio del processo per truffa aggravata, con prima udienza il 23 settembre 2025 e un quadro sanzionatorio che può arrivare fino a cinque anni di reclusione. La difesa ribadisce l’assenza di rilevanza penale, sostenendo che si tratti di contratti e comunicazione; la Procura quantifica l’“ingiusto profitto” e costruisce l’impianto accusatorio. Nel frattempo, alcune parti civili scelgono la via delle transazioni individuali – emblematico il caso di una consumatrice 76enne risarcita per circa €500 – mentre la linea pubblica resta quella dell’innocenza.

Il mercato, però, non aspetta i verdetti. Il 21 dicembre 2023 Safilo rescinde la licenza eyewear citando violazioni contrattuali. Il 5 gennaio 2024 Coca-Cola congela i contenuti già girati con Ferragni, scegliendo la prudenza reputazionale. A febbraio 2024 Cartiere Paolo Pigna interrompe i rapporti richiamando il proprio codice etico; Fenice replica parlando di decisione strumentale, ma il segnale è chiaro. Nel beauty, Pantene non rinnova e lancia una nuova campagna senza Ferragni. Non tutto crolla: Morellato Group mantiene la licenza per gioielli e orologi, dimostrando che l’ecosistema non è monolitico. Ma l’elenco degli stop pesa.

Il contraccolpo più visibile è sul retail fisico. Fenice Retail Srl entra in liquidazione a maggio 2025: ricavi 2023-2024 per €644.000 a fronte di costi vicini ai €2 milioni, perdite cumulate oltre €1,2 milioni. Prima Milano, poi Roma: i flagship chiudono. Nella capogruppo Fenice Srl la cura è drastica: organico ridotto del 78% (da 27 a 6 dipendenti), ricavi in caduta da €12,5 milioni nel 2023 a €1,76 milioni nel 2024, e un aumento di capitale da €6,4 milioni deliberato a marzo 2025 per evitare il default. L’operazione porta Ferragni al 99% delle quote, concentrando controllo e responsabilità nel tentativo di guidare il riequilibrio.

Sul piano pubblico, dopo le sanzioni Antitrust, Ferragni parla di errore di comunicazione e annuncia una donazione personale da €1 milione al Regina Margherita; nel filone delle uova di Pasqua emergono intese per almeno €1,2 milioni a favore di enti benefici. Resta la domanda che attraversa l’intera vicenda: dove passa il confine tra marketing solidale e comunicazione ingannevole? Antitrust e giudice civile hanno già risposto; ora tocca al penale.

Il caso Pandoro ha scoperchiato il nervo più scoperto dell’economia degli influencer-brand: la fiducia. Premium price, storytelling e promessa di bene superiore funzionano solo se la causalità è reale e verificabile. Quando vacilla, i partner si allontanano, i costi fissi diventano zavorra e la narrazione non basta più. Alla vigilia della sentenza, la mappa è nitida: sanzioni pagate e ricorso ritirato, bollino di ingannevolezza in sede civile, processo penale nel vivo, brand che si sono sfilati, retail liquidato, personale ridotto, capitale fresco per tenere in piedi la struttura. Non è l’epilogo. Ma è la fine di un’epoca. Perché, comunque vada, il mercato ha parlato prima del diritto: la credibilità è la valuta più severa. E ricostruirla è il lavoro che comincia adesso.

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