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11 Gennaio 2026 - 17:36
Marco Travaglio si commuove su Netflix e rompe il silenzio su Fabrizio Corona e su un padre dimenticato
C’è un momento che spiazza, nella docuserie “Io sono notizia” dedicata alla vita di Fabrizio Corona, ed è quello in cui Marco Travaglio abbassa la voce, si emoziona e riporta il racconto lontano dagli eccessi, dalle cronache giudiziarie e dallo scandalo. Il giornalista torinese, direttore de Il Fatto Quotidiano, parla dell’amico e collega Vittorio Corona, padre di Fabrizio, restituendogli una dignità professionale che, a suo giudizio, è stata cancellata dal tempo e dal clamore mediatico.
«Il fatto che Vittorio Corona venga oggi ricordato come “il papà di Fabrizio” dimostra che l’etica e il talento non hanno più cittadinanza in Italia», dice Travaglio, lasciando emergere un’amarezza profonda. Parole che colpiscono perché spostano il fuoco del racconto: non più soltanto il personaggio controverso di Fabrizio Corona, ma l’ombra lunga che la sua vicenda ha proiettato sulla figura del padre.
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Il giornalista non nasconde il legame umano che lo unisce a Fabrizio, nonostante le distanze e le fratture. «Io a Fabrizio, nonostante quello che fa e quello che dice anche di me, non posso non volergli un pochino di bene, perché per me è quel ragazzino con la borsa dell’Inter insieme a Vittorio», aggiunge Travaglio, mentre scorrono le immagini di un giovanissimo Fabrizio Corona, ancora lontano dalla notorietà e dalle polemiche.
La docuserie Netflix torna più volte sui problemi giudiziari di Fabrizio, mostrando come questi abbiano finito per oscurare l’eredità professionale del padre. Vittorio Corona, nato a Catania, è stato uno dei cronisti più apprezzati della sua epoca. Capocronista del quotidiano La Sicilia, si trasferì successivamente a Milano, entrando nella casa editrice Rizzoli e costruendo una carriera solida e riconosciuta.
Dopo gli anni dedicati alla cronaca, inclusa la lotta alla mafia, Vittorio Corona si avvicinò al mondo della moda, fondando il mensile “Moda”, che negli anni Ottanta divenne un punto di riferimento del settore. Un percorso professionale articolato, che lo portò anche a lavorare per Fininvest, l’azienda di Silvio Berlusconi, dove fondò “Studio Aperto”, progetto dal quale si dimise poco tempo dopo.
Nel marzo del 1994 entrò nella redazione de La Voce, la nuova testata fondata da Indro Montanelli, prima come direttore artistico e poi come vicedirettore. Una carriera che si interruppe bruscamente con la sua morte prematura nel 2007, a soli 59 anni, quando la parabola mediatica del figlio non aveva ancora raggiunto l’apice.
Fu proprio Vittorio Corona a presentare Lele Mora a Fabrizio, introducendolo nel mondo dello spettacolo. Non vide però l’esplosione definitiva della carriera del figlio, né il carico di polemiche che negli anni avrebbe finito per ridefinire, spesso in modo distorto, anche il ricordo della sua figura.
Nel racconto di Marco Travaglio, la docuserie si concede così una pausa di umanità e memoria, restituendo spazio a una storia professionale che rischiava di restare schiacciata da un cognome diventato sinonimo di scandalo. Un passaggio che, per pochi minuti, sposta l’attenzione dal personaggio al contesto, e dal clamore al talento dimenticato.
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